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Raccontare la violenza sulle donne

Da tanto tempo non parlavo più di questo tema.
Sorprende anche me, è come se non mi riguardasse più, non sentissi più il desiderio di contribuire, dire ciò che penso.
Testimoniare.

Poi accadono cose, incontri ed ecco che la penna scorre, deve restituire al foglio i pezzi che si ricompongono.



Solo ieri ho incontrato questa donna, Margaret Atwood e tutte le altre che descrive ne " Il racconto dell'ancella".


Comincia con un racconto distopico*, non capisco di che anno si tratti, quale storia stia delineando la fanciulla che seguo tra le righe scritte.
Comincio a sperimentare fastidio, perché non è poi così distopico, ci ho pensato tante volte, è quello che potrebbe succedere se finissimo nelle mani di “persone” di cui non voglio scrivere il nome.
Potrei dire “sedicenti persone”.
I riferimenti ad un tempo passato neanche troppo lontano.
E’ accaduto veramente? Si chiede l’ancella.

1971- Università di Teheran- Iran
Penso alle foto delle donne iraniane degli anni in cui sono nata io, faccio fatica a comprendere come sia caduto quel velo nero pesante a coprirne ogni parte del corpo.
Quelle donne allora vivevano gli stessi vestiti e costumi del nostro tempo.

Racconto dunque o realtà?
Distopia o possibile futuro?

Avanzo tra le pagine senza sosta, mi pare di leggere parole come movimento di liberazione delle donne. O DALLE donne piuttosto.

Non esseri, ma oggetti, vasi da riempire, ed uccidere quando e come si vuole.

Che programma davvero si vuole portare avanti, da cosa le donne vanno liberate?

Mentre il racconto spiega come può succedere, cosa succede, scatta, cosa la mente si augura, cerca per fuggire, fa.

Forse la vita che credo di vivere è un'allucinazione paranoica.
Non una speranza. So dove sono, e chi, e che giorno è. Queste sono le prove che sono sana di mente. L'essere sani di mente è un patrimonio che accumulo come un tempo la gente accumulava il denaro. Lo metto da parte, per quando sarà il momento.

Anche la follia è una via d’uscita, e il suicidio ovviamente, da una condizione ormai piegata, spezzata di possibilità, quando si svuota anche di speranza.

Non so se ti è mai capitato, la sensazione è di trattenere il fiato finché si può, tenere gli occhi chiusi per dover ricordare il meno possibile, mentre le orecchie non riescono a creare barriera sulla realtà che invade, violenta.
Ed ecco, che forse ci sono riusciti a spezzare una donna, o tutte.

Chi perché è una donna che giudica e perseguita altre donne, chi perché viene confinata, chi perché è diventata talmente insicura, di paura di perdita di confini, seppur quelli imposti da un altro.

Il racconto perde sempre più pezzi di distopia e mi riguarda da vicino.
Non c’è tutta questa distanza, è accaduto anche a me, non saper capire cosa mi venisse richiesto come donna.
Stare in silenzio, essere invisibile, non alzare la voce né il capo.
Non parlare.
Limitarmi a ciò che mi venisse richiesto restando in attesa.
Passeggeri in attesa di un treno. Per me questa stanza è una sala d'attesa. Sono uno spazio vuoto, qui, tra parentesi. (pg. 220)
Ma non so che cosa sto aspettando. Che aspetti? si diceva e significava: Sbrigati. Non si chiedeva una risposta, perché non era una vera domanda. Ma anche ora, se chiedessi veramente a me stessa che cosa sto aspettando non saprei rispondere. (pg 277)

Sentirti oggetto e proprietà, dipendente dal volere e dagli umori di un altro, con più potere.
È straordinario che basti il suo sguardo corrucciato, la sua freddezza a farmi sentire come una bambina che chiede l'elemosina, lamentosa e importuna.

Resta empatica, l’ancella, nonostante tuto ciò che vive mentre è costretta a vivere come impongono altri.
Fino a dispiacersi per chi ascolta la sua storia.
Come se fosse più dispiaciuta per chi deve ascoltarla, che per lei, che ne è la protagonista.

Ma continuerò questa triste, arida, squallida storia, zoppicante e mutilata, perché voglio che tu la senta, come sentirei la tua se mai ne avessi l'occasione, se ti incontrassi mentre fuggi nel futuro o in cielo o in prigione o sottoterra, ovunque.
Mi dispiace che ci sia tanto dolore in questa storia. Mi dispiace che sia a frammenti, come un corpo preso in un fuoco incrociato o smembrato a forza. Ma non c'è nulla che possa fare per cambiarla. Ho cercato di metterci anche alcune cose buone. I fiori, per esempio, perché dove saremmo senza di loro? Ciononostante mi fa male raccontarla più e più volte. Una bastava: non mi era bastata una volta, a suo tempo? Ma continuerò questa triste, arida, squallida storia, zoppicante e mutilata, perché voglio che tu la senta, come sentirei la tua se mai ne avessi l'occasione, se ti incontrassi mentre fuggi nel futuro o in cielo o in prigione o sottoterra, ovunque. Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti.
Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esisti. Racconto, dunque tu esisti.

Ed io continuerò ad ascoltare storie, perché chi riesce a raccontare esiste.
Riprende a credere in sé, a ricominciare a tracciare confini tra reale ed immaginato, tra me e non me, me e bambola da spezzare.
Da strapazzare con disprezzo e noncuranza.

Come finisce la storia?
Alcune volte con le persone che incontriamo, non lo sapremo mai. E sto parlando di noi, nelle nostre vite, non capiremo mai cos’è successo che ci ha separato, cosa si è rotto, a chiederci se qualcosa abbia mai davvero funzionato.

Mi riprendo come in una passeggiata in un prato di fiori, anche la mia storia.
Perché quando si racconta o si ascolta un racconto, si riesce a lasciare il peso e riprendersi l’orgoglio.



*
Per distopia (o antiutopia, pseudo-utopia, utopia negativa o cacotopia) s'intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa. Il termine è stato coniato come contrario di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche avvertite nel presente sono portate a estremi negativi.
I testi distopici appaiono come opere di avvertimento, o satire, che mostrano le tendenze attuali estrapolate sino a conclusioni apocalittiche. Dunque la distopia si basa su pericoli percepiti nella società attuale, spostando però l'interesse su un'epoca e un luogo distanti o successivi a una discontinuità storica, come nelle opere fantascientifiche di H. G. Wells. (fonte Wikipedia).



2 commenti :

Rosella Barbieri ha detto...

anche la violenza ha diverse sfumature, ma quando prendono connotati talmente bui che ti annichiliscono, allora stai entrando nel baratro del nulla esistenziale. Qualcuno sta tentando di chiudere la porta della tua identità, cerca di renderti cieca e sorda ai sentimenti, mutilata della tua coscienza e conoscenza. E appena riesci a captare il pericolo e tenti di reagire, di uscire da questo pozzo in cui di vorrebbe calare, perché nessuno ti possa sentire né vedere e nessuno possa sentire il tuo grido strozzato, ti ritrovi in un groviglio di falsità che ti lacera la carne e ti spezza il cuore....
Ti voglio bene DEVE voler dire: VOGLIO IL TUO BENE!!!

Energia Creativa ha detto...

Grazie per il tuo bellissimo contributo.

E quando il ti voglio bene da fuori non arriva, è vitale volersi bene da sé ed uscire da quel pozzo di pericolo e buio, dolore e stordimento, incredulità e terrore.