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Libri e carezze

Fatti un regalo, una coccola una carezza.

Concediti tanti sorrisi, pure tu che di solito leggi poco, c'è tanto da ricevere, riconoscere di se, di come siamo cresciuti, di certe piccole ossessioni che poi sono diventate grandi, di amici grandi che poi sono diventati piccoli, e noi, che non si sa se siamo davvero cresciuti o una parte di noi, è certo è ancora quella, che prende la mano del fratello per andare a scuola.



«Quando ero piccolo, e andavo a scuola insieme a mio fratello, mia madre mi diceva di tenerlo per mano, e questo mi sembrava giusto e anche responsabile. Quello che non capivo è perché mi diceva sempre: "mi raccomando, quando passate per quella strada dove non c'è il marciapiede, mettiti sempre tu dal lato della strada, dove passano le automobili". Io lo facevo, e lo facevo con diligenza, ma ero molto dispiaciuto. Per me significava: "io spero che nessuna auto vi butti sotto, ma se proprio dovesse succedere, preferisco che muoia tu piuttosto che lui"».

Leggilo anche tu che mamma lo sei diventata e dici di non aver tempo per leggere, ma queste storie qui sono brevi e non c'è bisogno di imparare nomi di famiglie, perché in qualcuna di certo ti riconoscerai, e prima di dare dello sfaticato a tuo figlio perché non mette la tavola comprenderai che è possibile abbia delle altre qualità, a rispettare la diversità e la ricchezza di ognuno. Anche la tua.

Ecco qualche riga dal libro, perché mi ha fatto pensare alle amicizie finite, a quelle mai esistite, anche agli amori che erano solo nella nostra testa, o nel voler costruire un immagine fuori di come ci eravamo immaginati anche noi stessi.

Le estati del rancore
Come abbiamo fatto a restare amici così a lungo. Che poi non so se siamo stati amici per davvero, o meglio non so se due ragazzi che si vedono ogni estate in una piccola città di mare, e lì stanno insieme, sempre insieme per due mesi, e poi in inverno non si vedono e non si sentono, possono definirsi amici. Oh certo, non facevamo altro che definirci amici quando qualcuno ci chiedeva di noi, amici per la pelle, da sei anni, poi sette, otto, nove anni, poi “da quando eravamo piccoli così”. Gli altri ci guardavano ammirati mentre ci ascoltavano ricordare gli anni e il tempo passato insieme, e provavano quel po’ di impotenza che si ha di fronte a due ragazzi legati da chissà quale specialità determinata dal
tempo, e si capisce subito che non si potrà mai diventare uno di loro, che il tempo per diventare uno di loro è passato, bisognava incontrarli prima, “quando si era piccoli così”.
Ecco, quando parlavamo agli altri degli anni passati insieme, io sentivo che eravamo amici. Non lo sentivo mai quando eravamo noi due soli, perché eravamo diversi da come ci raccontavamo; eravamo diversi, vivevamo in due città diverse per il resto dell’anno, ognuno di noi aveva una vita sconosciuta e solida da qualche altra parte, e poi arrivavamo un giorno su quel lungomare e per due mesi eravamo lì, in una pausa che segnava la scansione tra un anno e l’altro. E forse anche per questo pensavo che non eravamo amici, perché questa non era la nostra vita, ma un’interruzione. Tutte le estati erano uguali, mentre ogni inverno portava qualcosa di nuovo.
Tu pensavi esattamente il contrario. Arrivavi il primo luglio, ogni anno, mai un giorno prima né più tardi del primo pomeriggio, e sembrava che per te fosse finalmente finita la lunga pausa della stagione invernale: era arrivata l’estate, e bisognava approfittarne subito perché era il momento di vivere. Durava poco,  ma tu sapevi consumare le ore a una a una, proprio come chi le ha attese a lungo. Appena arrivato, percorrevi di corsa il lungomare, i due isolati che ci separavano, intanto che i tuoi genitori scaricavano i bagagli, e mi trovavi sul balcone che guardavo l’ultimo angolo possibile da dove saresti apparso, e poi scendevo giù di corsa. Questo, quando eravamo ancora bambini. Mi accorsi che avevamo smesso di esserlo, quando.............
[...]
Quando ci si incontra una volta all’anno, tutto sembra essere cambiato all’improvviso.
Invece durante l’inverno ogni giorno un piccolo pezzo di pelle si trasforma. Impercettibile.
E rivedendosi l’estate successiva, la metamorfosi è ormai avvenuta del tutto.
Non so se siamo stati amici. Ora di sicuro non lo siamo più. Ogni tanto ci incontriamo sul
lungomare e se siamo in compagnia di qualcuno, ci mettiamo a parlare del passato, sempre
del passato. Sembra che non riusciamo a fare altro – e ci scaldiamo, e raccontiamo gli episodi migliori dei giorni migliori, ci guardano divertiti, e ci chiedono come è possibile che non ci vediamo più. E noi rispondiamo che è vero, che una volta o l’altra dobbiamo ricominciare a stare insieme. Ce lo chiedono gli altri, noi no, abbiamo smesso di farlo pian piano, anzi no, abbiamo smesso di farlo all'improvviso, un’estate – come se fosse l’unica cosa da farsi, e quasi una liberazione. Non so se siamo stati amici, perché abbiamo passato tutti i nostri giorni insieme a competere, a litigare, a prenderci in giro.
Se ho un ricordo più netto degli altri, in quelle estati, era la fatica di arrivare alla fine di
ogni giornata senza litigare o soffrire per un torto, o portare a termine un qualsiasi gioco.
Avevo voglia di dire a tutti che essere amico di un altro era una cosa estremamente
faticosa, era un impegno continuo – a un certo punto avrei quasi consigliato di non
diventarlo.
[...]
[...]
Sembra che sia questo il momento di divertirsi e vivere, sembra che l'anno abbia un prima, un durante e un dopo.
E questo è il "durante" - bisogna approfittarne.
(da: Francesco Piccolo, “Storie di primogeniti e figli unici”,
Feltrinelli, Milano, 1998).




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