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I pregiudizi nel cercare aiuto professionale

Ieri sera decido di godermi in relax un film leggero, con due faccine di quelle che nelle loro mimiche, o assenza di totale di esse, mi fanno ridere, ovvero Neri Marcorè e Giampaolo Morelli in “Una Ferrari per due”.



Neri Marcorè é direttore marketing, anzi lo era, perché viene licenziato per ristrutturazione degli americani, che non guardano alle persone ma ai numeri, e il numero che lo condanna è anagrafico.
Giampaolo Morelli è il rampante direttore del personale che lo ha licenziato ma senza averlo mai neppure visto in faccia.

Si incontrano e si sviluppa la storia.

Penso al mondo da dove vengo, quello delle ristrutturazioni sui numeri e sull'anagrafica, dove a 40 anni sei vecchio.
Credo di essermene andata prima (anche) per non sentirmi dismessa, e vecchia prima del tempo.

Un mondo di squali che si mangiano e non sanno che verranno mangiati, a prescindere dalla bravura.
Chissà perché, mi chiedo, il mondo politico tiene per sempre gli inetti e i ladri, gli incapaci e i raccomandati; il mondo aziendale ha tagli, indipendenti dalla bravura delle persone, delle giornate e nottate passate a lavorare, producendo risultati.

Dunque il film nei contenuti non era poi così leggero, in più Neri Marcorè è finito a vendere ombrelli e smacchiatori fuori della metropolitana, sono tre anni che ha perso il lavoro ma alla ex moglie e alla figlia non ha detto nulla, anzi continua a mantenere la figlia in un costoso collegio.

Ormai è chiaro che film vuol far riflettere, sulle relazioni, la vita, le difficoltà lavorative della nostra epoca.

Lo scivolone arriva quando Neri corre preoccupato dalla ex moglie chiedendole se va "in analisi" e se prende psicofarmaci (detto poi da chi per tre anni non riesce a raccontare la verità e vive nella bugia oltre che in totale solitudine tutte le sue oggettive difficoltà).

Ancora una volta la televisione perde la possibilità di comunicare in positivo, di diffondere l'aiuto professionale come un opportunità per rendere migliore la vita nei momenti in cui le difficoltà si presentano taglienti.
In un mondo in cui i comportamenti a rischio sono ad ogni angolo e in tante, troppe famiglie,  dall'alcol al gioco d'azzardo, al bullismo, alle violenze gratuite fatte passare per passionali; le depressioni continuano ad essere motivo di biasimo, e generano nei familiari una generica "preoccupazione", pacche sulle spalle e vedrai che passerà.

Invece di un incoraggiante, costruttivo e supportivo: stai cercando aiuto, vero?
Neri si preoccupa che lei sia genericamente in analisi, parola usata con leggerezza svuotata di ogni significato.

Come se ad una persona che avesse fame, le dicessimo: stai mica mangiando, vero?


Basta stereotipi che fanno male e feriscono, allontanano le persone da un aiuto possibile e concreto, per restituire fiducia, speranza e motivazione.

Se e quando un genitore si sente incerto nella sua capacità di aiutare i figli, inutile dire: tanto quello che faccio sbaglio.
Sa di alibi.
Se vuoi aiutare tuo figlio, cerca l'aiuto giusto per te, perché le tue stesse parole siano un alleggerimento per il cuore e non una condanna.

Se un marito, una moglie, un amico vede un amico in difficoltà, che già vuol dire che l'altro si fa vedere in difficoltà, non andiamoci sopra con uno schiacciasassi, come ho raccontato ad es. qui

Cercare aiuto nel modo e con le persone giuste (come sempre lo dico a tutti i miei colleghi che mi leggono: intendo qui qualunque persona professionalmente ed eticamente preparata per sostenere il bisogno specifico) vuol dire prevenire, evitare problemi più grandi, alleggerirsi di pesi che fanno male e fanno camminare con difficoltà.

Vuol dire respirare, gioire, saper accettare cadute e salute, successi e sconfitte.
Anche il successo per alcuni è un peso, quello che sembra invidiabile a te, magari per un altro è una corsa all'essere accettato, a dover essere sempre al massimo, a non potersi permettere semplicemente di riprendere fiato.



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