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Counseling: l'ascolto senza giudizi, condanne, manipolazioni



Ci sono persone che si credono perfette e dall'alto della loro perfezione ed immensa saggezza, possano dirti come vestirti, come truccarti.
Come agire, con chi fare pace, come parlare, sulla necessità di essere più radiosi, meno incazzati.
Dispensatori amorevoli di consigli che di amorevole non hanno nulla.


Sono giudizi, affilati come coltelli.
Tu sbagli a fare quello che fai, come lo fai. Tu, in sostanza, SEI sbagliato/a.

Vogliono sapere, ma non di te, solo per farsi i fatti tuoi, e l'attimo dopo trovare il modo per farti sentire, di nuovo, che hai sbagliato a farlo, perché certe cose non si raccontano.

Oppure per dirti che, non è possibile, che sei un pazzo/a che ti sei inventato il racconto, o che l'hai esagerato.
Che ti ricordi male, e di nuovo, ti stai sbagliando.

Ci sono momenti, più di altri, in cui mi rendo conto che il lavoro di un counselor, con questo nome che si confonde con consulente o dispensatore di consigli, risulta davvero irritante.
L'opposto di ciò che é.

Le persone credono di dirti cosa dovresti e non dovresti fare, come dovresti essere invece, ma davvero, pensano che basti un consiglio così saccente e invadente a rendere possibile un cambio nell'altro, il "consigliato"?

Ti illudono di poterti aprire, raccontare, a me puoi dire, di me ti puoi fidare.
L'attimo dopo il coltello del giudizio ti fa a pezzetti piccoli e inutilizzabili.

Il counseling NON è consigliare.
Il conseling non è conoscere le intime confessioni per usarle a scopo manipolatorio.

Il counseling è ascolto vero, è non giudizio, è scoprire insieme, accanto alla persona, come può sentirsi meglio, come può agire meglio, come può essere più felice e più libera.
Come imparare di nuovo a fidarsi, ad aprirsi.
Come può essere se stesso/a.

Tutto questo viene offerto proprio attraverso il NON giudizio e nessun consiglio.

Certo è strano scoprire che un mondo così esiste. Specie se siamo cresciuti in quell'altro.
Dove tutti parlano male di tutti, dove non se ne salva uno, dove si è isterici, violenti, arrabbiati con la vita ma senza riuscirlo mai a vederlo in sé stessi, ma negli altri.

Chi sono Paola le persone che vengono da te?
Cosa hanno perso? Cosa si sono dimenticate?

La cosa triste è che non hanno dimenticato proprio nulla.
Sono solo cresciute in una famiglia dove l'ascolto è stato uno strumento di manipolazione e di guerra.

M. mi dice:
"ho sempre desiderato sentirmi ascoltata così. senza giudizio, senza punizioni. senza ritorsioni. senza interpretazioni.senza condanne.
Da quando vengo da te so che quello che desideravo esisteva. Non ero pazza. Ora l'ho trovato".

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