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Counseling 4 Expatriates

Cambiare paese.
Quante volte ci abbiamo pensato.
L'idea di una vita migliore, un lavoro o un amore da raggiungere.
O, come avveniva con i nostri avi, una speranza.



Così salutiamo amici e parenti, ricacciamo le lacrime in gola, sappiamo che oggi è più facile vedersi e sentirsi, restare in contatto e poi ci sono gli aerei, è solo questione di ore e possiamo essere dall'altro lato, da dove veniamo.

La quotidianità invece è lì dove abbiamo scelto di essere.
Con entusiasmo, con paura, con un sacco di emozioni che neanche sapevamo di poter avere contemporaneamente.

La cultura del paese dove arriviamo non ci accoglie, non è lì per noi.
Procede da secoli prima di noi e incurante di noi con i suoi modi di fare.
Pensavamo di essere forti e abili, ed invece ci scontriamo con difficoltà impreviste.
Una lingua sconosciuta che ci tiene distanti e ci rende piccoli spettatori, buffi nei tentativi di farci capire, di partecipare, di comprendere e farci accettare.
Sembriamo stupidi a noi stessi -più piano, non conosco la lingua-e agli altri, spazientiti nel dover ripetere,
A volte rinunci e te ne stai lì, senza più ascoltare e senza neanche tentare di partecipare.

Di te si ride, anche se stai facendo un discorso serio, quando sbagli la pronuncia.
Intanto loro cambiano, storpiano la pronuncia del tuo proprio nome, della tua identità anche se a te non fa affatto ridere.
Quando anche ricordano di pronunciarlo il tuo nome, se mai riesci a esistere per loro.

Dal medico "the pen is on the table, the cat is black" non aiutano a descrivere la nostra storia dalla nascita, in questa cultura è così.
Inutile tentare di insistere nell'avere del ghiaccio in infermeria per una slogatura: prima rispondi  a 4 pagine di questionario, incluso la data dell'ultima mestruazione, e di quali problemi soffrono i tuoi, se sono ancora vivi, e tu che sei distante, ti vengono i lacrimoni, e non capisci perchè non si potrebbe intanto risparmiare tempo e rispondere a quello stupido questionario magari con il ghiaccio sulla caviglia.

Le differenze sono tantissime, e ogni giorno erigono muri più alti. Tu di qua e loro di là.
Compreso il tuo amore, compreso il tuo lavoro, compreso il motivo per cui ti trovi là.

Allora  
il counseling è una risposta, una possibilità.


Un luogo di incontro e di accoglienza. Di ascolto e di tempo che rallenta, e di persona che è lì per te.
Di te che ti riappropri del tuo essere persona.
Di te che prendi per mano le tue emozioni e le riconosci e ne fai qualcosa, e le trasformi.
E riparti. Cambi qualcosa, vai avanti o torni indietro magari, senza restare incastrato nel limbo.
Più consapevole e più visto, ascoltato, compreso.




Expatriate (forma abbreviata, expat) è una persona temporaneamente o permanentemente residente in un paese e cultura diversa da quella di provenienza.
Nonostante la parola provenga dal latino  ex ("fuori da") e patria - in Italia non è di uso comune.
I sinonimi, sono carta vetrata anche senza pronunciarli: emigrante, fuoriuscito || Altri termini correlati: esiliato, esule, fuggiasco, profugo.

risorse utili on line:
www.easyexpat.com
www.blogexpat.com

L'Expatriate counseling è diventato (anche) un franchise, che poggia sull'assunto che per aiutare un expat, i counselor abbiano sperimentato sulla propria pelle l' essere expat.

Paola Bonavolontà

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