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Counseling is good 4 you

Benessere delle 4 c: cuore, corpo, cervello, contesto. Tutto il benessere del counseling di Paola Bonavolontà.

Godersi il percorso.

Un sorriso di magia per ciò che siamo, ciò che possiamo diventare.
Apprezzarci e amarci, accarezzarci quando ne abbiamo bisogno, avremmo voglia di rompere tutto, e di smettere di provare e riprovare.

Ci proviamo veramente?
Ci impegniamo con noi stessi a raggiungere ciò che vorremmo?
Per noi, per la nostra vita?

Amarsi in fondo, e senza scuse, senza impedirsi di apprezzare ciò che siamo, eppure con uno sguardo attento a ciò che ci stiamo impedendo di fare.

Il counseling guarda ai punti di forza, alle tue risorse, a ciò che hai per fare leva, spessore, base portante, pietra d'angolo a ciò che vuoi costruire per te nella tua vita.
Sarà che ci aspettiamo sempre che ci sia qualcun altro che lo faccia per noi, che se ne accolli il tempo e/o il costo.
Mi salverai?
Ti prenderai cura di me?

E' un non detto nascosto in tante relazioni, una aspettativa che nasce da chissà quale mancanza, anzi no, lo sappiamo bene le mancanze quando ci sono state, le ferite, le cadute senza che nessuno fosse lì ad aiutarci a rialzarci.

Il counseling lo paragono al mio sport preferito, lo sci.
La vita è il percorso.
La libertà e la potenza che senti nei muscoli, il vento sulla faccia, lo scatto degli sci dolce o aggressivo, che carezza la neve e la disegna.

Scenari immensi davanti ai nostri occhi, scivolano veloci o lenti sotto di noi.
Respiri e il cammino cambia ad ogni curva, e ti lascia tutta la possibilità di goderti il percorso o di spaventarti a tratti per le difficoltà di una lastra di ghiaccio, una cunetta nascosta.
Il freddo che graffia, il sole che scalda, le nuvole e la nebbia che tutto confonde e d'improvviso, anche se non ti capita proprio mai, ecco lo scivolone. La caduta.

Ti prendi un gran spavento, controlli mentalmente che tutto sia a posto,

E' passato così tanto tempo dall'ultima volta che sei caduto che non ricordi più come si fa a rialzarti.
Il terreno è diverso dall'ultima volta, il tempo, gli sci ed anche tu sei cambiato.
Sei stanco dopo una lunga giornata, e sai che non è un opzione sdraiarti ed attendere immobile, geleresti.

Devi rialzarti e riniziare quel cammino così emozionante e vario, creato per tutti e allo stesso tempo solo per te.

Raccogli i pezzi caduti intorno a te, il cappello, il bastoncino e  lo sci, mentre ti interroghi su come rialzarti,
Dalla posizione in cui sei, la pendenza, lo spavento e la stanchezza, anche il gesto semplice di rimettere gli sci diventa uno sforzo che ti può riuscire subito o anche no.
Mentre fai i tuoi tentativi, quant'è bella quella mano che arriva, si ferma lì per te e si protende, per qualche istante appartiene ad un viso rassicurante che ti sorride e dice:
ecco, prenda, l'aiuto io.

Allora tu puoi, sprezzante, rifiutare qual sorriso e dire "ce la faccio da solo", oppure puoi goderti quell'offerta che dura pochi attimi e tanto ti risparmia di tentativi a vuoto su quel pendio impervio, e freddo, e tornare in baita a prendere una cioccolata calda, e ringraziare e respirare com'è bello che al mondo esista ancora una mano umana che si è fermata per far rialzare te.

Ha guardato i tuoi occhi, ha preso la tua mano, comprendendo, conoscendo quella sensazione di freddo e di dubbio, ce la posso fare?
E' stato accanto a te pochi istanti, ma quell'incontro è stato caldo come la cioccolata, e significativo nel tuo percorso.
Puoi sperimentare la potenza di farcela ancora da solo, puoi sperimentare l'aiuto quando serve, puoi imparare ad accettare la mano tesa.
La scelta è tua.

Puoi  anche sederti attendere e maledire la montagna.
Puoi decidere che mai più metterai gli sci.
Puoi scegliere di chiudere totalmente la strada che ti piaceva tanto solo perché non accetti che in una strada si possa camminare e fermarsi, cadere e rialzarsi.
Imparare a fare meglio, e potersi fidare.




Sabato 25 Ottobre ci immergeremo negli scenari immaginari della tua visione di vita, e poi la racconteremo, e poi ancora comprenderemo cosa fare dei tuoi punti di forza.
E' un percorso di "Self branding", ma si parte dalla consapevolezza e dall'amore, si costruisce in autostima e in come ce la posso fare.




Continua...

Hai una visione della tua vita? Come potrebbe essere se?


Immaginare
 come sarebbe se ...
continuassi quello che sto facendo, dove mi sta portando, anzi dove mi porterà.

Lo ammetto, è uno strumento che ho sempre usato.
Intuitivamente mi sono proiettata nel futuro, unendo immagini, suoni, silenzi e musi, attenzioni mancate, parole e comportamenti di un fidanzato esigente, di una amica tagliente.

Mi sono chiesta:
è davvero questo che vuoi per te?
è questo che pensi di meritare?
è così che vuoi diventare?

Imbalsamata come una bambolina da mettere in vetrina, sempre perfetta, su un modello di perfezione neanche mio.


Lasciare una persona "sbagliata" non in quanto persona, ma per me.

Una volta che impari come si fa, diventa sempre più facile, restare in contatto dentro di sé ed allontanarsi da vampiri, da chi ti vuole accanto per appropriarsi di qualcosa che è tuo, fosse anche solo la gioia e la fantasia, la competenza, o la casa al mare o a NY che li puoi ospitare.

Fare un check up veloce, dove sto andando, cosa ho dentro e cosa voglio fuori di me, accanto.

Con chi voglio condividere la mia vita, le mie passioni, i miei talenti.
Chi voglio accanto e come voglio che si comporti con me?

Cosa c'è tra di noi? Gioco, rispetto, tante risate, abbracci e curiosità.
Presenza e sostegno, leggerezza e affidabilità.

Quale dipinto voglio creare?
Almeno provarci forte e riconoscere cosa mi fa bene e mi somiglia, cosa mi distrugge e mi allontana da un esistenza felice.
Cosa posso scegliere, cosa voglio lasciare.

Il visioning è un termine usato nella pianificazione strategica, per scegliere un futuro che rispecchia ideali, valori e aspirazioni di chi fissa gli obiettivi .
Una visione è motivante all'azione al raggiungimento di un futuro desiderabile.

Uno strumento potentissimo anche per i nostri obiettivi personali, della nostra vita.

Proprio la visione sarà il nostro punto di partenza per il percorso di Personal Branding, se vuoi imparare a promuoverti nel mondo o "semplicemente" promuovere il tuo benessere personale.
Riconoscere i tuoi colori ed esprimerli nel mondo.


Immaginare diverse sé è stato il lavoro della fotografa Dita Pepe, in un lavoro lungo 15 anni, dove lei stessa diventa parte integrante del contesto.
Tutto cambia, compresa lei stessa.
Un lavoro psicologico, sociologico, concettuale.


Come cambierebbe la tua vita con un marito diverso, o se avessi scelto una persona del tuo stesso sesso?

Se (io) vivessi ancora in America, se avessi scelto il motociclista o il musicista, cosa sarebbe ora di me?
Quanti figli avrei, di che colore avrebbero gli occhi? E i capelli?

La visione non è solo utile.
E' fondamentale.
Per creare una vita a nostra immagine.
E seguirla, farla avverare.
 

 

Ringrazio Matteo per avermi fatto conoscere questi lavori magnifici di Dita Pepe.
Continua...

Aprire le porte al successo

Un salto nello sconosciuto, anzi nel trito e ritrito.
Nelle piccole, quotidiane persecuzioni personali.
Quelle voci interiori sembrano stare lì sempre sveglie, notte e giorno.
Invalidanti. Fastidiose.
Sul tanto che lo fai a fare, sbrigati, fai piano, sei proprio sicura?
Allora restiamo fermi, immobili, a ripetere frasi che graffiano l'anima e l'autostima.
Cambiare la colonna sonora che fa da sottofondo ai nostri giorni, mettere finalmente d'accordo  le emozioni e la testa per agire in modo nuovo.

Teniamo la porta aperta della comunicazione, facciamo passare aria nuova, mettiamoci alla prova con quello che ci piace fare.
Hai mai pensato che piuttosto che fallire su ciò che ci sta a cuore, passiamo il tempo, cioè lo sprechiamo, su quello che non ci interessa?

Farebbe troppo male non riuscire lì dove vorremmo. Allora ci rassegniamo, ci accontentiamo di meno, quando quel meno neanche ci interessa.

Definizione di obiettivi, allineamento, mira, azione.

Dal prossimo 11 Ottobre un mini percorso sulla promozione personale.
Se non vuoi proporti a nessuno, è per riscoprire i tuoi talenti e la tua motivazione.
Per scoprire dove vuoi andare, come mai non ci sei ancora andato, e come ri niziare a camminare in quella direzione.

La promozione personale non è finzione. E' essere autentici.
Se non credi in te stesso, neanche gli altri ci crederanno.
Se non credi di potercela fare, non ce la farai (semicit. Henry Ford
Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione.)


nella foto per chi legge per la prima volta, la porta aperta ai mostri interiori, cioè quello dei conflitti interiori, per me ad es. mentre faccio una cosa ne faccio un altra e smetto di farla e la lascio a metà, non è mai finita, perfetta e perciò cancello tutto.
Quindi scusate, ma sto post lo correggo dopo.



p.s. sull'usare la testa per dire cose nuove, consiglio questo pezzo bellissimo di Paolo Nori.
Continua...

Pensieri utili ed inutili, accordi interiori ed armonie

Mi succede sempre così, a me, coi problemi.
Da lontano, mi fanno fare un sacco di discorsi complicati.
Quando poi ci vediamo, troviamo sempre il modo di metterci d'accordo.
Diego De Silva


Circa 50,000 pensieri al giorno dentro di noi.
La maggior parte  automatici e non so quanti, ma tanti, negativi.

Come avere un navigatore che continua a intimarci di fermarci, tanto non siamo capaci.
Tanto ci sono altri più bravi di noi.
E' inutile.
Lascia perdere, la macchina, la palestra, il disegno, la scrittura, il lavoro, l'ordine, non sono cose per te.
Non piaccio a nessuno.
Nessuno vuole giocare con me.
Nessuno mi ama.

Hai presente quando sei fermo nel traffico e il navigatore continua, insistentemente a ripetere di girare a destra?
Cosa fai? Io non lo sopporto, lo spengo, o gli parlo e suggerisco un luogo alternativo dove potrebbe andare lui.
Così dovremmo fare  pure coi pensieri ripetitivi.
Dargli una botta in testa, immaginare di metterli in una palla e prenderli a calci ed iniziare a giocare.
Inventarci qualche modo per interromperli, guardarli da una nuova prospettiva, farli parlare con accento diverso, con una voce accelerata o rallentata.

Cambierebbe qualcosa? Puoi scoprirlo solo facendolo.

I pensieri negativi ci influenzano negativamente, gutta cavat lapidem una goccia che scava la nostra lapide.
Lo so che si traduce pietra. La lapide è una pietra, ed in effetti metterci una pietra sopra vuol dire lasciar perdere.
Lapide fa più effetto, perché lì sotto lasciamo passioni, curiosità, autostima, desideri di provare, anche solo per il gusto di fare, gioia.

Ci neghiamo i piaceri più semplici perché li etichettiamo come stupidi, cretini o da bambini.
Impossibili, non alla nostra portata.
Tornare ad imparare qualcosa che ci piace ci fa sentire impacciati, certo, perché è una cosa nuova, mai fatta o lasciata tanto tanto tempo fa.
Così non intraprendiamo azioni nuove, non sperimentiamo il cambiamento, non incontriamo persone nuove, rinunciamo ad investire su noi stessi, a migliorarci, a premiarci.

Ogni novità ci porterebbe ad uscire dalla famosa comfort zone, cioè da quel guscio limitato in cui ci sentiamo bravi e competenti, misurati, in cui le azioni non comportano rischi, non ci portano ansia.

Non ci portano spesso neanche eccitazione, brivido, gioia, soddisfazione di essere riusciti in qualcosa di mai fatto prima, di aver creato, di essere riusciti lì dove prima c'era solo un desiderio o il buco nero creato da una stella caduta, un desiderio lasciato spegnere nel cielo del nostro firmamento.
[ desiderio dal latino de + sidus, sideris (plurale sidera) "condizione in cui sono assenti le stelle", mancanza di stelle ].

Ma davvero nella comfort zone siamo competenti?
Forse possiamo sentirci tranquilli al punto di non saper vedere quanto ridicoli e deleteri, imbarazzanti siano i nostri difetti, il non vederli in certi contesti dove sarebbe indispensabile migliorarli.

Anche non dubitare di se può essere un punto debole. Credere di non avere nulla da imparare.

Domani  il laboratorio sulle nostre zone d'ombra, sui punti di debolezza reale e sui punti di forza non visti, sui pensieri negativi, i sistemi frenanti interiori, i conflitti estenuanti.
Creare insieme nuova consapevolezza, guardare lì dove le convinzioni sono limitanti e discordanti, dove abbiamo lasciato incolte risorse e capacità per rendere disponibile nuova energia e creare armonia.



E tu cosa farai per te nei prossimi giorni? 
Per amarti onorarti in tutti, i giorni della tua vita?





Continua...

Cercasi Accettazione MostruosAmante

Ci sono giorni in cui ti trovi insopportabile, ti dai fastidio da solo, giorni in cui ti critichi senza tregua, in cui avresti bisogno di un incoraggiamento, e invece ti bastoni.

Non so come ti parli dentro, e se immagini o fai il verso a questa vocina acida, magari  stridula o estremamente melliflua.
Tutti noi lo facciamo, spesso ci parliamo dentro molto di più di quanto lo facciamo all'esterno.

Non sempre siamo buoni con noi stessi, almeno alcuni di noi.
Persecutori, esigenti, controllanti, petulanti, sfinenti.

C'è sempre una critica su qualcosa che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto, su qualche aspetto che abbiamo e non avremmo dovuto avere, su una spesa superflua, sull'essere lenti, frettolosi, non riflettere, riflettere troppo e così via.

Può diventare un abitudine pressante che, forse, può servire ad alcuni a spronarli a fare meglio.
Ma per tutti gli altri, sono colpi, bassi e continui, ingiusti e feroci, alla nostra autostima.

Quando siamo stanchi e le cose da fare si affollano, non facciamo neanche più caso alle volte in cui la nostra voce interiore si fa imperiosa e criticante.


Roy Martina, medico e psicologo, in "Chi siamo veramente"scrive:
"gran parte della nostra immagine viene determinata dalle informazioni che riceviamo da bambini.
 La qualità della nostra immagine nella nostra mente si basa sulla qualità delle immagini di noi stessi che esistono nelle menti dei nostri genitori e da come veniamo fisicamente trattati da loro.
[...]  A circa sedici anni ad una persona e' già stato detto mediamente 180.000 volte che cosa non sa fare, che cosa ha fatto in modo sbagliato e che cosa non deve fare. I vissuti possono portare ad avere un'immagine negativa di se', alterare la propria identita', il senso del proprio valore e l'autostima. L'immagine e' raccolta in ciò che pensiamo di noi, modifica il nostro atteggiamento verso la vita, influenza il nostro entusiasmo, la nostra creatività e anche le nostre possibilità di ottenere il meglio dalla vita".

Maestre, genitori: quando vi rivolgete ai bambini non chiamateli MAI stupidi, cattivi, o simili.
Fa male ed è crudele (è una Violenza verbale).

Colpendo l'identità e non un comportamento, come possiamo minimamente creare in un bambino la benché minima possibilità di cambiare?
Penserà di essere così, di essere condannato, di non poterci fare nulla, magari metterà in atto la sua cattiveria o se la rivolgerà contro.

Così abituati, con le parole che ci etichettano sbagliati, tendiamo a crederci e a dimenticare che sono per lo più atteggiamenti sbagliati.
Gli atteggiamenti non siamo noi. Gli atteggiamenti si possono cambiare, se lo desideriamo.
Si possono comprendere, accettare, migliorare.
Rendersi conto che ci sono atteggiamenti sbagliati in alcuni contesti ma non sbagliati in assoluto. Rendersi conto che alcuni atteggiamenti fanno male a noi, prima ancora che all'altro, rendersi conto di quando sono nati e a cosa sono serviti.

Robert Bly nel suo "Piccolo libro dell'ombra" afferma che ogni parte della nostra personalità che non amiamo ci diventa ostile.
Più parti rifiutiamo, più ci sentiamo svuotati di energia.

Consiglia molti modi per riportare alla luce ciò che abbiamo respinto, onorare le parti di noi, recuperare le parti perdute, e con esse, energia ed umorismo.
Suggerisce di far ricorso al gioco, alla poesia, al dialogo, alla pittura.

Senza neanche rendermene conto, è proprio quello che ho iniziato a fare alcuni mesi fa.
Ho portato fuori di me i giudizi su di me, usando un  piccolo giocattolo, che alcuni di voi conoscono con il nome di mostrino o anche nerdino.

Mi sono accorta velocemente, nel dare la colpa fuori, e di quanto spesso lo facessi senza accorgermi.
Di quanto spesso puntassi il dito verso le mie debolezze, togliendomi la forza e la voglia di fare altro.

Se il discorso interiore è: "sei sempre il solito/a" stiamo già emettendo una condanna o previsione circa gli eventi futuri.
Perciò meglio smettere anche solo di tentare. Ti suona?

Mi sono accorta che il mostrino - qualunque sia il tuo, è sempre con noi, in agguato.
Il mostrino tuo ad esempio può essere una parte dolce, molto femminile o molto maschile.
Non è qualcosa universalmente inaccettabile, è qualcosa che non accetti tu.
Beh, il perché lasciamolo stare, è tra le righe, neanche tanto nascosto.

Mostrino mio, o principessa tua, brava bambina, robottino, soldatino, mammoletta, ranocchia.

Atteggiamento rigido, altezzoso, ossequioso, formale, discinto, vestiti rosa,  risata finta, acido, poco gentile, aggressivo, svalutante,  etc etc  dipende da com'è insomma questa parte che abbiamo rifiutato e preso noi stessi a calci il più possibile.

In questo modo facciamo fatica a tenere lontane queste modalità, e perdiamo anche l'opportunità di farle semplicemente vivere quando potrebbero.

Un vestito da sera non è adatto alla scuola ma per una festa si.
Essere aggressivi e sapersi difendere serve eccome in certe situazioni, e all'opposto continuare con il sorriso finto ed ossequioso potrebbe essere una modalità errata nello stesso contesto.

Ma, per quanto cerchi di ignorare fino a dimenticare parti di te, da qualche parte salterà fuori.

“Unexpressed emotions will never die. They are buried alive and they will come forth, later, in uglier ways.” Sigmund Freud
"Le Emozioni inespresse non muoiono mai. Sono sepolte vive e verranno fuori, più tardi, in modo peggiore. "


Potremmo vederle solo negli altri, solo bbbbuoni  noi, solo gli altri Kattivi con la k.
Riacquistare più parti ci fa più forti, più veri, più tondi, più efficaci, più competenti, più consapevoli, più accettanti, dove accettazione vuol dire non essere in lotta con se stessi ed i propri sentimenti.

Il gioco con mostrino mi ha dato modo di spostare la critica da dentro a fuori, di conoscere e perdonare, accettare di essere (anche ma non solo) una nerd, una secchiona con gli occhiali.

Se ti va fare lo stesso, recuperare parti di te, ascoltare le voci critiche e modificare  in modalità ludica la critica, il rifiuto, la svalutazione, e riprenderti energia la data è Sabato 27 Settembre.



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p.s. il titolo "mostruosAmante" è un refuso, me ne sono accorta dopo la pubblicazione, ma ci sta benissimo.

Continua...

L'entusiasmo di un nuovo inizio

E' arrivato settembre, quella metà dell'anno in cui tutto ricomincia e si fatica a riprendere.
Odio rimettere le scarpe che non entrano più, lasciare i piedi abbronzati chiusi e stretti dopo mesi di libertà ed acqua, quest'anno di pioggia.

Per essere contenti di settembre devi rivedere persone che ami, avere mani da stringere, sorrisi e occhi da ritrovare.
Parlate fitte a raccontare il tempo della pausa estiva, il tempo della pausa nella relazione.
Per essere contenti di settembre devi andare incontro a qualcosa di bello, di grande, di gioioso.
L'ho sentita questa gioia nel petto. Finalmente torna a scorrere.

In tutti questi anni da allora ho evitato quella data sul calendario così rigida e uguale, impettita a ricordare silenziosa, il cambiamento subìto, non scelto.
Qualcosa che non è mai stato nelle nostre mani eppure è stato tolto e strappato ad ognuno, anche a chi era distante e di quelle torri non ne sapeva niente, tranne che erano lì.
Da allora c'è sempre stato un prima e un dopo, quell' 11 rigido impettito e distrutto.

Tra il prima e il dopo, quel giorno però torna ogni anno a sospendere tutto, nel silenzio ovattato e freddo, rabbia e dolore, ricerca di lacrime in solitudine, voler tenere dentro un evento che tutti conoscono e tuttavia è intimo e tale resta, ma non in pace.

Il freddo dentro è finito, lasciando i se e i ma finalmente dietro, o forse solo per un solo giorno, poi torneranno, ma intanto che bello poter sentire lo spazio lasciato vuoto da un macigno.

Torno finalmente ai progetti, ad andare verso e non solo lontano da.


Mi accorgo che scrivendo ho messo insieme quello che farò nel prossimi giorni, ed anche un po' più in là.

I progetti nascono da lontano e poi sembra che te li trovi d'improvviso tra le mani.

Ma è una costruzione continua di relazioni dentro e fuori. Mani da stringere, occhi da incontrare, una storia da raccontare che è proprio la nostra, con luci ed ombre, emozioni, cambiamenti.

Tempi accelerati dentro e lenti fuori, tempi lenti fuori e veloci dentro.
Ritrovare il tempo del respiro, del finalmente sorrido.

Nonostante i se, nonostante i ma.
Nonostante gli errori.

Nonostante le ombre.



Sentire l'accordo che c'è tra cuore e corpo cervello contesto.


Continua...

6 Passi per smettere di odiare se stessi

Il 10 e 11 settembre sono le giornate dedicate alla prevenzione del suicidio.

Se non ne parliamo, non vuol dire che non esista.
Vuol dire credo lasciare più sole le persone che ci hanno pensato o che hanno subito questo evento loro malgrado, compiuto da una persona vicina.

Nel 2000 circa 1 milione di persone ha perso la vita a causa del suicidio,
ma un numero da 10 a 20 volte più grande ha tentato il suicidio. 

Ovvero, una morte per suicidio ogni 40 secondi ed un tentativo di suicidio ogni 3 secondi.

Muoiono più persone a causa del suicidio che per i conflitti armati di tutto il mondo e gli incidenti automobilistici.
In tutte le nazioni, il suicidio è attualmente tra le prime tre cause di morte nella fascia di etá 15-34 anni.
Se i fattori centrali che conducono allo stigma sono l’ignoranza, la paura e l’ostilità, allora gli antidoti debbono essere l’informazione, la rassicurazione ed efficaci e autorevoli campagne anti-discriminazione.(fonte dati qui)

Secondo una testimonianza ODIARE se stessi è un fattore di pericolo, ammetterlo è stato un passo importante, ma in un viaggio lungo, in cui vorrebbe aver camminato come in una specie di fiaba di Disney/momento Oprah in cui le tutti gli amici sono in prima fila ad applaudire, e dire cose come: ce l'hai fatta, amico. siamo qui per te.
Ma ovviamente la realtà era molto diversa.

Un misto di depressone e molte esperienze dolorose, rabbia non elaborata e perciò interiorizzata, la sensazione di essere un mostro che non meritava nulla.

Un modello di odio di sé difficile da rompere, per il quale, oltre a chiedere supporto specialistico, suggerisce 6 punti:

1. Riflettere sul perché ti odi - Mi odiavo per un sacco di motivi fuori dal mio controllo. Individuate queste ragioni mi hanno permesso di lavorare sui sentimenti di quei motivi e trovare modi efficaci per far fronte a quei sentimenti.

2. Trovare una cosa ti piace di te - Almeno una, che può aiutarti a iniziare a costruire più aspetti che ti piace su di te.

3 Pratica - L'odio di sé non scomparirà dall'oggi al domani. Mi odiavo 24 ore al giorno per sette anni. Se avessi avuto un giorno in cui non mi odiavo anche un'ora sola al giorno, era già  un grande cambiamento.

4 Fare qualcosa di più grande di te - Che si tratti di religione, spiritualità, volontariato o semplicemente passare il tempo con le persone, facendo qualcosa che li collega ad altri o uno scopo è di vitale importanza.

5. Creare un ambiente sano - ero circondato da persone che non vedono un problema il fatto che fossi svenuto per 22 ore. Avevo bisogno di trovare persone che mi sostenessero nelle scelte più sane e mi  ricordassero il motivo per cui dovevo piacere a me stesso. Questa cosa non puoi farla da solo.

6. Imparare dalle battute d'arresto - Come ho imparato a piacermi me è stato facile ricadere in vecchi schemi, pieni di negatività e disperazione. E 'stato importante per me celebrare piccole vittorie e costruire me stesso un passo alla volta.

Una bella testimonianza.
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Magari il tuo non è proprio odio,  l'idea del suicidio non ti ha mai neppure sfiorato, ma hai mai pensato quanto il tuo dialogo interno non rode ogni giorno la tua autostima?

Mostrino, di cui tanti di voi ne hanno seguito le avventure, è stato il magnete delle mie personali invettive.
Dando a lui la colpa, mi rendevo conto di quante me ne facevo da sola, senza più neanche accorgermene.

Quanta ostilità, non perdono, non accettazione nei miei stessi confronti.
Attenzione, non vuol dire "sono fatto così e non posso farci nulla", resto nella mia imperfezione, ma cosa posso fare per star bene, lì dove voglio?
Dove mi faccio male ripetutamente e in modo eccessivo, feroce, persecutorio?

Il 27 Settembre vorrei invitarvi a fare un pezzetto dello stesso percorso che ho fatto in questi mesi.
Scegliere insieme il vostro mostrino e farci i conti, in modo ludico, divertente, ma estremamente utile ed efficace.
Magari si potrebbe farci anche un po' pace. Ci facciamo la guerra con feroce accanimento, sempre allo stesso modo, spesso doloroso ed inutile.
Allora cambiamo modalità e creiamo le premesse per disprezzarci di meno ed apprezzarci di più.

Diamoci la possibilità di cambiare, specie quello che ci fa male.

Continua...

Un padre ingombrante

Freud dice: ovunque io arrivi un poeta c'è stato prima di me.
Poeti, scrittori, compositori.
L'arte descrive stati d'animo, li dipinge, li affresca.
L'arte ti presta occhi che non sono i tuoi e ti fa guardare da quella prospettiva,
l'arte ti restituisce quello che hai visto e sentito tu ma non lo potevi o non lo sapevi dire.

Ho promesso che non avrei più parlato di libri, ma sono nel mezzo di uno che mi sta portando a spasso nell' infanzia di un bambino che ha un narciso come padre.

Perché da adulti forse alcuni di noi possono scappare lontano da un narciso/a, sempre che se ne rendano conto, sempre che si stimino abbastanza, sempre che...

Ma un bambino è un prigioniero.
Non può, deve stare lì dove la sorte lo ha messo.
Allora ecco perché amo i libri per esplorare le emozioni, per prendere un carattere e saperlo scandagliare ci vuole uno scrittore.
Non bastano i libri tecnici- spettatori in camice bianco, che sezionano freddamente l'umanità facendola sembrare distante e non parte della realtà di ciascuno.

Quando sei pronto il maestro si presenta, a me capita con i libri.
Quando sei pronto a vedere, ascoltare, passeggiarci dentro senza sprofondare.
Dunque in Soffocare di Palahniuk una madre terribile, in Via Gemito di Starnone è il padre.

Un libro cupo, triste, doloroso.
Lo consiglio a chi vuole riappropriarsi di emozioni di un infanzia e saperle descrivere e nominare.
Allo scopo di scongelare e vivere fuori da una gabbia antica.
“Quando uno non ha avuto un buon padre, deve crearselo”. Friedrich Nietzsche.
Lo consiglio alle donne che restano con un narciso, per vedere come potrebbe continuare la storia.

Tra le parole ingoiate per paura, tra famiglie che cercano di intervenire come si può, il padre narcisista di Via Gemito è un continuo guardare in un abisso, di cui però un bambino fa parte.


Un libro è sistemico, ti descrive tutto ciò che c'è intorno, il tempo, la società, chi guarda e proprio non sa che fare per intervenire senza far peggio o chi resta congelato davanti alla follia, perché poche storie, di follie si tratta.
Chi cerca di svalutare, sminuire, così fan tutti, succede in tutte le famiglie.

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.
Anna Karenina

Lascia stare, non guardare, non intervenire, fatti i fatti tuoi.


E anche non dire.
Così Starnone rende giustizia a tutti i non detti e ci rivela tutto il sentito che c'è dietro.
L'ambivalenza tra il disgusto di un padre manipolatore  e sprezzante e l'ammirazione, a brevi sprazzi, l'amore che ancora vorrebbe potersi liberare.
Le paure, i tentativi e il desiderio di piacere a un padre per scongiurare un pericolo vissuto da sempre, tra le urla e le bestemmie, e una colpa dichiarata a gran voce, ostentata, trafitta, che traduco con: maledizione a VOI.
Se voi famiglia non esisteste, a cosa ho dovuto rinunciare per colpa vostra, quanto mi avete rallentato, impedito, impacciato.

Ce ne sono di genitori così, di quelli che prima ti mettono al mondo e poi te lo rinfacciano, e sono frustrati e se la prendono con i più deboli e tu a guardare.

Perciò, quando un adulto mi racconta di aver sempre paura, e che lui è fatto così, immagino di essere davanti ad un altro sopravvissuto.
Se tra adulti assistiamo a cattiverie, piccinerie, ripicche, scorrettezze, violenze evidenti e nascoste, quello stesso identico mondo si riversa anche sui bambini.
Non c'è una recinzione che li tenga fuori.
In ostaggio e di proprietà.
Questo sono alcuni bambini.

Mi scorrono avanti i casi di cronaca di questi ultimi mesi e le interviste insulse: "era una brava persona" educato, salutava, stavano bene, lavoravano tutte e due.

Cosa potrebbero dire in fondo, ammettere l'impotenza di sentire senza sapere cosa fare?
O di restare attoniti che dietro quell'apparenza dismessa e gentile ci fosse un fiume nascosto di bile?

Tragedia annunciata. Delitto passionale, di gelosia.
Perché ci sono casi in cui si è colpevoli, sapete, di essere belli.
Di poter essere picchiati perché si provoca.
Non è vero, ma chi picchia ci crede. Crede che ogni cosa sia un insulto a sé.
Anche l'esistenza della propria moglie o dei figli.
Nemici. Casa come quartier generale "Chi cazz cumànna kaddìnt, io o voi?"

Il luogo che dovrebbe essere sicuro, diventa un incubo costante dove evitare anche di respirare, per cercare di non provocare l' esplosione inevitabile sempre in agguato.
Un bambino cresce in apnea, sentendosi in pericolo nella sua propria casa, cercando ora di farsi ombra ora scudo.

Mi pare che tutti possano intuire la follia, ma preferiscono sorvolare, pensare che è normale, che è carattere, che è un momento di nervosismo.


Poi quei momenti durano una vita, se non se ne prendono altre vite durante.

Continua...

Si può cambiare dopo gli anta?

E' bello ascoltare le domande che si fanno le persone, quelle domande che ti tengono distante da uno studio di non ben identificato consulente, perché da fuori sembra davvero complesso.

Oggi il quesito posto mi è parso estremamente interessante perché sembra che dopo una certa età (certa si fa per dire, è certa perché i documenti l'accertano così  ) tutto è nell'ormai.

ORMAI E' TARDI.

E' come arrendersi che certe cose non accadranno mai più, tipo innamorarsi, essere felici, conquistare o essere conquistati, sposarsi, prendere una laurea. CAMBIARE.

Metti la tua nell'elenco, e pensa a quanti anni pensavi così.

Io se non mi vergognassi scriverei che a 24 o 26 anni forse mi ero rassegnata al "dovermi" sposare sennò non mi avrebbe voluto più nessuno.
Quei modi di pensare che derivano da una mentalità e una mortalità neanche troppo distante nel tempo, dove le donne erano vecchie a 16 anni, poi a 20 e poi zitelle a vita.

Ora ci definiamo single, per scelta nostra o di altri a seconda dei momenti di disperazione, convinzione o felicità.

Ma comunque stavo dicendo.
Questa cosa che mi hanno consigliato in stile padrino buono e premuroso, ma sempre stile padrino che chissà che mi poteva succedere se lasciavo in questo blog la spiegazione della differenza tra counselor, psicologo, psicoterapeuta e psichiatra.
Che a volte pare che abbiamo cambiato tutti mestiere e facciamo i pm, ma non come lo facevo io che significa product manager, ma pm come pubblico ministero, pronti alle arringhe e alle carte in tribunale, alle virgole e alle interpretazione della legge.

Questa cosa non la dovevi dire...che in effetti vi sembra o no una scena del padrino?

Però poi così si lascia il campo a tanta altra gente che di parole sbagliate e palle sparate non si sa perché poi sta gente più spara in alto e più nessuno va da loro a dire  "compà questa cosa qui non sa da dire" soprattutto perché ve la siete inventata, aggiungerei io.

Così succede che chi ha bisogno continua a non capire niente, e aspettare che magari col tempo qualcosa cambia, ma il tempo così si perde, non si cambia.

Allora ecco voglio dire che i percorsi di crescita, di terapia, o di qualunque indirizzo scegliate non devono per forza essere tremendi, dolorosi, infiniti, pieni di lacrime a lungo ingoiate.

No. Si ride pure, si impara a ridere e sorridere e respirare e si incontra gente bella, e si scoprono cose nuove, l'ormai si trasforma in "magari l'avessi fatto prima" perché avrei goduto più a lungo.
Si impara a scoprirsi e a piacersi pure!

Le possibilità sono tante, basta prenderle. Non restare in casa, addentarle, provarle, masticarle, riprovare e sentire se il sapore fa per noi, e se così non è, cercarne un altro.

Perché fermarsi è come aver fame e smettere di mangiare perché la pizza non ci piace (ma chi è questo pazzo?), allora prova pure il tofu, dico io, anche se un dubbio che non stai bene ce lo avrei se al posto della pizza scegli il tofu.

Insomma, si, anche dopo gli "anta" si cambia.
Con il menu e il ristorante giusto, l'ambiente che vi si addice, addirittura c'è chi il ristorante ve lo porta a casa.
Non ci sono scuse, decidete di mangiare con gusto al tavolo della vostra vita!





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Obiettivi sempre più alti

[...]
i problemi che oggi sono in circolazione non sono più affrontabili, come un tempo, attraverso la psicoanalisi.
Gli strumenti psicoanalitici curavano il disagio dell'individuo, il disagio della civiltà nel senso che le condizioni miserabili in cui si viveva, in quella che io chiamo "la società della disciplina", dove il gioco era tra il desiderio di colui che voleva infrangere la legge e chi desiderava comprimere questo desiderio.
Oggi non è più questo lo scenario del dolore.

Lo scenario del dolore, soprattutto su impulso della cultura americana che spinge a tutta andata a raggiungere nel tempo più breve gli obiettivi, produce situazioni di ansie determinate dalla domanda.

Non più quella psicoanalitica tradizionale (cosa ci è permesso e cosa ci è proibito), ma cosa posso fare, cosa sono in grado di fare. 

Questa incapacità di raggiungere gli obiettivi quando l'asticella è posta sempre più in alto, crea un senso di inadeguatezza, di una mancanza di senso ed alla fine, al di là della tecnica che non ha scopi ma semplicemente funziona all'interno di una assoluta, radicale mancanza di orizzonti in vista di non si sa bene che.

Umberto Galimberti

Counseling come sviluppo di competenze e empowerment personale e professionale

Da ottobre un ciclo di incontri sul Personal Branding.

Lunedi 15 Settembre presentazione e miniprova presso Aspic di Roma. Solo su prenotazione

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Sabato

Prometto, questo è l'ultimo libro di cui vi parlo, ma per più di un motivo.
Poi, chi vuole continuare a seguire i miei "consigli" di parole, potrà seguirmi su

anobii.com/energiacreativa/.

In effetti che senso ha in un blog italiano parlare di libri se gli italiani ne leggono solo uno l'anno?

Se ci sono blog che vivono copiando interi libri e sono tanti, li ho visti, che acclamano la presunta autrice, non rendendosi conto neanche dei cambi stilistici evidenti, dovuti al fatto che gli autori sono infatti altri e tutti diversi?

Me ne vado a parlare delle mie ossessioni da un altra parte, quella di persone ossessionate come me.

In effetti Sabato - Ian McEwan  è un libro di un pensatore ossessivo,  parla di ciò che accade in un solo giorno, soprattutto nella testa del protagonista.
Pensieri affollano la mente, veloci, velocissimi, ripetitivi, nostalgici, lenti, assurdi.

Rispetto a libri dove, nello stesso numero di pagine si riesce a raccontare una vita intera, che ne so, penso a "La zia Marchesa" di Agnello Hornby, qui sono 24 ore, che sembrano non finire mai.

Ho dovuto superare un fastidio e una repulsione ad una scrittura, ad un ritmo, ad uno stile spaventante, pieno di dettagli chirurgici saltati cercando di tenere gli occhi chiusi fino a quando sarebbero finiti e sperando finissero prima della fine del libro.

Poi, come tutte le cose, ho iniziato a cogliere le analogie.
Passare il tempo - della vita o nel leggere il libro qui metaforicamente, a cercare di evitare il fastidio e sperare che ci sia altro che mi aspetta.

Notare come rincorriamo pensieri che diventano preoccupazioni e poi in un lampo, più forte, qualcosa arriva a fare battere il cuore forte e farci accorgere che le cose che amiamo sono tutte in una stanza, ci arrabbiamo troppo e ci incartiamo di pensieri inutili.

I pericoli sono fuori dalla finestra e poi dentro una stanza, entrano in un giorno che pensavamo fosse di tutto riposo, e mi chiedo allora se il riposo ogni tanto non dobbiamo prenderlo proprio da noi stessi, da quei pensieri inutili che non ci fanno compagnia ma ci tengono in ostaggio.

No, non sto di fatto consigliando di leggerlo.
Mi chiedevo leggendolo perché scegliere questo stile, questa angoscia e questo ritmo se invece posso continuare a sorridere beatamente con Francesco Piccolo?

Ecco, in fondo anche i pensieri possiamo sceglierli noi, e se si affollano inutili, ricoloriamoli.
Se quello che succede nella mente è spaventoso, possiamo scegliere semplicemente altri pensieri.



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Libri e carezze

Fatti un regalo, una coccola una carezza.
Concediti tanti sorrisi, pure tu che di solito leggi poco, c'è tanto da ricevere, riconoscere di se, di come siamo cresciuti, di certe piccole ossessioni che poi sono diventate grandi, di amici grandi che poi sono diventati piccoli, e noi, che non si sa se siamo davvero cresciuti o una parte di noi, è certo è ancora quella, che prende la mano del fratello per andare a scuola.

«Quando ero piccolo, e andavo a scuola insieme a mio fratello, mia madre mi diceva di tenerlo per mano, e questo mi sembrava giusto e anche responsabile. Quello che non capivo è perché mi diceva sempre: "mi raccomando, quando passate per quella strada dove non c'è il marciapiede, mettiti sempre tu dal lato della strada, dove passano le automobili". Io lo facevo, e lo facevo con diligenza, ma ero molto dispiaciuto. Per me significava: "io spero che nessuna auto vi butti sotto, ma se proprio dovesse succedere, preferisco che muoia tu piuttosto che lui"».

Leggilo anche tu che mamma lo sei diventata e dici di non aver tempo per leggere, ma queste storie qui sono brevi e non c'è bisogno di imparare nomi di famiglie, perché in qualcuna di certo ti riconoscerai, e prima di dare dello sfaticato a tuo figlio perché non mette la tavola comprenderai che è possibile abbia delle altre qualità, a rispettare la diversità e la ricchezza di ognuno. Anche la tua.

Ecco qualche riga dal libro, perché mi ha fatto pensare alle amicizie finite, a quelle mai esistite, anche agli amori che erano solo nella nostra testa, o nel voler costruire un immagine fuori di come ci eravamo immaginati anche noi stessi.

Le estati del rancore
Come abbiamo fatto a restare amici così a lungo. Che poi non so se siamo stati amici per davvero, o meglio non so se due ragazzi che si vedono ogni estate in una piccola città di mare, e lì stanno insieme, sempre insieme per due mesi, e poi in inverno non si vedono e non si sentono, possono definirsi amici. Oh certo, non facevamo altro che definirci amici quando qualcuno ci chiedeva di noi, amici per la pelle, da sei anni, poi sette, otto, nove anni, poi “da quando eravamo piccoli così”. Gli altri ci guardavano ammirati mentre ci ascoltavano ricordare gli anni e il tempo passato insieme, e provavano quel po’ di impotenza che si ha di fronte a due ragazzi legati da chissà quale specialità determinata dal
tempo, e si capisce subito che non si potrà mai diventare uno di loro, che il tempo per diventare uno di loro è passato, bisognava incontrarli prima, “quando si era piccoli così”.
Ecco, quando parlavamo agli altri degli anni passati insieme, io sentivo che eravamo amici. Non lo sentivo mai quando eravamo noi due soli, perché eravamo diversi da come ci raccontavamo; eravamo diversi, vivevamo in due città diverse per il resto dell’anno, ognuno di noi aveva una vita sconosciuta e solida da qualche altra parte, e poi arrivavamo un giorno su quel lungomare e per due mesi eravamo lì, in una pausa che segnava la scansione tra un anno e l’altro. E forse anche per questo pensavo che non eravamo amici, perché questa non era la nostra vita, ma un’interruzione. Tutte le estati erano uguali, mentre ogni inverno portava qualcosa di nuovo.
Tu pensavi esattamente il contrario. Arrivavi il primo luglio, ogni anno, mai un giorno prima né più tardi del primo pomeriggio, e sembrava che per te fosse finalmente finita la lunga pausa della stagione invernale: era arrivata l’estate, e bisognava approfittarne subito perché era il momento di vivere. Durava poco,  ma tu sapevi consumare le ore a una a una, proprio come chi le ha attese a lungo. Appena arrivato, percorrevi di corsa il lungomare, i due isolati che ci separavano, intanto che i tuoi genitori scaricavano i bagagli, e mi trovavi sul balcone che guardavo l’ultimo angolo possibile da dove saresti apparso, e poi scendevo giù di corsa. Questo, quando eravamo ancora bambini. Mi accorsi che avevamo smesso di esserlo, quando.............
[...]
Quando ci si incontra una volta all’anno, tutto sembra essere cambiato all’improvviso.
Invece durante l’inverno ogni giorno un piccolo pezzo di pelle si trasforma. Impercettibile.
E rivedendosi l’estate successiva, la metamorfosi è ormai avvenuta del tutto.
Non so se siamo stati amici. Ora di sicuro non lo siamo più. Ogni tanto ci incontriamo sul
lungomare e se siamo in compagnia di qualcuno, ci mettiamo a parlare del passato, sempre
del passato. Sembra che non riusciamo a fare altro – e ci scaldiamo, e raccontiamo gli episodi migliori dei giorni migliori, ci guardano divertiti, e ci chiedono come è possibile che non ci vediamo più. E noi rispondiamo che è vero, che una volta o l’altra dobbiamo ricominciare a stare insieme. Ce lo chiedono gli altri, noi no, abbiamo smesso di farlo pian piano, anzi no, abbiamo smesso di farlo all'improvviso, un’estate – come se fosse l’unica cosa da farsi, e quasi una liberazione. Non so se siamo stati amici, perché abbiamo passato tutti i nostri giorni insieme a competere, a litigare, a prenderci in giro.
Se ho un ricordo più netto degli altri, in quelle estati, era la fatica di arrivare alla fine di
ogni giornata senza litigare o soffrire per un torto, o portare a termine un qualsiasi gioco.
Avevo voglia di dire a tutti che essere amico di un altro era una cosa estremamente
faticosa, era un impegno continuo – a un certo punto avrei quasi consigliato di non
diventarlo.
[...]
[...]
Sembra che sia questo il momento di divertirsi e vivere, sembra che l'anno abbia un prima, un durante e un dopo.
E questo è il "durante" - bisogna approfittarne.
(da: Francesco Piccolo, “Storie di primogeniti e figli unici”,
Feltrinelli, Milano, 1998).


Per chi sente il bisogno di venire a raccontare la sua estate, il durante che è già stato, tra piogge e temporali, fuori e magari anche dentro di noi, nel vento o nella calma, l'appuntamento è il 13 Settembre con " le Cartoline dell'estate".

Il laboratorio creativo ed emozionale al ritorno dalle vacanze, che tu le abbia fatte belle, ed a maggior ragione,  se così non è andata.


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Non disperare nelle vita

…non bisogna mai disperare nelle vita perché, quando tutto sembra perduto, accade qualcosa che ci viene incontro e ci aiuta.
La nostra vita è quella che la nostra mente crea giorno dopo giorno, e noi siamo lo specchio di quei pensieri.

Tutte le nostre inquietudini si ripercuotono sulla salute fisica e mentale, limitano e indeboliscono la capacità creativa, provocando incertezze e timori.

Tutto quello che nella vita deve accadere accadrà, quindi è inutile preoccuparci più del dovuto perché così non facciamo altro che peggiorare la situazione.
Bisogna cercare di prendere quanto ci capita con ottimismo e ricordare che la vita è sempre degna di essere vissuta, anche quando è noia, fatica, delusione.
La notte non è mai così nera come prima dell’alba, ma poi l’alba sorge sempre a cancellare il buio della notte.
Così ogni nostra angoscia, per quanto profonda, prima o poi trova motivo di attenuarsi e placarsi, purchè lo vogliamo.
Sappiamo che c’è la luce perché c’è il buio, che c’è la gioia perché c’è il dolore, che c’è la pace perché c’è la guerra e dobbiamo sapere che la vita vive di questi contrasti.

[...] nella vita ci sono giorni pieni di vento e pieni di rabbia, ci sono giorni pieni di pioggia e pieni di dolore, ci sono giorni pieni di lacrime;
ma poi ci sono giorni pieni d’amore che vi danno il coraggio di andare avanti per tutti gli altri giorni.

Romano Battaglia
Notte infinita

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La depressione e come uscirne spiegata da un cartone

Un cartone meraviglioso che spiega la depressione e come uscirne a cura del world health organization.



Se ti senti in difficoltà mai aver paura di chiedere aiuto.
Non c'è nulla di cui vergognarsi.
L'unico peccato è perdere la vita.

The only shame is missing out life.





Nota:come detto più volte il counseling NON è un approccio indicato per la depressione.
leggi qui  oppure qui per la differenza tra counseling e psicoterapia.

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Chi ha troppo successo non può ammalarsi?

Davanti ai giudizi amari e tendenziosi, invadenti e poco rispettosi, insulti più che giudizi, meglio che io mi astenga dal commentare a mia volta e cerco di rendere questo momento di dolore utile per qualcuno.

Ho letto da qualche parte: affinché la morte di Robin Williams non sia vana.


Pochissimo tempo fa ho affrontato l'argomento suicidio, vi ho chiesto di condividere le vostre strategie per superare i momenti bui.

In questi giorni però viene alla luce una categoria speciale, che gode a poter distruggere, ergersi a giudici, esperti di vita, e a criticare, diffondono veleni e luoghi comuni. Errati, ovviamente.

Vediamoli insieme.

Chi si suicida è "egoista" nelle infinite declinazioni e variazioni del concetto.

Ma che vuoi che gliene freghi ad uno che si sente solo e sconfitto, dilaniato e svuotato, senza speranza e senza nulla da offrire e da valere, dicevo, che gliene può fregare di essere egoista, seppure così fosse?

In quel momento si sente solo e abbandonato, non si può essere egoisti, si vede nero, come di notte, quando esistono gli alberi e altre persone e cose accanto, ma la luce è spenta, esistono, ma non per te che non li vedi.

E' depressione, e la depressione è una malattia. PUNTO.

Minore o maggiore, chi sei tu per dirlo o per sminuirlo? Per paragonare che per te che guadagni poco o niente, sì che la vita è difficile eppure non ti suicidi tu.

Bene, ora se ti facciamo un applauso possiamo andare avanti?

Cosa avrà da lamentarsi, la vita è difficile per chiunque.

Cosa dovrebbero dire allora quelli che (elenco delle innumerevoli difficoltà, malattie, perdite)...

La depressione non viene riconosciuta come una "oggettiva" malattia fisica, come ad es. un arto mancante, puoi non comprenderla se non l'hai mai conosciuta, ma se non la conosci tu non vuol dire che non esista, e che sia grave, debilitante. Pericolosa.

Affrontabile certo, ma non con l'ignoranza o la svalutazione, o vedrai che passa, o con i tuoi giudizietti da invidioso che pensi, di nuovo erroneamente, che la depressione è una malattia, leggi un vizio, una debolezza, un vezzo, da ricchi.

(i brani seguenti sono interamente tradotti dall'articolo di Dean Burnett, dottore in Neuroscienze, docente e tutor in Psichiatria, comico e commediografo, autore del blog di scienza e humor "Brain Flapping" per il Guardian).

La depressione non discrimina.

Con tutti i soldi / fama / famiglia / successo che ha, come può essere depresso ?

La depressione (come tutte le malattie mentali), in genere non tiene conto di fattori personali. La malattia mentale può colpire chiunque. Abbiamo tutti sentito parlare della "follia" di re Giorgio III ; se la malattia mentale non risparmiava qualcuno che, all'epoca, era uno dei più potenti uomini ben allevati, perché dovrebbe risparmiare qualcuno solo perché ha una carriera cinematografica?

Certo, quelli con vite peggiori sono probabilmente esposti al maggior numero di fattori di rischio per la depressione, ma questo non significa che quelli con una ridotta probabilità di esposizione a disagi o eventi tragici sono immuni.

Il fumo può essere una delle principali cause di cancro ai polmoni, ma anche un non fumatore può morire di esso. Lo stile di vita di una persona non riduce automaticamente la loro sofferenza.
La depressione non funziona così.

Chi riteniamo "troppo di successo" per essere malato?

La depressione non è 'logica'
Per voler essere ottimisti,  potremmo dire che la maggior parte di quelli che descrivono il suicidio da depressione come egoista lo stanno facendo da una posizione di ignoranza.

Forse pensano che chi ha una depressione possa fare una sorta di tabella o grafico con i pro e i contro di suicidio e, nonostante i pro siano molto più numerosi, egoisticamente optare per il suicidio comunque?

Questo è, naturalmente, senza senso.

Uno dei principali problemi con la malattia mentale è che impedisce di comportarsi o pensare "normalmente" (...). Un malato di depressione non pensa come un non-malato nello stesso modo in cui una persona che sta annegando non "respira aria" come fa una persona sulla terra.

La situazione è differente. Dal punto di vista chi soffre, la loro autostima può essere così bassa, la loro prospettiva così desolante, che le loro famiglie / amici / fan sarebbe molto meglio senza di loro nel mondo, ergo il loro suicidio è in realtà intesa come un atto di generosità? Alcuni potrebbero trovare una tale conclusione offensiva, ma non è diversa dalle accuse di egoismo.

L'accusa "egoista" spesso implica che ci sono altre opzioni il malato ha, ma ha scelto il suicidio.
O che è la "via più facile".

Ci sono molti modi per descrivere il tipo di sofferenza che prevale su un istinto di sopravvivenza che si è evoluto nel corso di milioni di anni, ma "facile" non è uno di essi.

Forse niente di tutto ciò ha senso da un punto di vista logico, ma insistendo sul pensiero logico da qualcuno nella morsa di una malattia mentale è come insistere che qualcuno con una gamba rotta cammina normalmente; logicamente, non dovresti farlo.

[...] Le accuse di egoismo sono loro stesse egoiste?

 Diciamo che non sei d'accordo con uno dei suddetti, che ancora ritieni che per qualcuno con una carriera di successo e la famiglia che si suicidi è egoista. Fine. La tua opinione, hai diritto ad averla, per quanto possiamo essere in disaccordo.

Ma perché si vuole dichiarare pubblicamente che il recentemente scomparso è egoista? Soprattutto quando la notizia è appena uscita, e le persone sono chiaramente tristi di tutta la faccenda?

Perché è sempre così importante per te criticare il defunto ? 

Che tipo di servizio stai fornendo in questo modo, che si fa così giustificato gettare accuse di egoismo in giro?
Pensi che la depressione è " di moda ?
E criticando i malati si può scoraggiare altri dal" unirsi "? [...] Vediamo molte più foto da Marte in questi giorni, perché abbiamo i mezzi per farlo adesso, non perché è improvvisamente trendy.

Forse si sta cercando di dissuadere chiunque altro possa leggere le vostre opinioni da considerare il suicidio per se stessi? Dato che le statistiche indicano che una persona su quattro soffre un qualche tipo di problema di salute mentale, questo non è che un evento improbabile.

Ma se qualcuno è veramente depresso e sente la sua vita inutile, visto che gli altri considerano il loro sentimento egoistico può sicuramente solo sottolineare il proprio disgusto di sé e desolazione?

Si suggerisce che le persone li odiano anche nella morte. 

Forse conoscete alcune persone che hanno "tentato" suicidio esclusivamente per l'attenzione?
Giusto; una conclusione discutibile, ma anche se hai ragione, e allora? Sicuramente qualcuno che riesce a commettere suicidio è un vero e proprio malato che merita la nostra simpatia?

Forse si sente che coloro che esprimono il dolore e la tristezza sono sbagliate e dovete mostrare loro che si conosce meglio, non importa quanto sconvolgente esse possono trovare? E questo è un comportamento altruista come, esattamente?

Un individuo brillante ma tormentato si è tolto la vita, e questa è una tragedia.

Ma continuare nelle ignoranti accuse di egoismo certamente non eviterà che ciò accada di nuovo.

Le persone non dovrebbero mai essere fatte sentire peggio per soffrire di qualcosa al di là del loro controllo.



In conclusione, con le parole di Zelda, figlia di Robin:

Per tutti coloro che stanno inviando negatività sappiate che alcune parti giocose di lui stanno mandando stormi di piccioni a cagare sulla vostra macchina appena lavata.


Qualche ora dopo ha voluto chiudere gli account twitter e istagram per "commenti crudeli e non necessari"  di troll, meglio conosciuti come cacche umane.


Nota:

ci sono approcci psicoterapeutici e psicoterapeuti meravigliosi. Tanti modi per farti aiutare e sperimentare la felicità sulla pelle, piccoli attimi, percezioni e poi sempre di più, periodi più lunghi di luce (il counseling NON è invece indicato per la depressione). Chiedi aiuto.

numero verde prevenzione suicidio 800.507.717
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Che segno sei? (che talenti hai)

Nei segni zodiacali non ci ho mai creduto poi tanto, faccio confusione e non ricordo anche se li studio, come i modelli delle macchine e in generale, quello di cui non mi importa niente.

Non ricordo neanche i titoli dei meravigliosi libri che ho letto, né i contenuti, non è Alzheimer, è sempre stato così, per quanto non mi sia mai piaciuta questa cosa di me.
Non ricordare quello che vorrei e ricordare quello che fa male.

Il segno zodiacale è un impaccio, a scoprire chi siamo realmente.
Sin da piccole/i cominciamo a leggere le previsioni astrali e come andranno gli anni, sperando che dipenda dalle stelle, dimenticando troppo spesso che dipende da noi.
Come siamo allora noi? Intraprendenti, coraggiosi e forti?
Come siamo davvero?
Quando qualcuno mi incontra e mi chiede " che segno sei?" e subito aggiunge "bello" io mi chiedo bello di che, bello perché.
Per me l'oroscopo significa sperare in qualcosa su cui non posso influire, significa aspettare la manna, senza agire di mio.
Magari poi esiste comunque il karma, o il fato e dunque è uguale se non ti dai da fare affatto, ma io intanto ci provo, seppure con affanno, inciampi e sbucciature varie.

Se "a capa è na sfoglia e cepolla" il cuore cos'è?
Come conquistare un leone o uno scorpione, un pesce dovrebbe essere sostituito da "come conquistare te stesso".

Non è l'oroscopo quello su cui avremmo dovuto perder tempo, a farci dire da altri quali caratteristiche abbiamo.
Un capo nato, volontà e determinazione. Combattività. Parole mai come in questo momento vuote che non sento mi possano descrivere, non riconosco mie.

A settembre un percorso per scoprire i talenti.




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La vita è una treccia

Perché mamma non mi ama?
Ti sei mai fatto questa domanda?
Martellante e persistente, doloroso quesito a cui si cercano risposte dietro ogni gesto mancato, abbraccio non ricevuto, rifiuto palese, disgusto mal celato.
Una ferita che stravolge e travolge la vita di una bambina, diversa dai suoi fratelli senza comprendere il perché.

In che modo influisce sulla vita e sulle scelte affettive?
Sulla resilienza, se questa è il dono inaspettato che ne discende.
La resilienza dal latino “saltare indietro, rimbalzare”, la capacità di risalire su un imbarcazione rovesciata, e nell'accezione psicologica, la capacità di adattarsi, riuscire, farcela nonostante difficoltà e ferite.

Nel libro meraviglioso di Simonetta Agnello Hornby "La zia marchesa" edito da Feltrinelli, la protagonista arriverà alla sua risposta, strana per la verità, incomprensibile a tratti, ma la storia e la vita, il periodo storico siciliano ed italiano narrato nelle sue pagine offre tante riflessioni e sguardi sui cambiamenti sociali, sul ruolo della donna.

Duecento anni ci sono voluti, forse, per rendere le donne, ma anche gli uomini, liberi di poter seguire le proprie passioni, liberi di nascere maschi o femmine.
O forse no, quest'ultima affermazione non è vera.
Uno dei capitoli è intitolato proprio "auguri e figli maschi".
Quanto ho ritenuto offensivo e odioso quest'augurio che esclude la nascita delle donne dagli eventi lieti.

Ed ancora: i giudizi della gente, sempre spietati. Eccentrica viene definita la marchesa perché ama usare le sue mani per cucinare, fare giardinaggio e ricamare.

Gesti che possono aiutare, come in effetti accade nella storia, una persona a trovare sollievo, a sperimentarsi, ricavare soddisfazione, ed invece il mondo fuori non ha occupazioni proprie ed utili o costruttive se non restare a chiacchierare, spettegolare, criticare.

Tanti i temi nella "Zia marchesa", tanti i motivi per leggerlo, anche solo il modo in cui è scritto, con più piani narrativi, la differenza tra poveri e ricchi,  i dolci nella tanto contestata notte di Halloween non sono una invenzione "ammericana" ma piuttosto un antica tradizione nostrana, narrata con pennellate di colori e forme, restituendo sapori e storie che con un po' di fortuna, avrai ascoltato anche nella tua famiglia.


"La vita è come una treccia, ogni ciocca è importante e ha un significato. La prima è quella del dovere, che abbiamo tutti e che significa obbedienza; la seconda è quella della roba – chi l'ha deve stare attento a non farsela arrubbare e chi non l'ha ha soltanto la fame nelle budella e la vulissi assai – e la terza è quella dell'amore. E se una ha tutte e tre le ciocche belle forti, la treccia è bellissima e vive felice. Ma assai fimmine hanno la prima ciocca bella folta, mentre le altre due sono sottili. Se riescono a intrecciarsi la treccia bella non è, ma tiene, e la vita continua. Se invece la ciocca dell'amore addiventa troppo forte e quella del dovere è debole, la treccia non regge e si disfa: tre devono essere le ciocche, così è."


In questa estate ho scelto di parlarvi di libri,  non testi di studio o per addetti al settore, ma titoli che possono influire positivamente sulla mente e sul corpo secondo la Biblioterapia.

Se vuoi leggere gli altri post segui il link libri e  qui.

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La dipendenza da sesso

Da adolescente pensavo che le dipendenze fossero solo le droghe, quelle, leggere o pesanti, da cui mi si raccomandava di stare lontano.
Perdere il controllo però non è mai stata una cosa che ho desiderato, e quella fase per fortuna è passata senza che io ci cadessi dentro.
Ho scoperto poi che le dipendenze sono talmente tante che è certo che anche tu ne abbia una.
Tu, cioè anche io.
Sono dipendenze quelle da farmaci, da televisione, da internet, da relazioni, dal gioco, sigarette, alcol, pillolette varie, dal rifiuto amoroso (!!), dal cibo.
Sicuro ne dimentico qualcuna, aggiungi pure quella che ti viene in mente.

Una delle mie, che ho sempre considerato piuttosto innocua rispetto alle altre, sono i libri.
Compro, leggo, accumulo, non so dove mettere. Resto sveglia per finirli, ma non un ultima pagina e poi vado, no, tutto il libro proprio, a volte per interi giorni. Dovrei dormire e leggo, dovrei cucinare e leggo, avrei da mettere ordine, lavorare, fare telefonate, e invece no, ancora 5 minuti e poi diventa un ora, e poi la notte è finita.

Nella intensa pioggia estiva che mi ha fatto compagnia per tutta la durata della vacanza, l'unica positiva è che ho cercato di uscire fuori da quelle atmosfere bagnate e senza sole, proprio con i miei libri.

Ecco che mi imbatto in uno sulle dipendenze, ma su una strana forma di dipendenza, quella di cui non si parla, se non per sentito dire e quando riguarda vips.

Il titolo del libro è "Soffocare", l'autore Chuck Palahniuk, nelle copertine lo si definisce "idolo dei giovani" e "pulp" e "grottesco".
Io sono l'eccezione delle tre definizioni: uscita per anagrafe dal cluster dei giovani, il pulp mi fa impressione e il grottesco lo trovo già ridondante in troppe persone.
Per me Palahniuk è poetico, trovo che i suoi racconti lascino una speranza, una luce, oltre che amarezza o risate.

L'ho conosciuto prima dalle frequenti citazioni che girano su internet e poi mi sono decisa. In realtà non è il primo che leggo suo, ma se vi dicessi il titolo dell'altro chissà cosa pensereste di me (dipendenza dall'altrui approvazione).

Soffocare è un divertente trattato psicologico/medico, che ci fa partecipare a come un bambino, ovvero il protagonista della storia, diventi da grande un dipendente sessuale.

Credo sia impossibile non entrare in empatia con questo personaggio, non provare una enorme tenerezza, il che lo so, detto così, prima che lo leggiate, sembra strano.
Spende l'autore una o forse più di una pagina al principio sul convincere a non leggere, una specie di "lasciate ogni speranza o voi che entrate", perché il ragazzino di cui parla è davvero stupido.

Eccolo subito, quel meccanismo che sui libri di testo si fa fatica a capire: il bambino non amato, maltrattato etcetc salverà sempre i genitori, e si darà tutta la colpa.
Già. Va proprio così.
Questo libro va letto, non credo abbia scene di sesso che possano turbare, almeno non quanto la storia, e i personaggi che continuano a parlare anche giorni dopo averlo finito quel libro.

O forse soffro (anche) di allucinazioni.
Tre citazioni in chiusura.


Le dipendenze, disse, sono solo uno dei tanti modi per curare lo stesso problema. Le droghe, la bulimia, l’alcol, il sesso, sono strumenti per trovare un po’ di pace. Per sfuggire a ciò che conosciamo. A quello che ci insegnano.



"Sì, forse abbiamo fatto a pezzi il mondo, ma adesso non abbiamo idea di come ricostruirlo."
"La mia generazione ha sempre ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliorato di tanto così. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che avevano creato gli altri che, alla fine, di nostro abbiamo creato ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembra che abbiamo fatto chissà cosa, ma in realtà non abbiamo combinato proprio niente."

Possiamo passare la vita a farci dire dal mondo cosa siamo. Sani di mente o pazzi. 
Stinchi di santo o sessodipendenti.
Eroi o vittime. A lasciare che la storia ci spieghi se siamo buoni o cattivi.
A lasciare che sia il passato a decidere il nostro futuro.
Oppure possiamo scegliere da noi.
E forse inventare qualcosa di meglio è proprio il nostro compito.

Se ti va, dimmi com'è andata la lettura, se ti è piaciuto, cosa ti ha colpito, cosa hai sottolineato, riletto e fatto tuo.


p.s. Non è giusto racchiudere il libro nella etichetta unica della dipendenza. E' anche un analisi lucidissima sulla genitorialità folle, inadeguata, sul genitore che travolge e usa il figlio, riempiendolo di sguardi errati sul mondo. E' un libro con uno sguardo pietosissimo- nel senso di pietas latina- sulla vecchiaia, passando per la generosità e l'altruismo.
E' un libro dove frasi o interi discorsi possono essere meravigliose quando estrapolate dal contesto, follia pura nella bocca di chi le pronuncia.
Credersi buoni, unici salvatori, depositari di verità e fare tanto male.
Chuck è un opportunità di crescita, di riflessione. O semplicemente, una buona lettura.
Continua...

Comandi, proibizioni, ingiunzioni. Copioni

[...] Non che la Giapponese sia una vittima, tutt'altro.
Tra le donne del pianeta non è certo la più sfavorita dalla sorte. Il suo potere è notevole: so quel che dico.
No, se bisogna ammirare la Giapponese (e bisogna farlo) è perché non si suicida. La cospirazione contro il suo ideale comincia in tenerissima età.
Le ingessano il cervello:
 “Se a venticinque anni non sei ancora sposata, hai di che vergognarti”,
“se ridi, non sei fine”,
 “se il tuo viso esprime un sentimento, sei volgare”,
“se menzioni l’esistenza di un pelo sul tuo corpo, sei immonda”,
 “se un ragazzo ti bacia sulla guancia in pubblico, sei una puttana”,
“se mangi con piacere, sei una scrofa”,
“se provi piacere a dormire, sei una vacca”.
Precetti del genere sarebbero ridicoli se non ti si conficcassero dentro. Perché, in fin dei conti, ciò che si trasmette alla Giapponese attraverso questi dogmi insensati è che non bisogna sperare in niente di bello. Non sperare di godere, perché il piacere ti annienterà. Non sperare di innamorarti, perché non vali abbastanza: quelli che ti ameranno lo faranno per i tuoi miraggi, mai per la tua verità. Non sperare che la vita ti porti qualcosa, perché ogni anno che passa ti leverà qualcosa. Non sperare in una cosa semplice come la tranquillità, perché non hai nessuna ragione per startene in pace. Spera di lavorare. Visto il tuo sesso avrai poche possibilità di arrivare in alto, ma spera di servire la tua azienda. Lavorare ti farà guadagnare dei soldi dai quali non trarrai nessuna gioia, ma da cui potrai eventualmente trarre dei vantaggi, per esempio in caso di matrimonio – perché non sarai tanto stupida da supporre che qualcuno possa volerti per il tuo valore intrinseco. A parte questo, puoi sperare di vivere a lungo, cosa che in sé non ha nulla di interessante, e di non conoscere il disonore, cosa che invece ha un fine in sé. Qui si ferma la lista delle tue speranze lecite. E comincia la serie interminabile dei tuoi doveri sterili. Dovrai essere irreprensibile, per la semplice ragione che non si può fare altro. Essere irreprensibile ti porterà solo ad essere irreprensibile, non sarà motivo di orgoglio e tanto meno di voluttà.
Non è possibile enumerare tutti i tuoi doveri, perché non esiste attimo della tua vita che non sia dominato da uno di essi. Anche quando sarai chiusa in un bagno per dare umile sollievo alla tua vescica, avrai il dovere di vegliare perché nessuno possa sentire il canto del tuo ruscello: dovrai quindi tirare la catena in continuazione.
Ho fatto questo esempio per farti capire una cosa: se perfino la tua sfera più intima e insignificante della tua esistenza è sottomessa a una regola, figurati quale sarà la vastità degli obblighi che, a maggior ragione, peseranno sui momenti essenziali della tua vita.
Hai fame? Mangia appena, perché devi restare magra, non per il piacere di vedere la gente girarsi per strada al tuo passaggio (non lo farà nessuno), ma perché è vergognoso avere qualche rotondità.
Hai il dovere di essere bella. Se ci riesci, la tua bellezza non ti darà voluttà alcuna. Gli unici complimenti che eventualmente riceverai proverranno da occidentali, e sappiamo bene quanto siano privi di gusto. Se ti ammiri allo specchio, fallo per paura e non per piacere: perché la tua bellezza ti porterà solo il terrore di perderla. Se sei una bella ragazza, non varrai granché; se non sei una bella ragazza, varrai meno di niente.
Hai il dovere di sposarti, preferibilmente prima dei venticinque anni che saranno la tua data di scadenza. Tuo marito non ti darà l’amore, a meno che non sia matto, e non c’è felicità nell’essere amata da un matto. In ogni caso, che ti ami o meno, non lo vedrai mai. Alle due del mattino un uomo esausto e spesso ubriaco tornerà da te e sprofonderà nel letto coniugale dal quale si alzerà alle sei senza averti detto una parola.
Hai il dovere di avere dei bambini che tratterai come divinità fino a tre anni, età in cui, d’un colpo, li caccerai dal paradiso per arruolarli al servizio militare, che durerà dai tre ai diciott’anni e poi dai venticinque fino alla morte. Sei obbligata a mettere al mondo esseri umani che saranno tanto più infelici quanto più profondamente l’idea di felicità si sarà radicata in loro nei primi tre anni di vita.
Trovi orribile tutto questo? Non sei la prima a pensarlo. Le tue simili lo pensano dal 1960. Come vedi, non è servito a niente. Molte di loro si sono ribellate e anche tu forse ti ribellerai nel solo periodo libero della tua vita, tra i diciotto e i venticinque anni. Ma a venticinque anni ti accorgerai all’improvviso di non essere sposata e proverai vergogna. Abbandonerai l’abbigliamento eccentrico per un tailleur sobrio, calze bianche e scarpe ridicole, sottoporrai la tua splendida capigliatura liscia a una messa in piega desolante e ti sentirai sollevata se qualcuno – marito o datore di lavoro – ti vorrà.
Nel caso molto improbabile che tu faccia un matrimonio d’amore, sarai ancora più infelice perché vedrai tuo marito soffrire. Meglio non amarlo: così riuscirai a rimanere indifferente di fronte al naufragio dei suoi ideali, visto che lui, tuo marito, ne ha ancora. Gli hanno fatto sperare, per esempio, nell’amore di una donna. Si accorgerà presto invece che tu non lo ami. Come potresti amare qualcuno con quell’ingessatura che paralizza il cuore? Ti hanno imposto troppi calcoli perché tu possa amare. Se ami qualcuno è perché non ti hanno educata bene. I primi giorni di nozze, simulerai ogni genere di cose. Bisogna riconoscere che nessuna donna ha il tuo talento per la simulazione.
Il tuo dovere è quello di sacrificarti per gli altri. Non credere però che il tuo sacrificio renderà felici coloro ai quali ti dedicherai. Servirà solo a non farli arrossire per te. Non hai nessuna possibilità di essere felice o di rendere felice.
E se in via del tutto eccezionale il tuo destino sfuggirà a una di queste regole, soprattutto non dedurne che hai trionfato: puoi dedurne casomai che ti sbagli. D’altronde te ne accorgerai molto presto, perché l’illusione della tua vittoria può essere solo momentanea. Non gioire dell’istante: lascia questo errore di calcolo agli occidentali. L’istante non è niente, la tua vita non è niente. Nessun tempo al di sotto dei diecimila anni conta qualcosa.
Se può consolarti, nessuno ti considera meno intelligente di un uomo. Sei brillante, la cosa è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che ti trattano tanto bassamente. A pensarci bene, però, è davvero una consolazione? Almeno, se ti ritenessero inferiore, il tuo inferno avrebbe una spiegazione, e potresti uscirne dimostrando, in conformità con i precetti della logica, l’eccellenza del tuo cervello. E invece no: ti sanno uguale, se non superiore. E dunque la tua geenna è assurda, il che vuol dire che non esiste via di fuga.
Invece ce n’è una. Una sola ma alla quale hai pienamente diritto, a meno che tu non abbia fatto la stupidaggine di convertirti al cristianesimo: hai il diritto di suicidarti. In Giappone è un atto molto onorevole. Non pensare però che l’aldilà sia uno di quei paradisi giocondi descritti da quei simpaticoni degli occidentali.
Dall’altra parte non c’è niente di straordinario. In compenso, pensa alla cosa più importante: la tua reputazione postuma. Se ti suicidi, sarà splendente e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire.
Certo, puoi anche non suicidarti. Ma allora, prima o poi, non reggerai e in un modo o nell’altro cadrai nel disonore: ti troverai un’amante, o ti metterai a mangiare, o diventerai pigra – tutto può accadere. È stato notato che gli esseri umani in generale, e le donne in particolare, faticano a vivere a lungo senza cadere in uno di quei piccoli vizi legati al piacere carnale. Se diffidiamo di quest’ultimo non è per puritanesimo: lungi da noi questa ossessione americana.
A dire la verità, si deve evitare la voluttà perché favorisce la traspirazione. Non c’è niente di più vergognoso del sudore. Se mangi a quattro palmenti un bel piatto di fettuccine, se ti abbandoni alla rabbia del sesso, se passi l’inverno a dormicchiare vicino al camino, suderai. E nessuno avrà più dubbi sulla tua volgarità.
Tra il suicidio e la traspirazione non esitare. Versare il proprio sangue è ammirevole quanto è immondo versare il proprio sudore. Se ti dai la morte, non suderai mai più e la tua angoscia sarà finita per sempre. [...]

Amélie Nothomb, Stupore e Tremori, 2000



Quali sono le ingiunzioni che hanno ingessato noi ? Quali hanno ingessato te?
Leggere da spettatore quelle di una cultura diversa può farci sembrare di essere lontani da quella realtà, ma ne abbiamo anche noi, e neanche troppo diverse.

Il libro mi è piaciuto per com'è scritto, per gli spunti di riflessione, perché mi trovo incredula davanti alle inefficienze del nostro sistema, a vedere incompetenti al lavoro e nessun lavoro per i competenti.
E' una meraviglia assistere all'evoluzione della protagonista, al riuscire nonostante.

Un pensiero molto personale poi nella cultura tremenda della non speranza per le donne giapponese.
Una di loro ha sposato il mio ex fidanzato storico.
Così posso confermare che le cose belle possono succedere, e spero per lui che sudi e sorrida e sappia esprimergli tanto amore.


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Dare un limite al dolore

Qual è il vostro modo per superare i momenti bui, quelli dove l'uscita non si vede proprio?
Cosa fare in quei minuti assurdi in cui il pensiero di farla finita arriva?

Nel post precedente vi ho lasciato con questa domanda.

Molte risposte, chi guarda i bambini, chi ascolta gli altri ridere.

L'evento che ha generato il mio scriverci sopra è stata però una mamma di 47 anni e 4 figli.
Ovvero quasi la mia età, e lo stesso numero di figli che ha avuto mia madre.

I pensieri sono andati a mille, le testimonianze sono arrivate pure da figli di genitori che hanno fatto questa scelta.
Testimonianze molto personali, di chi ci ha provato ed è contento di non esserci riuscito, di chi ha camminato un buon pezzo della vita cercando di trovare risposte, gioia, motivi e mezzi per cambiare quel dolore interno.
Lo so che è poco "cool" occuparsene, ma far finta che va sempre tutto bene che senso ha se poi nessuno è felice.

Primo punto:
Quanto spesso siamo spaventati che i periodi belli e "fortunati" possano finire, increduli che stia finalmente andando tutto bene, che le cose belle stiano accadendo proprio a noi.

Eppure il pensiero speculare nei pensieri bui, non c'è.
Siamo spaventati che la fortuna possa finire, ma non che possa accadere con il periodo nero.
Il buio è totalizzante, di passato, presente e futuro.
Forse pensiamo di non essere in grado di farcela, ci sentiamo piccoli e soli.

Allora ho scelto questa proposta, e ringrazio di cuore G. per averla inviata.

Darsi un limite temporale per il dolore. 
Io provo sempre a stabilire il tempo in cui posso permettermi di farmi travolgere dalle sofferenze che in quel momento sto patendo. 
Tipo in una situazione di emergenza mi concedo qualche secondo. 
Dopo un abbandono qualche giorno (72 ore di solito). 
Passato questo tempo so due cose: che sono sopravvissuta e che il tempo di non fare nulla perché ero impegnata a soffrire è finito. 
Quindi rimane solo da rimettersi in sesto (o agire). 
In quel lasso di tempo so che posso non fare altro che sentire quello che provo, senza sensi di colpa, perché poi so che arriva il momento di smettere. Può servire?

Vi lascio con una nuova domanda.
Può servire?
Spero di sì.


ps.Anche questa mi sembra una risposta.Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile.
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