Iscriviti ai Feed C4U su Facebook Seguimi su Twitter Seguimi su Istagram Scrivimi Skype Linkedin

Pagine

Counseling is good 4 you

Benessere delle 4 c: cuore, corpo, cervello, contesto. Tutto il benessere del counseling di Paola Bonavolontà.

L'entusiasmo di un nuovo inizio

E' arrivato settembre, quella metà dell'anno in cui tutto ricomincia e si fatica a riprendere.
Odio rimettere le scarpe che non entrano più, lasciare i piedi abbronzati chiusi e stretti dopo mesi di libertà ed acqua, quest'anno di pioggia.

Per essere contenti di settembre devi rivedere persone che ami, avere mani da stringere, sorrisi e occhi da ritrovare.
Parlate fitte a raccontare il tempo della pausa estiva, il tempo della pausa nella relazione.
Per essere contenti di settembre devi andare incontro a qualcosa di bello, di grande, di gioioso.
L'ho sentita questa gioia nel petto. Finalmente torna a scorrere.

In tutti questi anni da allora ho evitato quella data sul calendario così rigida e uguale, impettita a ricordare silenziosa, il cambiamento subìto, non scelto.
Qualcosa che non è mai stato nelle nostre mani eppure è stato tolto e strappato ad ognuno, anche a chi era distante e di quelle torri non ne sapeva niente, tranne che erano lì.
Da allora c'è sempre stato un prima e un dopo, quell' 11 rigido impettito e distrutto.

Tra il prima e il dopo, quel giorno però torna ogni anno a sospendere tutto, nel silenzio ovattato e freddo, rabbia e dolore, ricerca di lacrime in solitudine, voler tenere dentro un evento che tutti conoscono e tuttavia è intimo e tale resta, ma non in pace.

Il freddo dentro è finito, lasciando i se e i ma finalmente dietro, o forse solo per un solo giorno, poi torneranno, ma intanto che bello poter sentire lo spazio lasciato vuoto da un macigno.

Torno finalmente ai progetti, ad andare verso e non solo lontano da.


Mi accorgo che scrivendo ho messo insieme quello che farò nel prossimi giorni, ed anche un po' più in là.

I progetti nascono da lontano e poi sembra che te li trovi d'improvviso tra le mani.

Ma è una costruzione continua di relazioni dentro e fuori. Mani da stringere, occhi da incontrare, una storia da raccontare che è proprio la nostra, con luci ed ombre, emozioni, cambiamenti.

Tempi accelerati dentro e lenti fuori, tempi lenti fuori e veloci dentro.
Ritrovare il tempo del respiro, del finalmente sorrido.

Nonostante i se, nonostante i ma.
Nonostante gli errori.

Nonostante le ombre.



Sentire l'accordo che c'è tra cuore e corpo cervello contesto.


Continua...

6 Passi per smettere di odiare se stessi

Il 10 e 11 settembre sono le giornate dedicate alla prevenzione del suicidio.

Se non ne parliamo, non vuol dire che non esista.
Vuol dire credo lasciare più sole le persone che ci hanno pensato o che hanno subito questo evento loro malgrado, compiuto da una persona vicina.

Nel 2000 circa 1 milione di persone ha perso la vita a causa del suicidio,
ma un numero da 10 a 20 volte più grande ha tentato il suicidio. 

Ovvero, una morte per suicidio ogni 40 secondi ed un tentativo di suicidio ogni 3 secondi.

Muoiono più persone a causa del suicidio che per i conflitti armati di tutto il mondo e gli incidenti automobilistici.
In tutte le nazioni, il suicidio è attualmente tra le prime tre cause di morte nella fascia di etá 15-34 anni.
Se i fattori centrali che conducono allo stigma sono l’ignoranza, la paura e l’ostilità, allora gli antidoti debbono essere l’informazione, la rassicurazione ed efficaci e autorevoli campagne anti-discriminazione.(fonte dati qui)

Secondo una testimonianza ODIARE se stessi è un fattore di pericolo, ammetterlo è stato un passo importante, ma in un viaggio lungo, in cui vorrebbe aver camminato come in una specie di fiaba di Disney/momento Oprah in cui le tutti gli amici sono in prima fila ad applaudire, e dire cose come: ce l'hai fatta, amico. siamo qui per te.
Ma ovviamente la realtà era molto diversa.

Un misto di depressone e molte esperienze dolorose, rabbia non elaborata e perciò interiorizzata, la sensazione di essere un mostro che non meritava nulla.

Un modello di odio di sé difficile da rompere, per il quale, oltre a chiedere supporto specialistico, suggerisce 6 punti:

1. Riflettere sul perché ti odi - Mi odiavo per un sacco di motivi fuori dal mio controllo. Individuate queste ragioni mi hanno permesso di lavorare sui sentimenti di quei motivi e trovare modi efficaci per far fronte a quei sentimenti.

2. Trovare una cosa ti piace di te - Almeno una, che può aiutarti a iniziare a costruire più aspetti che ti piace su di te.

3 Pratica - L'odio di sé non scomparirà dall'oggi al domani. Mi odiavo 24 ore al giorno per sette anni. Se avessi avuto un giorno in cui non mi odiavo anche un'ora sola al giorno, era già  un grande cambiamento.

4 Fare qualcosa di più grande di te - Che si tratti di religione, spiritualità, volontariato o semplicemente passare il tempo con le persone, facendo qualcosa che li collega ad altri o uno scopo è di vitale importanza.

5. Creare un ambiente sano - ero circondato da persone che non vedono un problema il fatto che fossi svenuto per 22 ore. Avevo bisogno di trovare persone che mi sostenessero nelle scelte più sane e mi  ricordassero il motivo per cui dovevo piacere a me stesso. Questa cosa non puoi farla da solo.

6. Imparare dalle battute d'arresto - Come ho imparato a piacermi me è stato facile ricadere in vecchi schemi, pieni di negatività e disperazione. E 'stato importante per me celebrare piccole vittorie e costruire me stesso un passo alla volta.

Una bella testimonianza.
---
Magari il tuo non è proprio odio,  l'idea del suicidio non ti ha mai neppure sfiorato, ma hai mai pensato quanto il tuo dialogo interno non rode ogni giorno la tua autostima?

Mostrino, di cui tanti di voi ne hanno seguito le avventure, è stato il magnete delle mie personali invettive.
Dando a lui la colpa, mi rendevo conto di quante me ne facevo da sola, senza più neanche accorgermene.

Quanta ostilità, non perdono, non accettazione nei miei stessi confronti.
Attenzione, non vuol dire "sono fatto così e non posso farci nulla", resto nella mia imperfezione, ma cosa posso fare per star bene, lì dove voglio?
Dove mi faccio male ripetutamente e in modo eccessivo, feroce, persecutorio?

Il 27 Settembre vorrei invitarvi a fare un pezzetto dello stesso percorso che ho fatto in questi mesi.
Scegliere insieme il vostro mostrino e farci i conti, in modo ludico, divertente, ma estremamente utile ed efficace.
Magari si potrebbe farci anche un po' pace. Ci facciamo la guerra con feroce accanimento, sempre allo stesso modo, spesso doloroso ed inutile.
Allora cambiamo modalità e creiamo le premesse per disprezzarci di meno ed apprezzarci di più.

Diamoci la possibilità di cambiare, specie quello che ci fa male.

Continua...

Un padre ingombrante

Freud dice: ovunque io arrivi un poeta c'è stato prima di me.
Poeti, scrittori, compositori.
L'arte descrive stati d'animo, li dipinge, li affresca.
L'arte ti presta occhi che non sono i tuoi e ti fa guardare da quella prospettiva,
l'arte ti restituisce quello che hai visto e sentito tu ma non lo potevi o non lo sapevi dire.

Ho promesso che non avrei più parlato di libri, ma sono nel mezzo di uno che mi sta portando a spasso nell' infanzia di un bambino che ha un narciso come padre.

Perché da adulti forse alcuni di noi possono scappare lontano da un narciso/a, sempre che se ne rendano conto, sempre che si stimino abbastanza, sempre che...

Ma un bambino è un prigioniero.
Non può, deve stare lì dove la sorte lo ha messo.
Allora ecco perché amo i libri per esplorare le emozioni, per prendere un carattere e saperlo scandagliare ci vuole uno scrittore.
Non bastano i libri tecnici- spettatori in camice bianco, che sezionano freddamente l'umanità facendola sembrare distante e non parte della realtà di ciascuno.

Quando sei pronto il maestro si presenta, a me capita con i libri.
Quando sei pronto a vedere, ascoltare, passeggiarci dentro senza sprofondare.
Dunque in Soffocare di Palahniuk una madre terribile, in Via Gemito di Starnone è il padre.

Un libro cupo, triste, doloroso.
Lo consiglio a chi vuole riappropriarsi di emozioni di un infanzia e saperle descrivere e nominare.
Allo scopo di scongelare e vivere fuori da una gabbia antica.
“Quando uno non ha avuto un buon padre, deve crearselo”. Friedrich Nietzsche.
Lo consiglio alle donne che restano con un narciso, per vedere come potrebbe continuare la storia.

Tra le parole ingoiate per paura, tra famiglie che cercano di intervenire come si può, il padre narcisista di Via Gemito è un continuo guardare in un abisso, di cui però un bambino fa parte.


Un libro è sistemico, ti descrive tutto ciò che c'è intorno, il tempo, la società, chi guarda e proprio non sa che fare per intervenire senza far peggio o chi resta congelato davanti alla follia, perché poche storie, di follie si tratta.
Chi cerca di svalutare, sminuire, così fan tutti, succede in tutte le famiglie.

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.
Anna Karenina

Lascia stare, non guardare, non intervenire, fatti i fatti tuoi.


E anche non dire.
Così Starnone rende giustizia a tutti i non detti e ci rivela tutto il sentito che c'è dietro.
L'ambivalenza tra il disgusto di un padre manipolatore  e sprezzante e l'ammirazione, a brevi sprazzi, l'amore che ancora vorrebbe potersi liberare.
Le paure, i tentativi e il desiderio di piacere a un padre per scongiurare un pericolo vissuto da sempre, tra le urla e le bestemmie, e una colpa dichiarata a gran voce, ostentata, trafitta, che traduco con: maledizione a VOI.
Se voi famiglia non esisteste, a cosa ho dovuto rinunciare per colpa vostra, quanto mi avete rallentato, impedito, impacciato.

Ce ne sono di genitori così, di quelli che prima ti mettono al mondo e poi te lo rinfacciano, e sono frustrati e se la prendono con i più deboli e tu a guardare.

Perciò, quando un adulto mi racconta di aver sempre paura, e che lui è fatto così, immagino di essere davanti ad un altro sopravvissuto.
Se tra adulti assistiamo a cattiverie, piccinerie, ripicche, scorrettezze, violenze evidenti e nascoste, quello stesso identico mondo si riversa anche sui bambini.
Non c'è una recinzione che li tenga fuori.
In ostaggio e di proprietà.
Questo sono alcuni bambini.

Mi scorrono avanti i casi di cronaca di questi ultimi mesi e le interviste insulse: "era una brava persona" educato, salutava, stavano bene, lavoravano tutte e due.

Cosa potrebbero dire in fondo, ammettere l'impotenza di sentire senza sapere cosa fare?
O di restare attoniti che dietro quell'apparenza dismessa e gentile ci fosse un fiume nascosto di bile?

Tragedia annunciata. Delitto passionale, di gelosia.
Perché ci sono casi in cui si è colpevoli, sapete, di essere belli.
Di poter essere picchiati perché si provoca.
Non è vero, ma chi picchia ci crede. Crede che ogni cosa sia un insulto a sé.
Anche l'esistenza della propria moglie o dei figli.
Nemici. Casa come quartier generale "Chi cazz cumànna kaddìnt, io o voi?"

Il luogo che dovrebbe essere sicuro, diventa un incubo costante dove evitare anche di respirare, per cercare di non provocare l' esplosione inevitabile sempre in agguato.
Un bambino cresce in apnea, sentendosi in pericolo nella sua propria casa, cercando ora di farsi ombra ora scudo.

Mi pare che tutti possano intuire la follia, ma preferiscono sorvolare, pensare che è normale, che è carattere, che è un momento di nervosismo.


Poi quei momenti durano una vita, se non se ne prendono altre vite durante.

Continua...

Si può cambiare dopo gli anta?

E' bello ascoltare le domande che si fanno le persone, quelle domande che ti tengono distante da uno studio di non ben identificato consulente, perché da fuori sembra davvero complesso.

Oggi il quesito posto mi è parso estremamente interessante perché sembra che dopo una certa età (certa si fa per dire, è certa perché i documenti l'accertano così  ) tutto è nell'ormai.

ORMAI E' TARDI.

E' come arrendersi che certe cose non accadranno mai più, tipo innamorarsi, essere felici, conquistare o essere conquistati, sposarsi, prendere una laurea. CAMBIARE.

Metti la tua nell'elenco, e pensa a quanti anni pensavi così.

Io se non mi vergognassi scriverei che a 24 o 26 anni forse mi ero rassegnata al "dovermi" sposare sennò non mi avrebbe voluto più nessuno.
Quei modi di pensare che derivano da una mentalità e una mortalità neanche troppo distante nel tempo, dove le donne erano vecchie a 16 anni, poi a 20 e poi zitelle a vita.

Ora ci definiamo single, per scelta nostra o di altri a seconda dei momenti di disperazione, convinzione o felicità.

Ma comunque stavo dicendo.
Questa cosa che mi hanno consigliato in stile padrino buono e premuroso, ma sempre stile padrino che chissà che mi poteva succedere se lasciavo in questo blog la spiegazione della differenza tra counselor, psicologo, psicoterapeuta e psichiatra.
Che a volte pare che abbiamo cambiato tutti mestiere e facciamo i pm, ma non come lo facevo io che significa product manager, ma pm come pubblico ministero, pronti alle arringhe e alle carte in tribunale, alle virgole e alle interpretazione della legge.

Questa cosa non la dovevi dire...che in effetti vi sembra o no una scena del padrino?

Però poi così si lascia il campo a tanta altra gente che di parole sbagliate e palle sparate non si sa perché poi sta gente più spara in alto e più nessuno va da loro a dire  "compà questa cosa qui non sa da dire" soprattutto perché ve la siete inventata, aggiungerei io.

Così succede che chi ha bisogno continua a non capire niente, e aspettare che magari col tempo qualcosa cambia, ma il tempo così si perde, non si cambia.

Allora ecco voglio dire che i percorsi di crescita, di terapia, o di qualunque indirizzo scegliate non devono per forza essere tremendi, dolorosi, infiniti, pieni di lacrime a lungo ingoiate.

No. Si ride pure, si impara a ridere e sorridere e respirare e si incontra gente bella, e si scoprono cose nuove, l'ormai si trasforma in "magari l'avessi fatto prima" perché avrei goduto più a lungo.
Si impara a scoprirsi e a piacersi pure!

Le possibilità sono tante, basta prenderle. Non restare in casa, addentarle, provarle, masticarle, riprovare e sentire se il sapore fa per noi, e se così non è, cercarne un altro.

Perché fermarsi è come aver fame e smettere di mangiare perché la pizza non ci piace (ma chi è questo pazzo?), allora prova pure il tofu, dico io, anche se un dubbio che non stai bene ce lo avrei se al posto della pizza scegli il tofu.

Insomma, si, anche dopo gli "anta" si cambia.
Con il menu e il ristorante giusto, l'ambiente che vi si addice, addirittura c'è chi il ristorante ve lo porta a casa.
Non ci sono scuse, decidete di mangiare con gusto al tavolo della vostra vita!





Continua...

Obiettivi sempre più alti

[...]
i problemi che oggi sono in circolazione non sono più affrontabili, come un tempo, attraverso la psicoanalisi.
Gli strumenti psicoanalitici curavano il disagio dell'individuo, il disagio della civiltà nel senso che le condizioni miserabili in cui si viveva, in quella che io chiamo "la società della disciplina", dove il gioco era tra il desiderio di colui che voleva infrangere la legge e chi desiderava comprimere questo desiderio.
Oggi non è più questo lo scenario del dolore.

Lo scenario del dolore, soprattutto su impulso della cultura americana che spinge a tutta andata a raggiungere nel tempo più breve gli obiettivi, produce situazioni di ansie determinate dalla domanda.

Non più quella psicoanalitica tradizionale (cosa ci è permesso e cosa ci è proibito), ma cosa posso fare, cosa sono in grado di fare. 

Questa incapacità di raggiungere gli obiettivi quando l'asticella è posta sempre più in alto, crea un senso di inadeguatezza, di una mancanza di senso ed alla fine, al di là della tecnica che non ha scopi ma semplicemente funziona all'interno di una assoluta, radicale mancanza di orizzonti in vista di non si sa bene che.

Umberto Galimberti

Counseling come sviluppo di competenze e empowerment personale e professionale

Da ottobre un ciclo di incontri sul Personal Branding.

Lunedi 15 Settembre presentazione e miniprova presso Aspic di Roma. Solo su prenotazione

Continua...

Sabato

Prometto, questo è l'ultimo libro di cui vi parlo, ma per più di un motivo.
Poi, chi vuole continuare a seguire i miei "consigli" di parole, potrà seguirmi su

anobii.com/energiacreativa/.

In effetti che senso ha in un blog italiano parlare di libri se gli italiani ne leggono solo uno l'anno?

Se ci sono blog che vivono copiando interi libri e sono tanti, li ho visti, che acclamano la presunta autrice, non rendendosi conto neanche dei cambi stilistici evidenti, dovuti al fatto che gli autori sono infatti altri e tutti diversi?

Me ne vado a parlare delle mie ossessioni da un altra parte, quella di persone ossessionate come me.

In effetti Sabato - Ian McEwan  è un libro di un pensatore ossessivo,  parla di ciò che accade in un solo giorno, soprattutto nella testa del protagonista.
Pensieri affollano la mente, veloci, velocissimi, ripetitivi, nostalgici, lenti, assurdi.

Rispetto a libri dove, nello stesso numero di pagine si riesce a raccontare una vita intera, che ne so, penso a "La zia Marchesa" di Agnello Hornby, qui sono 24 ore, che sembrano non finire mai.

Ho dovuto superare un fastidio e una repulsione ad una scrittura, ad un ritmo, ad uno stile spaventante, pieno di dettagli chirurgici saltati cercando di tenere gli occhi chiusi fino a quando sarebbero finiti e sperando finissero prima della fine del libro.

Poi, come tutte le cose, ho iniziato a cogliere le analogie.
Passare il tempo - della vita o nel leggere il libro qui metaforicamente, a cercare di evitare il fastidio e sperare che ci sia altro che mi aspetta.

Notare come rincorriamo pensieri che diventano preoccupazioni e poi in un lampo, più forte, qualcosa arriva a fare battere il cuore forte e farci accorgere che le cose che amiamo sono tutte in una stanza, ci arrabbiamo troppo e ci incartiamo di pensieri inutili.

I pericoli sono fuori dalla finestra e poi dentro una stanza, entrano in un giorno che pensavamo fosse di tutto riposo, e mi chiedo allora se il riposo ogni tanto non dobbiamo prenderlo proprio da noi stessi, da quei pensieri inutili che non ci fanno compagnia ma ci tengono in ostaggio.

No, non sto di fatto consigliando di leggerlo.
Mi chiedevo leggendolo perché scegliere questo stile, questa angoscia e questo ritmo se invece posso continuare a sorridere beatamente con Francesco Piccolo?

Ecco, in fondo anche i pensieri possiamo sceglierli noi, e se si affollano inutili, ricoloriamoli.
Se quello che succede nella mente è spaventoso, possiamo scegliere semplicemente altri pensieri.



Continua...

Libri e carezze

Fatti un regalo, una coccola una carezza.
Concediti tanti sorrisi, pure tu che di solito leggi poco, c'è tanto da ricevere, riconoscere di se, di come siamo cresciuti, di certe piccole ossessioni che poi sono diventate grandi, di amici grandi che poi sono diventati piccoli, e noi, che non si sa se siamo davvero cresciuti o una parte di noi, è certo è ancora quella, che prende la mano del fratello per andare a scuola.

«Quando ero piccolo, e andavo a scuola insieme a mio fratello, mia madre mi diceva di tenerlo per mano, e questo mi sembrava giusto e anche responsabile. Quello che non capivo è perché mi diceva sempre: "mi raccomando, quando passate per quella strada dove non c'è il marciapiede, mettiti sempre tu dal lato della strada, dove passano le automobili". Io lo facevo, e lo facevo con diligenza, ma ero molto dispiaciuto. Per me significava: "io spero che nessuna auto vi butti sotto, ma se proprio dovesse succedere, preferisco che muoia tu piuttosto che lui"».

Leggilo anche tu che mamma lo sei diventata e dici di non aver tempo per leggere, ma queste storie qui sono brevi e non c'è bisogno di imparare nomi di famiglie, perché in qualcuna di certo ti riconoscerai, e prima di dare dello sfaticato a tuo figlio perché non mette la tavola comprenderai che è possibile abbia delle altre qualità, a rispettare la diversità e la ricchezza di ognuno. Anche la tua.

Ecco qualche riga dal libro, perché mi ha fatto pensare alle amicizie finite, a quelle mai esistite, anche agli amori che erano solo nella nostra testa, o nel voler costruire un immagine fuori di come ci eravamo immaginati anche noi stessi.

Le estati del rancore
Come abbiamo fatto a restare amici così a lungo. Che poi non so se siamo stati amici per davvero, o meglio non so se due ragazzi che si vedono ogni estate in una piccola città di mare, e lì stanno insieme, sempre insieme per due mesi, e poi in inverno non si vedono e non si sentono, possono definirsi amici. Oh certo, non facevamo altro che definirci amici quando qualcuno ci chiedeva di noi, amici per la pelle, da sei anni, poi sette, otto, nove anni, poi “da quando eravamo piccoli così”. Gli altri ci guardavano ammirati mentre ci ascoltavano ricordare gli anni e il tempo passato insieme, e provavano quel po’ di impotenza che si ha di fronte a due ragazzi legati da chissà quale specialità determinata dal
tempo, e si capisce subito che non si potrà mai diventare uno di loro, che il tempo per diventare uno di loro è passato, bisognava incontrarli prima, “quando si era piccoli così”.
Ecco, quando parlavamo agli altri degli anni passati insieme, io sentivo che eravamo amici. Non lo sentivo mai quando eravamo noi due soli, perché eravamo diversi da come ci raccontavamo; eravamo diversi, vivevamo in due città diverse per il resto dell’anno, ognuno di noi aveva una vita sconosciuta e solida da qualche altra parte, e poi arrivavamo un giorno su quel lungomare e per due mesi eravamo lì, in una pausa che segnava la scansione tra un anno e l’altro. E forse anche per questo pensavo che non eravamo amici, perché questa non era la nostra vita, ma un’interruzione. Tutte le estati erano uguali, mentre ogni inverno portava qualcosa di nuovo.
Tu pensavi esattamente il contrario. Arrivavi il primo luglio, ogni anno, mai un giorno prima né più tardi del primo pomeriggio, e sembrava che per te fosse finalmente finita la lunga pausa della stagione invernale: era arrivata l’estate, e bisognava approfittarne subito perché era il momento di vivere. Durava poco,  ma tu sapevi consumare le ore a una a una, proprio come chi le ha attese a lungo. Appena arrivato, percorrevi di corsa il lungomare, i due isolati che ci separavano, intanto che i tuoi genitori scaricavano i bagagli, e mi trovavi sul balcone che guardavo l’ultimo angolo possibile da dove saresti apparso, e poi scendevo giù di corsa. Questo, quando eravamo ancora bambini. Mi accorsi che avevamo smesso di esserlo, quando.............
[...]
Quando ci si incontra una volta all’anno, tutto sembra essere cambiato all’improvviso.
Invece durante l’inverno ogni giorno un piccolo pezzo di pelle si trasforma. Impercettibile.
E rivedendosi l’estate successiva, la metamorfosi è ormai avvenuta del tutto.
Non so se siamo stati amici. Ora di sicuro non lo siamo più. Ogni tanto ci incontriamo sul
lungomare e se siamo in compagnia di qualcuno, ci mettiamo a parlare del passato, sempre
del passato. Sembra che non riusciamo a fare altro – e ci scaldiamo, e raccontiamo gli episodi migliori dei giorni migliori, ci guardano divertiti, e ci chiedono come è possibile che non ci vediamo più. E noi rispondiamo che è vero, che una volta o l’altra dobbiamo ricominciare a stare insieme. Ce lo chiedono gli altri, noi no, abbiamo smesso di farlo pian piano, anzi no, abbiamo smesso di farlo all'improvviso, un’estate – come se fosse l’unica cosa da farsi, e quasi una liberazione. Non so se siamo stati amici, perché abbiamo passato tutti i nostri giorni insieme a competere, a litigare, a prenderci in giro.
Se ho un ricordo più netto degli altri, in quelle estati, era la fatica di arrivare alla fine di
ogni giornata senza litigare o soffrire per un torto, o portare a termine un qualsiasi gioco.
Avevo voglia di dire a tutti che essere amico di un altro era una cosa estremamente
faticosa, era un impegno continuo – a un certo punto avrei quasi consigliato di non
diventarlo.
[...]
[...]
Sembra che sia questo il momento di divertirsi e vivere, sembra che l'anno abbia un prima, un durante e un dopo.
E questo è il "durante" - bisogna approfittarne.
(da: Francesco Piccolo, “Storie di primogeniti e figli unici”,
Feltrinelli, Milano, 1998).


Per chi sente il bisogno di venire a raccontare la sua estate, il durante che è già stato, tra piogge e temporali, fuori e magari anche dentro di noi, nel vento o nella calma, l'appuntamento è il 13 Settembre con " le Cartoline dell'estate".

Il laboratorio creativo ed emozionale al ritorno dalle vacanze, che tu le abbia fatte belle, ed a maggior ragione,  se così non è andata.


Continua...

Non disperare nelle vita

…non bisogna mai disperare nelle vita perché, quando tutto sembra perduto, accade qualcosa che ci viene incontro e ci aiuta.
La nostra vita è quella che la nostra mente crea giorno dopo giorno, e noi siamo lo specchio di quei pensieri.

Tutte le nostre inquietudini si ripercuotono sulla salute fisica e mentale, limitano e indeboliscono la capacità creativa, provocando incertezze e timori.

Tutto quello che nella vita deve accadere accadrà, quindi è inutile preoccuparci più del dovuto perché così non facciamo altro che peggiorare la situazione.
Bisogna cercare di prendere quanto ci capita con ottimismo e ricordare che la vita è sempre degna di essere vissuta, anche quando è noia, fatica, delusione.
La notte non è mai così nera come prima dell’alba, ma poi l’alba sorge sempre a cancellare il buio della notte.
Così ogni nostra angoscia, per quanto profonda, prima o poi trova motivo di attenuarsi e placarsi, purchè lo vogliamo.
Sappiamo che c’è la luce perché c’è il buio, che c’è la gioia perché c’è il dolore, che c’è la pace perché c’è la guerra e dobbiamo sapere che la vita vive di questi contrasti.

[...] nella vita ci sono giorni pieni di vento e pieni di rabbia, ci sono giorni pieni di pioggia e pieni di dolore, ci sono giorni pieni di lacrime;
ma poi ci sono giorni pieni d’amore che vi danno il coraggio di andare avanti per tutti gli altri giorni.

Romano Battaglia
Notte infinita

Continua...

La depressione e come uscirne spiegata da un cartone

Un cartone meraviglioso che spiega la depressione e come uscirne a cura del world health organization.



Se ti senti in difficoltà mai aver paura di chiedere aiuto.
Non c'è nulla di cui vergognarsi.
L'unico peccato è perdere la vita.

The only shame is missing out life.





Nota:come detto più volte il counseling NON è un approccio indicato per la depressione.
leggi qui  oppure qui per la differenza tra counseling e psicoterapia.

Continua...

Chi ha troppo successo non può ammalarsi?

Davanti ai giudizi amari e tendenziosi, invadenti e poco rispettosi, insulti più che giudizi, meglio che io mi astenga dal commentare a mia volta e cerco di rendere questo momento di dolore utile per qualcuno.

Ho letto da qualche parte: affinché la morte di Robin Williams non sia vana.


Pochissimo tempo fa ho affrontato l'argomento suicidio, vi ho chiesto di condividere le vostre strategie per superare i momenti bui.

In questi giorni però viene alla luce una categoria speciale, che gode a poter distruggere, ergersi a giudici, esperti di vita, e a criticare, diffondono veleni e luoghi comuni. Errati, ovviamente.

Vediamoli insieme.

Chi si suicida è "egoista" nelle infinite declinazioni e variazioni del concetto.

Ma che vuoi che gliene freghi ad uno che si sente solo e sconfitto, dilaniato e svuotato, senza speranza e senza nulla da offrire e da valere, dicevo, che gliene può fregare di essere egoista, seppure così fosse?

In quel momento si sente solo e abbandonato, non si può essere egoisti, si vede nero, come di notte, quando esistono gli alberi e altre persone e cose accanto, ma la luce è spenta, esistono, ma non per te che non li vedi.

E' depressione, e la depressione è una malattia. PUNTO.

Minore o maggiore, chi sei tu per dirlo o per sminuirlo? Per paragonare che per te che guadagni poco o niente, sì che la vita è difficile eppure non ti suicidi tu.

Bene, ora se ti facciamo un applauso possiamo andare avanti?

Cosa avrà da lamentarsi, la vita è difficile per chiunque.

Cosa dovrebbero dire allora quelli che (elenco delle innumerevoli difficoltà, malattie, perdite)...

La depressione non viene riconosciuta come una "oggettiva" malattia fisica, come ad es. un arto mancante, puoi non comprenderla se non l'hai mai conosciuta, ma se non la conosci tu non vuol dire che non esista, e che sia grave, debilitante. Pericolosa.

Affrontabile certo, ma non con l'ignoranza o la svalutazione, o vedrai che passa, o con i tuoi giudizietti da invidioso che pensi, di nuovo erroneamente, che la depressione è una malattia, leggi un vizio, una debolezza, un vezzo, da ricchi.

(i brani seguenti sono interamente tradotti dall'articolo di Dean Burnett, dottore in Neuroscienze, docente e tutor in Psichiatria, comico e commediografo, autore del blog di scienza e humor "Brain Flapping" per il Guardian).

La depressione non discrimina.

Con tutti i soldi / fama / famiglia / successo che ha, come può essere depresso ?

La depressione (come tutte le malattie mentali), in genere non tiene conto di fattori personali. La malattia mentale può colpire chiunque. Abbiamo tutti sentito parlare della "follia" di re Giorgio III ; se la malattia mentale non risparmiava qualcuno che, all'epoca, era uno dei più potenti uomini ben allevati, perché dovrebbe risparmiare qualcuno solo perché ha una carriera cinematografica?

Certo, quelli con vite peggiori sono probabilmente esposti al maggior numero di fattori di rischio per la depressione, ma questo non significa che quelli con una ridotta probabilità di esposizione a disagi o eventi tragici sono immuni.

Il fumo può essere una delle principali cause di cancro ai polmoni, ma anche un non fumatore può morire di esso. Lo stile di vita di una persona non riduce automaticamente la loro sofferenza.
La depressione non funziona così.

Chi riteniamo "troppo di successo" per essere malato?

La depressione non è 'logica'
Per voler essere ottimisti,  potremmo dire che la maggior parte di quelli che descrivono il suicidio da depressione come egoista lo stanno facendo da una posizione di ignoranza.

Forse pensano che chi ha una depressione possa fare una sorta di tabella o grafico con i pro e i contro di suicidio e, nonostante i pro siano molto più numerosi, egoisticamente optare per il suicidio comunque?

Questo è, naturalmente, senza senso.

Uno dei principali problemi con la malattia mentale è che impedisce di comportarsi o pensare "normalmente" (...). Un malato di depressione non pensa come un non-malato nello stesso modo in cui una persona che sta annegando non "respira aria" come fa una persona sulla terra.

La situazione è differente. Dal punto di vista chi soffre, la loro autostima può essere così bassa, la loro prospettiva così desolante, che le loro famiglie / amici / fan sarebbe molto meglio senza di loro nel mondo, ergo il loro suicidio è in realtà intesa come un atto di generosità? Alcuni potrebbero trovare una tale conclusione offensiva, ma non è diversa dalle accuse di egoismo.

L'accusa "egoista" spesso implica che ci sono altre opzioni il malato ha, ma ha scelto il suicidio.
O che è la "via più facile".

Ci sono molti modi per descrivere il tipo di sofferenza che prevale su un istinto di sopravvivenza che si è evoluto nel corso di milioni di anni, ma "facile" non è uno di essi.

Forse niente di tutto ciò ha senso da un punto di vista logico, ma insistendo sul pensiero logico da qualcuno nella morsa di una malattia mentale è come insistere che qualcuno con una gamba rotta cammina normalmente; logicamente, non dovresti farlo.

[...] Le accuse di egoismo sono loro stesse egoiste?

 Diciamo che non sei d'accordo con uno dei suddetti, che ancora ritieni che per qualcuno con una carriera di successo e la famiglia che si suicidi è egoista. Fine. La tua opinione, hai diritto ad averla, per quanto possiamo essere in disaccordo.

Ma perché si vuole dichiarare pubblicamente che il recentemente scomparso è egoista? Soprattutto quando la notizia è appena uscita, e le persone sono chiaramente tristi di tutta la faccenda?

Perché è sempre così importante per te criticare il defunto ? 

Che tipo di servizio stai fornendo in questo modo, che si fa così giustificato gettare accuse di egoismo in giro?
Pensi che la depressione è " di moda ?
E criticando i malati si può scoraggiare altri dal" unirsi "? [...] Vediamo molte più foto da Marte in questi giorni, perché abbiamo i mezzi per farlo adesso, non perché è improvvisamente trendy.

Forse si sta cercando di dissuadere chiunque altro possa leggere le vostre opinioni da considerare il suicidio per se stessi? Dato che le statistiche indicano che una persona su quattro soffre un qualche tipo di problema di salute mentale, questo non è che un evento improbabile.

Ma se qualcuno è veramente depresso e sente la sua vita inutile, visto che gli altri considerano il loro sentimento egoistico può sicuramente solo sottolineare il proprio disgusto di sé e desolazione?

Si suggerisce che le persone li odiano anche nella morte. 

Forse conoscete alcune persone che hanno "tentato" suicidio esclusivamente per l'attenzione?
Giusto; una conclusione discutibile, ma anche se hai ragione, e allora? Sicuramente qualcuno che riesce a commettere suicidio è un vero e proprio malato che merita la nostra simpatia?

Forse si sente che coloro che esprimono il dolore e la tristezza sono sbagliate e dovete mostrare loro che si conosce meglio, non importa quanto sconvolgente esse possono trovare? E questo è un comportamento altruista come, esattamente?

Un individuo brillante ma tormentato si è tolto la vita, e questa è una tragedia.

Ma continuare nelle ignoranti accuse di egoismo certamente non eviterà che ciò accada di nuovo.

Le persone non dovrebbero mai essere fatte sentire peggio per soffrire di qualcosa al di là del loro controllo.



In conclusione, con le parole di Zelda, figlia di Robin:

Per tutti coloro che stanno inviando negatività sappiate che alcune parti giocose di lui stanno mandando stormi di piccioni a cagare sulla vostra macchina appena lavata.


Qualche ora dopo ha voluto chiudere gli account twitter e istagram per "commenti crudeli e non necessari"  di troll, meglio conosciuti come cacche umane.


Nota:

ci sono approcci psicoterapeutici e psicoterapeuti meravigliosi. Tanti modi per farti aiutare e sperimentare la felicità sulla pelle, piccoli attimi, percezioni e poi sempre di più, periodi più lunghi di luce (il counseling NON è invece indicato per la depressione). Chiedi aiuto.

numero verde prevenzione suicidio 800.507.717
Continua...

Che segno sei? (che talenti hai)

Nei segni zodiacali non ci ho mai creduto poi tanto, faccio confusione e non ricordo anche se li studio, come i modelli delle macchine e in generale, quello di cui non mi importa niente.

Non ricordo neanche i titoli dei meravigliosi libri che ho letto, né i contenuti, non è Alzheimer, è sempre stato così, per quanto non mi sia mai piaciuta questa cosa di me.
Non ricordare quello che vorrei e ricordare quello che fa male.

Il segno zodiacale è un impaccio, a scoprire chi siamo realmente.
Sin da piccole/i cominciamo a leggere le previsioni astrali e come andranno gli anni, sperando che dipenda dalle stelle, dimenticando troppo spesso che dipende da noi.
Come siamo allora noi? Intraprendenti, coraggiosi e forti?
Come siamo davvero?
Quando qualcuno mi incontra e mi chiede " che segno sei?" e subito aggiunge "bello" io mi chiedo bello di che, bello perché.
Per me l'oroscopo significa sperare in qualcosa su cui non posso influire, significa aspettare la manna, senza agire di mio.
Magari poi esiste comunque il karma, o il fato e dunque è uguale se non ti dai da fare affatto, ma io intanto ci provo, seppure con affanno, inciampi e sbucciature varie.

Se "a capa è na sfoglia e cepolla" il cuore cos'è?
Come conquistare un leone o uno scorpione, un pesce dovrebbe essere sostituito da "come conquistare te stesso".

Non è l'oroscopo quello su cui avremmo dovuto perder tempo, a farci dire da altri quali caratteristiche abbiamo.
Un capo nato, volontà e determinazione. Combattività. Parole mai come in questo momento vuote che non sento mi possano descrivere, non riconosco mie.

A settembre un percorso per scoprire i talenti.




Continua...

La vita è una treccia

Perché mamma non mi ama?
Ti sei mai fatto questa domanda?
Martellante e persistente, doloroso quesito a cui si cercano risposte dietro ogni gesto mancato, abbraccio non ricevuto, rifiuto palese, disgusto mal celato.
Una ferita che stravolge e travolge la vita di una bambina, diversa dai suoi fratelli senza comprendere il perché.

In che modo influisce sulla vita e sulle scelte affettive?
Sulla resilienza, se questa è il dono inaspettato che ne discende.
La resilienza dal latino “saltare indietro, rimbalzare”, la capacità di risalire su un imbarcazione rovesciata, e nell'accezione psicologica, la capacità di adattarsi, riuscire, farcela nonostante difficoltà e ferite.

Nel libro meraviglioso di Simonetta Agnello Hornby "La zia marchesa" edito da Feltrinelli, la protagonista arriverà alla sua risposta, strana per la verità, incomprensibile a tratti, ma la storia e la vita, il periodo storico siciliano ed italiano narrato nelle sue pagine offre tante riflessioni e sguardi sui cambiamenti sociali, sul ruolo della donna.

Duecento anni ci sono voluti, forse, per rendere le donne, ma anche gli uomini, liberi di poter seguire le proprie passioni, liberi di nascere maschi o femmine.
O forse no, quest'ultima affermazione non è vera.
Uno dei capitoli è intitolato proprio "auguri e figli maschi".
Quanto ho ritenuto offensivo e odioso quest'augurio che esclude la nascita delle donne dagli eventi lieti.

Ed ancora: i giudizi della gente, sempre spietati. Eccentrica viene definita la marchesa perché ama usare le sue mani per cucinare, fare giardinaggio e ricamare.

Gesti che possono aiutare, come in effetti accade nella storia, una persona a trovare sollievo, a sperimentarsi, ricavare soddisfazione, ed invece il mondo fuori non ha occupazioni proprie ed utili o costruttive se non restare a chiacchierare, spettegolare, criticare.

Tanti i temi nella "Zia marchesa", tanti i motivi per leggerlo, anche solo il modo in cui è scritto, con più piani narrativi, la differenza tra poveri e ricchi,  i dolci nella tanto contestata notte di Halloween non sono una invenzione "ammericana" ma piuttosto un antica tradizione nostrana, narrata con pennellate di colori e forme, restituendo sapori e storie che con un po' di fortuna, avrai ascoltato anche nella tua famiglia.


"La vita è come una treccia, ogni ciocca è importante e ha un significato. La prima è quella del dovere, che abbiamo tutti e che significa obbedienza; la seconda è quella della roba – chi l'ha deve stare attento a non farsela arrubbare e chi non l'ha ha soltanto la fame nelle budella e la vulissi assai – e la terza è quella dell'amore. E se una ha tutte e tre le ciocche belle forti, la treccia è bellissima e vive felice. Ma assai fimmine hanno la prima ciocca bella folta, mentre le altre due sono sottili. Se riescono a intrecciarsi la treccia bella non è, ma tiene, e la vita continua. Se invece la ciocca dell'amore addiventa troppo forte e quella del dovere è debole, la treccia non regge e si disfa: tre devono essere le ciocche, così è."


In questa estate ho scelto di parlarvi di libri,  non testi di studio o per addetti al settore, ma titoli che possono influire positivamente sulla mente e sul corpo secondo la Biblioterapia.

Se vuoi leggere gli altri post segui il link libri e  qui.

Continua...

La dipendenza da sesso

Da adolescente pensavo che le dipendenze fossero solo le droghe, quelle, leggere o pesanti, da cui mi si raccomandava di stare lontano.
Perdere il controllo però non è mai stata una cosa che ho desiderato, e quella fase per fortuna è passata senza che io ci cadessi dentro.
Ho scoperto poi che le dipendenze sono talmente tante che è certo che anche tu ne abbia una.
Tu, cioè anche io.
Sono dipendenze quelle da farmaci, da televisione, da internet, da relazioni, dal gioco, sigarette, alcol, pillolette varie, dal rifiuto amoroso (!!), dal cibo.
Sicuro ne dimentico qualcuna, aggiungi pure quella che ti viene in mente.

Una delle mie, che ho sempre considerato piuttosto innocua rispetto alle altre, sono i libri.
Compro, leggo, accumulo, non so dove mettere. Resto sveglia per finirli, ma non un ultima pagina e poi vado, no, tutto il libro proprio, a volte per interi giorni. Dovrei dormire e leggo, dovrei cucinare e leggo, avrei da mettere ordine, lavorare, fare telefonate, e invece no, ancora 5 minuti e poi diventa un ora, e poi la notte è finita.

Nella intensa pioggia estiva che mi ha fatto compagnia per tutta la durata della vacanza, l'unica positiva è che ho cercato di uscire fuori da quelle atmosfere bagnate e senza sole, proprio con i miei libri.

Ecco che mi imbatto in uno sulle dipendenze, ma su una strana forma di dipendenza, quella di cui non si parla, se non per sentito dire e quando riguarda vips.

Il titolo del libro è "Soffocare", l'autore Chuck Palahniuk, nelle copertine lo si definisce "idolo dei giovani" e "pulp" e "grottesco".
Io sono l'eccezione delle tre definizioni: uscita per anagrafe dal cluster dei giovani, il pulp mi fa impressione e il grottesco lo trovo già ridondante in troppe persone.
Per me Palahniuk è poetico, trovo che i suoi racconti lascino una speranza, una luce, oltre che amarezza o risate.

L'ho conosciuto prima dalle frequenti citazioni che girano su internet e poi mi sono decisa. In realtà non è il primo che leggo suo, ma se vi dicessi il titolo dell'altro chissà cosa pensereste di me (dipendenza dall'altrui approvazione).

Soffocare è un divertente trattato psicologico/medico, che ci fa partecipare a come un bambino, ovvero il protagonista della storia, diventi da grande un dipendente sessuale.

Credo sia impossibile non entrare in empatia con questo personaggio, non provare una enorme tenerezza, il che lo so, detto così, prima che lo leggiate, sembra strano.
Spende l'autore una o forse più di una pagina al principio sul convincere a non leggere, una specie di "lasciate ogni speranza o voi che entrate", perché il ragazzino di cui parla è davvero stupido.

Eccolo subito, quel meccanismo che sui libri di testo si fa fatica a capire: il bambino non amato, maltrattato etcetc salverà sempre i genitori, e si darà tutta la colpa.
Già. Va proprio così.
Questo libro va letto, non credo abbia scene di sesso che possano turbare, almeno non quanto la storia, e i personaggi che continuano a parlare anche giorni dopo averlo finito quel libro.

O forse soffro (anche) di allucinazioni.
Tre citazioni in chiusura.


Le dipendenze, disse, sono solo uno dei tanti modi per curare lo stesso problema. Le droghe, la bulimia, l’alcol, il sesso, sono strumenti per trovare un po’ di pace. Per sfuggire a ciò che conosciamo. A quello che ci insegnano.



"Sì, forse abbiamo fatto a pezzi il mondo, ma adesso non abbiamo idea di come ricostruirlo."
"La mia generazione ha sempre ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliorato di tanto così. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che avevano creato gli altri che, alla fine, di nostro abbiamo creato ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembra che abbiamo fatto chissà cosa, ma in realtà non abbiamo combinato proprio niente."

Possiamo passare la vita a farci dire dal mondo cosa siamo. Sani di mente o pazzi. 
Stinchi di santo o sessodipendenti.
Eroi o vittime. A lasciare che la storia ci spieghi se siamo buoni o cattivi.
A lasciare che sia il passato a decidere il nostro futuro.
Oppure possiamo scegliere da noi.
E forse inventare qualcosa di meglio è proprio il nostro compito.

Se ti va, dimmi com'è andata la lettura, se ti è piaciuto, cosa ti ha colpito, cosa hai sottolineato, riletto e fatto tuo.


p.s. Non è giusto racchiudere il libro nella etichetta unica della dipendenza. E' anche un analisi lucidissima sulla genitorialità folle, inadeguata, sul genitore che travolge e usa il figlio, riempiendolo di sguardi errati sul mondo. E' un libro con uno sguardo pietosissimo- nel senso di pietas latina- sulla vecchiaia, passando per la generosità e l'altruismo.
E' un libro dove frasi o interi discorsi possono essere meravigliose quando estrapolate dal contesto, follia pura nella bocca di chi le pronuncia.
Credersi buoni, unici salvatori, depositari di verità e fare tanto male.
Chuck è un opportunità di crescita, di riflessione. O semplicemente, una buona lettura.
Continua...

Comandi, proibizioni, ingiunzioni. Copioni

[...] Non che la Giapponese sia una vittima, tutt'altro.
Tra le donne del pianeta non è certo la più sfavorita dalla sorte. Il suo potere è notevole: so quel che dico.
No, se bisogna ammirare la Giapponese (e bisogna farlo) è perché non si suicida. La cospirazione contro il suo ideale comincia in tenerissima età.
Le ingessano il cervello:
 “Se a venticinque anni non sei ancora sposata, hai di che vergognarti”,
“se ridi, non sei fine”,
 “se il tuo viso esprime un sentimento, sei volgare”,
“se menzioni l’esistenza di un pelo sul tuo corpo, sei immonda”,
 “se un ragazzo ti bacia sulla guancia in pubblico, sei una puttana”,
“se mangi con piacere, sei una scrofa”,
“se provi piacere a dormire, sei una vacca”.
Precetti del genere sarebbero ridicoli se non ti si conficcassero dentro. Perché, in fin dei conti, ciò che si trasmette alla Giapponese attraverso questi dogmi insensati è che non bisogna sperare in niente di bello. Non sperare di godere, perché il piacere ti annienterà. Non sperare di innamorarti, perché non vali abbastanza: quelli che ti ameranno lo faranno per i tuoi miraggi, mai per la tua verità. Non sperare che la vita ti porti qualcosa, perché ogni anno che passa ti leverà qualcosa. Non sperare in una cosa semplice come la tranquillità, perché non hai nessuna ragione per startene in pace. Spera di lavorare. Visto il tuo sesso avrai poche possibilità di arrivare in alto, ma spera di servire la tua azienda. Lavorare ti farà guadagnare dei soldi dai quali non trarrai nessuna gioia, ma da cui potrai eventualmente trarre dei vantaggi, per esempio in caso di matrimonio – perché non sarai tanto stupida da supporre che qualcuno possa volerti per il tuo valore intrinseco. A parte questo, puoi sperare di vivere a lungo, cosa che in sé non ha nulla di interessante, e di non conoscere il disonore, cosa che invece ha un fine in sé. Qui si ferma la lista delle tue speranze lecite. E comincia la serie interminabile dei tuoi doveri sterili. Dovrai essere irreprensibile, per la semplice ragione che non si può fare altro. Essere irreprensibile ti porterà solo ad essere irreprensibile, non sarà motivo di orgoglio e tanto meno di voluttà.
Non è possibile enumerare tutti i tuoi doveri, perché non esiste attimo della tua vita che non sia dominato da uno di essi. Anche quando sarai chiusa in un bagno per dare umile sollievo alla tua vescica, avrai il dovere di vegliare perché nessuno possa sentire il canto del tuo ruscello: dovrai quindi tirare la catena in continuazione.
Ho fatto questo esempio per farti capire una cosa: se perfino la tua sfera più intima e insignificante della tua esistenza è sottomessa a una regola, figurati quale sarà la vastità degli obblighi che, a maggior ragione, peseranno sui momenti essenziali della tua vita.
Hai fame? Mangia appena, perché devi restare magra, non per il piacere di vedere la gente girarsi per strada al tuo passaggio (non lo farà nessuno), ma perché è vergognoso avere qualche rotondità.
Hai il dovere di essere bella. Se ci riesci, la tua bellezza non ti darà voluttà alcuna. Gli unici complimenti che eventualmente riceverai proverranno da occidentali, e sappiamo bene quanto siano privi di gusto. Se ti ammiri allo specchio, fallo per paura e non per piacere: perché la tua bellezza ti porterà solo il terrore di perderla. Se sei una bella ragazza, non varrai granché; se non sei una bella ragazza, varrai meno di niente.
Hai il dovere di sposarti, preferibilmente prima dei venticinque anni che saranno la tua data di scadenza. Tuo marito non ti darà l’amore, a meno che non sia matto, e non c’è felicità nell’essere amata da un matto. In ogni caso, che ti ami o meno, non lo vedrai mai. Alle due del mattino un uomo esausto e spesso ubriaco tornerà da te e sprofonderà nel letto coniugale dal quale si alzerà alle sei senza averti detto una parola.
Hai il dovere di avere dei bambini che tratterai come divinità fino a tre anni, età in cui, d’un colpo, li caccerai dal paradiso per arruolarli al servizio militare, che durerà dai tre ai diciott’anni e poi dai venticinque fino alla morte. Sei obbligata a mettere al mondo esseri umani che saranno tanto più infelici quanto più profondamente l’idea di felicità si sarà radicata in loro nei primi tre anni di vita.
Trovi orribile tutto questo? Non sei la prima a pensarlo. Le tue simili lo pensano dal 1960. Come vedi, non è servito a niente. Molte di loro si sono ribellate e anche tu forse ti ribellerai nel solo periodo libero della tua vita, tra i diciotto e i venticinque anni. Ma a venticinque anni ti accorgerai all’improvviso di non essere sposata e proverai vergogna. Abbandonerai l’abbigliamento eccentrico per un tailleur sobrio, calze bianche e scarpe ridicole, sottoporrai la tua splendida capigliatura liscia a una messa in piega desolante e ti sentirai sollevata se qualcuno – marito o datore di lavoro – ti vorrà.
Nel caso molto improbabile che tu faccia un matrimonio d’amore, sarai ancora più infelice perché vedrai tuo marito soffrire. Meglio non amarlo: così riuscirai a rimanere indifferente di fronte al naufragio dei suoi ideali, visto che lui, tuo marito, ne ha ancora. Gli hanno fatto sperare, per esempio, nell’amore di una donna. Si accorgerà presto invece che tu non lo ami. Come potresti amare qualcuno con quell’ingessatura che paralizza il cuore? Ti hanno imposto troppi calcoli perché tu possa amare. Se ami qualcuno è perché non ti hanno educata bene. I primi giorni di nozze, simulerai ogni genere di cose. Bisogna riconoscere che nessuna donna ha il tuo talento per la simulazione.
Il tuo dovere è quello di sacrificarti per gli altri. Non credere però che il tuo sacrificio renderà felici coloro ai quali ti dedicherai. Servirà solo a non farli arrossire per te. Non hai nessuna possibilità di essere felice o di rendere felice.
E se in via del tutto eccezionale il tuo destino sfuggirà a una di queste regole, soprattutto non dedurne che hai trionfato: puoi dedurne casomai che ti sbagli. D’altronde te ne accorgerai molto presto, perché l’illusione della tua vittoria può essere solo momentanea. Non gioire dell’istante: lascia questo errore di calcolo agli occidentali. L’istante non è niente, la tua vita non è niente. Nessun tempo al di sotto dei diecimila anni conta qualcosa.
Se può consolarti, nessuno ti considera meno intelligente di un uomo. Sei brillante, la cosa è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che ti trattano tanto bassamente. A pensarci bene, però, è davvero una consolazione? Almeno, se ti ritenessero inferiore, il tuo inferno avrebbe una spiegazione, e potresti uscirne dimostrando, in conformità con i precetti della logica, l’eccellenza del tuo cervello. E invece no: ti sanno uguale, se non superiore. E dunque la tua geenna è assurda, il che vuol dire che non esiste via di fuga.
Invece ce n’è una. Una sola ma alla quale hai pienamente diritto, a meno che tu non abbia fatto la stupidaggine di convertirti al cristianesimo: hai il diritto di suicidarti. In Giappone è un atto molto onorevole. Non pensare però che l’aldilà sia uno di quei paradisi giocondi descritti da quei simpaticoni degli occidentali.
Dall’altra parte non c’è niente di straordinario. In compenso, pensa alla cosa più importante: la tua reputazione postuma. Se ti suicidi, sarà splendente e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire.
Certo, puoi anche non suicidarti. Ma allora, prima o poi, non reggerai e in un modo o nell’altro cadrai nel disonore: ti troverai un’amante, o ti metterai a mangiare, o diventerai pigra – tutto può accadere. È stato notato che gli esseri umani in generale, e le donne in particolare, faticano a vivere a lungo senza cadere in uno di quei piccoli vizi legati al piacere carnale. Se diffidiamo di quest’ultimo non è per puritanesimo: lungi da noi questa ossessione americana.
A dire la verità, si deve evitare la voluttà perché favorisce la traspirazione. Non c’è niente di più vergognoso del sudore. Se mangi a quattro palmenti un bel piatto di fettuccine, se ti abbandoni alla rabbia del sesso, se passi l’inverno a dormicchiare vicino al camino, suderai. E nessuno avrà più dubbi sulla tua volgarità.
Tra il suicidio e la traspirazione non esitare. Versare il proprio sangue è ammirevole quanto è immondo versare il proprio sudore. Se ti dai la morte, non suderai mai più e la tua angoscia sarà finita per sempre. [...]

Amélie Nothomb, Stupore e Tremori, 2000



Quali sono le ingiunzioni che hanno ingessato noi ? Quali hanno ingessato te?
Leggere da spettatore quelle di una cultura diversa può farci sembrare di essere lontani da quella realtà, ma ne abbiamo anche noi, e neanche troppo diverse.

Il libro mi è piaciuto per com'è scritto, per gli spunti di riflessione, perché mi trovo incredula davanti alle inefficienze del nostro sistema, a vedere incompetenti al lavoro e nessun lavoro per i competenti.
E' una meraviglia assistere all'evoluzione della protagonista, al riuscire nonostante.

Un pensiero molto personale poi nella cultura tremenda della non speranza per le donne giapponese.
Una di loro ha sposato il mio ex fidanzato storico.
Così posso confermare che le cose belle possono succedere, e spero per lui che sudi e sorrida e sappia esprimergli tanto amore.


Continua...

Dare un limite al dolore

Qual'è il vostro modo per superare i momenti bui, quelli dove l'uscita non si vede proprio?
Cosa fare in quei minuti assurdi in cui il pensiero di farla finita arriva?

Nel post precedente vi ho lasciato con questa domanda.

Molte risposte, chi guarda i bambini, chi ascolta gli altri ridere.

L'evento che ha generato il mio scriverci sopra è stata però una mamma di 47 anni e 4 figli.
Ovvero quasi la mia età, e lo stesso numero di figli che ha avuto mia madre.

I pensieri sono andati a mille, le testimonianze sono arrivate pure da figli di genitori che hanno fatto questa scelta.
Testimonianze molto personali, di chi ci ha provato ed è contento di non esserci riuscito, di chi ha camminato un buon pezzo della vita cercando di trovare risposte, gioia, motivi e mezzi per cambiare quel dolore interno.
Lo so che è poco "cool" occuparsene, ma far finta che va sempre tutto bene che senso ha se poi nessuno è felice.

Primo punto:
Quanto spesso siamo spaventati che i periodi belli e "fortunati" possano finire, increduli che stia finalmente andando tutto bene, che le cose belle stiano accadendo proprio a noi.

Eppure il pensiero speculare nei pensieri bui, non c'è.
Siamo spaventati che la fortuna possa finire, ma non che possa accadere con il periodo nero.
Il buio è totalizzante, di passato, presente e futuro.
Forse pensiamo di non essere in grado di farcela, ci sentiamo piccoli e soli.

Allora ho scelto questa proposta, e ringrazio di cuore G. per averla inviata.

Darsi un limite temporale per il dolore. 
Io provo sempre a stabilire il tempo in cui posso permettermi di farmi travolgere dalle sofferenze che in quel momento sto patendo. 
Tipo in una situazione di emergenza mi concedo qualche secondo. 
Dopo un abbandono qualche giorno (72 ore di solito). 
Passato questo tempo so due cose: che sono sopravvissuta e che il tempo di non fare nulla perché ero impegnata a soffrire è finito. 
Quindi rimane solo da rimettersi in sesto (o agire). 
In quel lasso di tempo so che posso non fare altro che sentire quello che provo, senza sensi di colpa, perché poi so che arriva il momento di smettere. Può servire?

Vi lascio con una nuova domanda.
Può servire?
Spero di sì.


ps.Anche questa mi sembra una risposta.Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile.

Continua...

Lista di cose da fare nei momenti di nero

Accade già da qualche tempo di trovare tra le ricerche che portano al blog la chiave di ricerca "paola bonavolontà suicidio".
Tre parole.
Terribile vedere il proprio nome seguito da un termine che ho sempre cercato di evitare.
O forse no.


Scrivo di counseling, e non sono un terapeuta, come OSO di parlare di queste cose?
Come ti permetti di mettere in piazza cose di famiglia?
Specifica quale famiglia, altrimenti ci ritroviamo sommersi di domande.
Noi non lo abbiamo detto, e se dopo che lo hai scritto chi non deve sapere scopre che è andata così?


Sono i pensieri interni persecutori forse non tanto lontani dalla verità. Ho parenti persecutori oltre a pensieri persecutori.
No, non tutti, perciò sono salvi loro ed anche io.

Accade però che continuando ad impedirci di parlare tutti noi, me inclusa, alimentiamo un TABU'.

Mentre come sempre, parlare aiuta, cercando di assicurarsi al massimo un luogo sicuro, come mi auguro che sarà accolto dentro di voi questo articolo, senza desideri di vendetta o di aggressione, senza indignazione, per ciò che è.
Una testimonianza.

Ci abbiamo messo circa dieci anni a parlarne insieme, un giorno è accaduto, in cucina, noi tre.
Mia madre, mia sorella ed io.

Un altro uomo, padre di un bambino piccolo piccolo, apparentemente sempre sorridente, aveva deciso di andarsene, nel giorno del suo compleanno.

Parlare di lui ci ha dato modo di parlare di noi, di come ci siamo spiegate e non spiegate, di come ricordiamo invece "l'altro" evento.
Dire quello che ci tocca più da vicino è strano. Questi eventi ci toccano e restano distanti allo stesso tempo.
Incredibilmente presenti ed assenti, attoniti e silenziosi.

Parlare ci fa scoprire nuovi punti di vista.
A volte è una doccia gelata, come quando una cugina mi disse di lui "aveva un carattere di m.".
Quanto giudizio, che si accanisce crudele contro una vita - e una morte- che non può essere giudicata.

A volte parlare ci fa scoprire quanto in una stessa famiglia si possa pensare diversissimamente su uno stesso argomento.
Perché si può banalizzare tutto, ma anche ricevere un altra doccia fredda, di quelle però che ti fanno aprire gli occhi, con semplici parole, è scuotere, "ma tu sì pazz".

E allora anche il tu si pazz non è più giudizio, ma risveglio, ri iniziare a guardare, farsi un giro, recuperare tutte le cose che ci piace fare qui su questa terra.

Camminare a piedi nudi nel parco, non a caso ci hanno fatto un film, perché davvero piacevole.
Fare una doccia, con un profumo speciale, una spugna morbida, facendo attenzione all'acqua che cade e ci porta via i pensieri neri.
Saltare su un tappeto elastico, immaginando di calpestare tutta la rabbia e il dolore, tutti quelli che non ci ascoltano e ci fanno male.
Fare cento flessioni, che non son piacevoli, ma lo sforzo fisico ci distrae.
Andare in libreria, annusare i libri. Scattare foto di piccoli particolari da scoprire.
Cantare la propria canzone preferita sentendo tutte le stonature.

Preparare una torta, scrivere una poesia che ci racconti.
Farsi una nuotata in piscina o al mare.
Immergere le dita nella creta e se non ce l'abbiamo nel das.
Ascoltare una musica a palla per gridare forte forte "Ce la posso fare", perché "vado al massimo" in certe situazioni potrebbe essere controindicato.
Cercare un centro di ascolto dove farsi aiutare. Un terapeuta.
Scoprire che esistono musicoterapia, danzamovimentoterapia, insomma pittura, musica, teatro, colori per stare bene e che c'è un mondo meraviglioso dentro e fuori.
Cose divertenti, succosissime, speciali. Persone come noi, persone diverse da noi o da chi non ci ha mai saputo ascoltare o accogliere, o magari perché noi non ci siamo fatti conoscere o ascoltare.

Vi prego se volete, aiutatemi a continuare questa lista, le altre cose per cui vale la pena vivere.
O forse meglio, cosa fare in quei minuti assurdi in cui il pensiero di farla finita arriva.
Per impedirsi di distruggere e poi ricominciare a costruire.





numero verde prevenzione suicidio 800.507.717
Per altri articoli scritti su questo argomento clicca qui
per articoli  sulla vita  qui


foto: Gilbert Garcin

p.s. non dimenticherò mai le urla straziate di mia sorella. Gridò: "non è morto".
ed io stupidamente sospirai pensando: vedi, non poteva essere vero.
e subito dopo lei aggiunse: "si è ucciso".
La morte viene ridicolmente negata nel suicidio, si dirà sempre, non so perché, non è morto. Si è ucciso.

Continua...

La manomissione delle parole

Le nostre parole sono spesso prive di significato.
Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti.
Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.[...]

Mi ha sempre affascinato l'idea che le parole - cariche di significato e dunque di forza - nascondano in sé un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare, trasmettere messaggi, raccontare storie. L'idea, cioè, che abbiano il potere di produrre trasformazioni, che possano essere, letteralmente, lo strumento per cambiare il mondo. [...]


È necessario un lavoro da artigiani per restituire verginità, senso, dignità e vita alle parole. È necessario smontarle e controllare cosa non funziona, cosa si è rotto, cosa ha trasformato meccanismi delicati e vitali in materiali inerti. E dopo bisogna montarle di nuovo, per ripensarle, finalmente libere dalle convenzioni verbali e dai non significati.[...]

Quando, per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando le parole fanno paura, e più di tutte proprio le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi.


Gianrico Carofiglio



Continua...

I libri che insegnano

Scrivo poco sempre meno.
Leggo tanto, bevo più che altro i libri tutti di un fiato.
Cambiano i libri, li devi scoprire, devi capire da fuori quelli che vale la pena tuffarcisi dentro.
Non sai se la scelta, l'investimento di tempo sottratto ad un altro libro vale da fuori, così a volte mi trovo spiazzata, come sempre davanti a troppa scelta.
Tante cose non si possono capire senza davvero immergersi dentro. Musica, libri e persone.
Forse anche il cibo, a meno che non sia una patatina fritta, ma anche là, immagini come possa essere una volta addentata, ma può riservare sorprese piacevoli o spiacevoli, oltre che, semplicemente, mantenere le attese.
Scrivo poco dicevo, sento di aver detto già tanto.
Lascio ad altri guru copianti il gusto febbrile di essere in prima linea sempre.
Torno ai miei libri, e parlo poco, più per raccontare una scoperta o un pensiero, che per ossessione nell'essere parlante, sempre costantemente, per paura di scomparire.

Quest'inverno il  dottore mi ha chiesto di leggere meno per lavoro, mi ha "prescritto" di tornare ai romanzi e togliere per quanto possibile dalla mia vita privata il resto sovrabbondante di un lavoro che non si placa mai. Onde di altri, scoperte, spiegazioni, teorie.

Così son rimasta solo con un testo, di cui ho riportato pezzi anche qui, meraviglioso, il libro dei Chakra di Anodea Judith,  alla scoperta dell'anima e della storia di ciascuno di noi, di benessere della mente e del corpo, delle energie e dell'equilibrio.
Nella mia ricerca di salute anche fisica, quel libro è stato un frullato alla fragola, molto gustoso, da sorseggiare con calma.
Poi ci sono stati gli altri. Tanti, che per contarli e ricordarli ho un foglio exel, perché li bevo tanto in fretta che solo rileggendo i titoli posso ricordarmi ciò che ci avevo trovato dentro, tra le pagine.

Mi accorgo che in un mese sono già quattro libri sul nazismo, sul periodo della guerra, sulle conseguenze che ha avuto poi, dai nostri nonni in poi, senza che le persone abbiano smesso di farle le guerre, di disprezzare la vita loro e degli altri.
Trovo che la memoria serva a comprendere la nostra storia, apprezzare il nostro presente e rendere migliore il nostro futuro.
Partendo da ciascuno come individuo, cioè da sé prima ancora che per gli altri, perché quel "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo" includa il nostro di mondo.

Ogni libro magico a modo suo, noto di essere cambiata io, che di tedeschi non riuscivo a sentirne parlare senza essere dilaniata da un dolore insopportabile, e che queste storie rendono onore, e arricchiscono anche chi questa memoria non ce l'ha.
Chi vive la vita continuando a lamentarsi del caldo, del lavoro, del nulla e che palle quando hanno una vita dorata pagata da altri, criticando tutto ed accanendosi a lottare per distruggere l'altro e non per costruire qualcosa da sé.

Meglio se continuavo a non scrivere?
Ecco i titoli: La ragazza che hai lasciato di Jojo Moyes, di Carla Sanchez Il profumo delle foglie di limone, Markus Zusak La bambina che salvava i libri.

Di questo ultimo per i più pigri c'è anche un film, che per ora non ho visto, per non fare confronti tra pagine e immagini.
Una particolarità, nella narrativa a tratti troppo semplice di un autore giovanissimo.
E' la morte che narra.
Scomodo? Fastidioso? Fantasioso?  Mi ha fatto pensare ad un altro libro che inizia proprio guardando alla fine ultima del nostro viaggio.
Se è vero che in certe professioni è una compagna assidua, presente, a tratti invadente, forse se ogni tanto smettessimo di far finta che non esiste affatto, forse smetteremmo di criticare, lamentare, non essere mai contenti e inizieremmo pure a darci da fare per conquistarla la felicità ed apprezzare quel tanto che abbiamo già.

.



Continua...

LE PAROLE DIPINTE

Tanti impegni negli ultimi tempi e la volontà di fare un altro laboratorio solo se potevamo esserci tutti.
Continuate a chiedermi quando e io rimando, mi nascondo perché so che comunque qualcuno mancherà, e che le cose cambiano, anche io cambio, anche quando vorrei tenere uguali le cose, le situazioni e le persone che mi piacciono. Tutti vicini vicini.

Quindi accetto che ci sarà chi potrà e vorrà.
Così è venuto fuori il laboratorio di chiusura e di saluto prima dell'estate.
LE PAROLE DIPINTE
Perché  note dipinte  ora non si può ma a settembre sì.
Perché mi piaceva comunque far riferimento a quanto abbiamo dentro, a rincorrere il filo delle parole su tela, su una poesia, su un libro.

Mi piaceva trovare le parole per salutarci, le parole necessarie, le parole vere.
Le parole per creare la nostra realtà. le parole mute ad ascoltare.

Unica data: sabato 5 luglio 2014 h 16-19



Ho dipinto "Life" nel 1999, appena trasferita a NY.
Sempre allora scrivevo sul suo significato: sull'apparire, apparire brillanti ...
le nostre sbavature e debolezze devono restare nascoste, ai margini.


Ora vedo quanto le  debolezze e sbavature siano state fari per me, nel guidarmi attraverso un cambiamento che non avrei sospettato, una strada che non sapevo ci fosse.
Poi quella strada ho aiutato altri a cercarla e percorrerla.

Esprimere vuol dire portare fuori. Ecco l'espressione artistica può essere davvero così potente nel portare alla luce potenzialità e direzioni, desideri e doni sconosciuti.
Quanto ciò che creiamo crea poi la nostra realtà? e ciò che diciamo? e ciò che non diciamo?

Se vuoi venire a creare le tue parole, la tua realtà, anche se non sai dipingere, sicuramente avrai imparato a scrivere.
Scriviamo insieme questo messaggio prima dell'estate, creiamo insieme benessere, relazioni, colori.


Paola
Continua...

Il testamento

Le volte che dovrei occuparmi di altro, che è già tardi, ma il mondo interno, in sussulto vuole essere ascoltato ed espresso.
Maya Angelou è una grande ispiratrice e sempre lo sarà.
Le sue parole sono dirette, essenziali, efficaci, precise, chirurgiche.
La sua missione l'ho riconosciuta come desiderabile per la mia vita.

Il testamento che lascia, anche.
Dal sito ufficiale

" She lived a life as a teacher, activist, artist and human being. She was a warrior for equality, tolerance and peace. "

"Dr. Angelou’s words and actions continue to stir our souls, energize our bodies, liberate our minds, and heal our hearts."

trad. Ha vissuto una vita come insegnante, attivista, artista ed essere umano. Era una guerriera per l'uguaglianza, la tolleranza e la pace. le sue parole ed azioni continuano ad agitare (mescolare) le nostre anime, energizzare il nostro corpo, liberare le nostre menti, e guarire i nostri cuori.

Allora ho scelto questa sua frase oggi, per quanti - donne e uomini- credono che l'amore possa essere sempre un valore, un dono da apprezzare (e che se non lo fai è colpa tua, che non ti va bene mai niente).

"Dire che ami una persona quando non ami te stessa è lo stesso come se una persona nuda ti offrisse una camicia".

Spiegarlo io è riduttivo, come spiegare una barzelletta.
Ma se non amo me stessa sto donando qualcosa che non so dirigere verso di me, se non merito il mio amore, donarlo ad un altro vuol dire porgere qualcosa che per me stessa non ha valore.
Come un vestito smesso, che non apprezzo più.
O, peggio, che non ho mai creduto bello, neanche su di me.


Accettare amore da una persona che non ha che te, è una responsabilità, piuttosto opprimente anche, magari bella al principio, specie se chi lo riceve a sua volta non ha sperimentato l'amore e si sente "finalmente " amato.

E' davvero amore?

Come disse Freud,  ovunque arrivo io, un poeta  già è stato lì prima di me.
(Everywhere I go I find a poet has been there before me).

Una conferma, se mai per chi non ha consapevolizzato quanto l'arte nelle nostre vite ci orienti, lenisca, motivi, inspiri.

Grazie Maya del meraviglioso esempio.





Continua...

Favole quotidiane

Le due rane (Favola LXX)

Due rane vivevano vicine l'una all'altra. Ma abitavano l'una una palude profonda e lontano dalla strada, l'altra invece in una strada, avendo poca acqua. E allora poiché quella che stava nella palude esortava l'altra a trasferirsi da lei, per partecipare di un tenore di vita sia migliore sia più sicuro, quella non le diede retta dicendo di essere poco disponibile ad allontanarsi dalla consuetudine del luogo; finché accadde che un carro passando di là la uccise.
Così anche tra gli uomini quelli che si intrattengono nelle occupazioni insignificanti fanno una brutta fine prima di dedicarsi alle attività più opportune.


Δύο βάτραχοι ἀλλήλοις ἐγειτνίων. ἐνέμοντο δὲ ὁ μὲν βαθεῖαν καὶ τῆς ὁδοῦ πόρρω λίμνην, ὁ δὲ ἐν ὁδῷ μικρὸν ὕδωρ ἔχων. καὶ δὴ τοῦ ἐν τῇ λίμνῃ παραινοῦντος τὸν ἕτερον μεταβῆναι πρὸς αὐτόν, ἵνα καὶ ἀμείνονος καὶ ἀσφαλεστέρας διαίτης μεταλάβῃ, ἐκεῖνος οὐκ ἐπείθετο λέγων δυσαποσπάστως ἔχειν τῆς τοῦ τόπου συνηθείας· ἕως οὗ συνέβη ἅμαξαν τῇδε παριοῦσαν ὀλέσαι αὐτόν.
οὕτω καὶ τῶν ἀνθρώπων οἱ τοῖς φαύλοις ἐπιτηδεύμασιν ἐνδιατρίβοντες φθάνουσιν ἀπολλύμενοι πρὶν ἢ ἐπὶ τὰ καλλίονα τραπέσθαι.

Esopo


dedicata a chi come me, amava leggere il greco ad alta voce, anche sbagliando tutte le traduzioni.
dedicato a chi come me, cerca di dedicarsi continuamente ad attività significative.
dedicato a chi come me, ama continuare a studiare e sorridere, anche con le favole.

Continua...

Le emozioni inesprimibili



La maggior parte delle persone si ammala per non saper esprimere quello che vede e quello che pensa.
Il libro dell'Inquietudine - Fernando Pessoa




Ho sentito tante volte chiedere scusa da una persona perché piangeva.

Scusa si dovrebbe chiedere quando facciamo male a qualcuno, se stiamo tradendo una promessa, infrangendo un patto, non mentre ci stiamo consentendo, semplicemente, di sentire il dolore, la tristezza e stiamo togliendo il carico da dentro e lo lasciamo finalmente scivolare un po' fuori.


Ho sentito chiedermi scusa da un signore perché mi stava permettendo di tenergli la porta aperta mentre lui era carico di pesi.
Mi ha proprio detto "scusi se mi sono fatto aiutare".

Questo stesso uomo, grande e molto piazzato, dopo una settimana aveva un piede rotto, e sarà costretto a farsi aiutare, ad essere dipendente da altri, non più l'unico che si sobbarca pesi per gli altri.

Il corpo reclama l'attenzione che facciamo finta di non sentire, fin quando ci costringe a farlo.

Si, anche con una caduta. Non è una vendetta, è un tentativo di contatto, di salvezza profonda.
Di dirti fermati, c'è qualcosa che stai dimenticando.

Fai qualcosa per cambiare, per riconnetterti a te e al mondo intorno.

Ma in fondo è sempre più facile prendere una pillola, è figo bere, ma non scegliere davvero qualcosa che ci fa bene.

Un percorso, un incontro, un riprendere respiro.

Oggi leggevo questo articolo sul mal di testa da controllo.
Controllo di che?
Delle emozioni, di queste maledette che non stanno al posto loro, che ci vorrebbe un interruttore da tenere sempre su off, ed invece eccole che trovano il modo di venire a martellarci in testa.

Siamo stati cresciuti con non si piange perché dai fastidio - o è da femminuccia, ed anche noi femminucce ci sentivamo svalutate a sentirci chiamare così mentre si diceva a un maschio di non fare come noi.
Deboli.
Come se fosse necessario a tutti i costi (infatti ne paghiamo il costo ogni giorno) essere forti ed invincibili.

Le espressioni di gioia? Le risate improvvise?
Sono esagerate, sguaiate, volgari.


Cosa resta esprimibile?
Non la gioia, non la tristezza, non la debolezza.
Meno che mai la rabbia.
Solo una facciata falsa che lascia il vuoto dentro.

Fai una cosa, la prossima volta che qualcuno ride, di gusto e di cuore, fatti scendere quella risata nella pancia e lascia il giudizio.

E se proprio ce l'hai, tienitelo, è tuo.
Lascia libero chi vuole di essere lieto.


Del doman non vi è certezza, chi vuol esser lieto sia. Lorenzo de' Medici

Continua...

Il counseling riconosce le abilità


Fin da piccoli siamo stati confrontati, spinti a guardare il compagno di classe quanto era bravo in questa o quest'altra cosa.
Se non era a scuola, era a casa con i fratelli: guarda lui/lei come studia, com'è bravo.
Guarda lei esce con la borsa com'è femminile.

Sembrava che il confronto comprendesse un insidioso non detto
 "tu invece no".

Sono convinta che leggendo queste due righe ti è venuto subito in mente il confronto che ha fatto male a te, ti ha umiliato/a, ferita, svalutando ciò che eri  come se non fosse importante, speciale, o utile nella vita avere una diversa abilità o preferenza, ma fosse indispensabile sviluppare l'altra, che la tua invece non la vede neanche nessuno e non importa nulla e non serve a niente.


Si sa i ragazzini reagiscono a modo loro.
C'è chi si avvilisce, e non ci prova neanche più, c'è chi lascia perdere le cose in cui eccelle e passa a copiare quelle che gli sono state indicate come fari come forse uniche desiderabili.
Chi si picca ed esaspera in negativo ciò che non gli è stato riconosciuto: mi vedi poco femminile? divento un maschiaccio.
Mi dici che studio poco? Dimenticati di vedermelo fare.

Quanto spreco di bile, e spreco di risorse ed abilità ed individualità.


Il counseling é un percorso di scoperta e riscoperta di ciò che ti piace fare, essere, sperimentare, ciò che fa bene a te, i tesori che hai tralasciato, l'abbandono di  abitudini dannose che hai coltivato per far dispetto a qualcuno e riabbracciare le tue abilità, unicità, e la tua accettazione nella felicità di averle ed utilizzarle.
Il counseling è anche la possibilità di migliorare le competenze che TU scegli come necessarie nella tua vita, per migliorare le tue relazioni, personali o lavorative, per riuscire a parlare in pubblico, per esporre le tue idee, per conquistare quel senso di orgoglio di essere così come si è, in un miglioramento continuo che è capacità e desiderio di migliorarsi per vivere meglio.

Tu chiamala se vuoi autostima, desiderio di farcela, di crescere, di sapere.
Di conoscere, anche te stesso.

Continua...