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Counseling is good 4 you

Benessere delle 4 c: cuore, corpo, cervello, contesto. Tutto il benessere del counseling di Paola Bonavolontà.

Il barattolo della vita

Un professore davanti alla sua classe prese un grosso vaso vuoto, e lo riempì con delle rocce di 5-6 cm di diametro.
Quindi chiese agli studenti se il vaso fosse pieno, ed essi annuirono.
Allora il professore versò nel vaso dei sassolini,  che rotolarono negli spazi vuoti fra le rocce.
Il professore chiese di nuovo se il vaso ora fosse pieno, e gli studenti furono d'accordo.
Il professore prese allora della sabbia e la versò nel vaso.
La sabbia riempi ogni spazio vuoto.
"Ora", disse il professore, "voglio che voi riconosciate che questa é la vostra vita.
Le rocce sono le cose importanti - la famiglia, il partner, la salute, i figli, l'amicizia - anche
se ogni altra cosa dovesse mancare, e solo queste rimanere, la vostra vita sarebbe comunque piena.
I sassolini sono le altre cose che contano, come il lavoro, la casa, etc.
La sabbia rappresenta qualsiasi altra cosa, le piccole cose.
Se voi riempite il vaso prima con la sabbia, non ci sarà più spazio per rocce e sassolini.
Lo stesso e per la vostra vita; se spendete tutto il vostro tempo ed energie per le piccole cose, non avrete mai spazio per le cose veramente importanti.
Stabilite le vostre priorità e dedicate più tempo alle cose importanti, il resto é solo sabbia".
Uno studente si alzò e prese il vaso contenente rocce, sassolini e sabbia, che tutti, a quel punto, consideravano pieno, e cominciò a versargli dentro un bicchiere di vino.
Morale della storia?
Non importa quanto piena e la vostra vita, c'e sempre spazio per un bicchiere di vino con gli amici



L'idea del laboratorio del barattolo della vita nasce - in parte- da questa storia che forse conoscevate già, usata spesso nella formazione sul Time management, ovvero la gestione del tempo.


L'esplorazione all'interno del laboratorio facilita ogni partecipante nella costruzione del proprio contenuto personale e/o professionale attraverso vari strumenti per centrarsi sulla visione, sugli obiettivi importanti della vita, in modo non solo razionale ma anche intuitivo.


PROSSIMA EDIZIONE
Sabato 10 Ottobre 2015


Continua...

Counseling: l'isola del non giudizio


Il mio lavoro è un isola e io sono l'isolana.
Barchette di ogni forma e misura arrivano, e ripartono.
In quest'isola felice, infelice, sorprendente, soleggiata e piena di tempeste, lussureggiante ed arida, ricca di risorse dimenticate.

Qualunque sia chi approda, di certo c'è un ascolto presente nella sospensione del giudizio, dei confini chiari di cosa ti chiedo, quando, qual'è il mio tempo e come posso disporne.
E' una isola nel mondo e lontana allo stesso tempo.
Arrivano gli echi di cosa avviene fuori, mentre ci si guarda dentro.
La direzione è voler migliorare qualcosa, il proprio modo di reagire, il modo di presentarsi, di collaborare con i colleghi.
A volte l'intenzione è comprendere, come mai non riesco a, come mai mi si ripete questa situazione.
Cosa posso fare.
Cosa voglio.
E questa è sempre una meravigliosa spiaggia di approdo, mollando le scotte della manipolazione, abbandonando i sensi di colpa di chi ci manipola, di vorrei ma, di nascondersi dietro vetri sporcati da scuse, da parole che vogliono dire altro, da responsabilità che non si desiderano e che si danno volentieri agli altri.

C'è una sorta di curiosità verso se stessi, mista a tratti a benevolenza, a desiderio di scoprire come togliere una cappa di dolore, o di insicurezza, come riuscire a correre leggeri, o a sapersi fermare.
Quanto meno rallentare.


Allora quando esco nel mondo fuori, e mi capita di vivere normalmente tra gli altri, spogliata del mio ruolo, sento che il mondo è davvero diverso.
Nel migliore dei casi, sorrido a chi pensa che continuo a lavorare anche fuori dal mio studio.
In effetti ci sono molti che pretendono che lo faccia ma senza averlo concordato,  "disponibile" ad ogni ora e ovviamente senza alcuna retribuzione.

Ci sono quelli che sull'isola non ci vogliono andare, ma da lontano, con mail chilometrici,  mi raccontano la vita e chiedono una volta uno psicologo mi disse" e allora tu che mi dici? mentre io sto ancora domandandomi: ma tu chi sei? ci conosciamo?

Ti dico prendi appuntamento.
Risposta: no, non importa. io volevo il tuo consiglio di counselor.
A me cadono le braccia, il counselor NON consiglia, meno che mai indovina non avendoti mai visto, senza conoscere la tua età, il tuo viso, la tua voce, la tua storia.

A cosa ti serve che io ti dica, mica mi stai chiedendo questa camicetta blu o rossa?
Anche in quel caso cosa ti serve una mia risposta in base ai giusti miei, io potrei non volerla affatto una camicia così, dipende quanto è giusta per te, se ne hai altre di blu o di rosse, e se invece non vorresti un vestito o una maglietta, o un reggiseno.

Chi, mai visto ed incontrato mi scrive su wup perché deve fare un esame, e vuole esempi pratici del modello smart.
Io sono all'estero, ma so che sicuramente può trovare le risposte che cerca in un documento che ho caricato on line, allora scrivo leggi e scarica  qui, sono 12 pagine, ci sono anche gli esempi.


Risposta:
" Le ho scritto un altra email. La prego davvero di aiutarmi per il mio esame. E' importante. Non le costa nulla dedicarmi 5 minuti per la risposta che cerco".

ed ancora " 5 minuti per aiutare una ragazza che sta per laurearsi non le costavano davvero niente. e' brutto non trovare aiuto da chi potrebbe insegnare. grazie lo stesso".


Alzi la mano chi non legge manipolazione, desiderio di instillare senso di colpa.
Svalutazione, totale, di me, del mio tempo, del fatto che sono all'estero e non ho mai concordato niente con te, non so neanche a quale università sei e perché non chiedi al professore con cui hai l'esame o ai suoi assistenti, perché lo pretendi con tanta insistenza da me.
Secondo te.

Persone che chiedono consigli di marketing dicendo tanto sono due minuti, che ce vò.
Leggi qua, per te è facile.
Però anche chi chiede consigli, non è detto che li voglia ascoltare, allora si mette sulla difensiva, o peggio ancora attacca, e vuole la soluzione, che rifaccia tu il lavoro al posto suo, e pretende che tu spieghi e motivi, intanto il tempo passa.
Avevi detto due minuti e due minuti non sono bastati neanche per fare la domanda.

Invalidazione e svalutazione, manipolazione, mancanza di rispetto per il tempo e la vita degli altri, in questo caso la mia.
.
Che ce vò?
Intanto corro anche io, cercando di mettere insieme gli impegni che ho preso di comune accordo, e le cose necessarie, gli imprevisti, le urgenze, perdere tempo a rispondere ai ripetuti che ce vo e sentirmi in colpa di non sentire mamma, sorella e nipote da settimane. Di non aver sentito ancora mio fratello che si è trasferito all'estero da un mese e io so bene quanto male possa fare.

Respiro e anche se non mi va, devo incastrare anche il parrucchiere, l'età della ricrescita non aspetta.
Ma come non ti piace?

In effetti piacerebbe rilassarmi ad ascoltare il silenzio, a leggere un libro che mi sta facendo sorridere, e invece c'è il bollettino di guerra e morti, attricette che oddio hai visto com'era vestita, quella non hai idea, vista da vicino che viso rovinato, certi buchi, ma poi secca du gambine, però credimi non è per nessuna invidia la mia, ma uno schifo, davvero.
No, infatti nessuna invidia, posso immaginare.

L'eccesso di giudizio mi circonda, dal parlare ore delle vite degli altri per distruggere e criticare, da parole taglienti ogni due pronunciate, da visioni apocalittiche e depressive di chi approfitta di ogni singolo argomento per parlare subito di un polo negativo, un dettaglio truce o spaventoso, pericoloso.

Il pericolo adesso incombe su di me, ad ogni domanda a cui cerco di svicolare, da se ti piace Gigi D'Alessio,  per quella invisibile ed in realtà inesistente equivalenza necessaria napoletana=amante dei neomelodici, napoli centro o napoli fuori, ma non si sente proprio il tuo accento invece oh ci so certi coatti in giro.

Le bordate non le vedo arrivare, e non c'è modo di impedirle, peccato il posto è carino e la musica non è invadente, vorrei dire lo stesso di questo giovane che mentre mi pettina, dice:

che poi quelle tardone tra i 40 e i 50.


Torno sulla mia isola, da isolana tardona.







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Donne che criticano donne

Sguardi indispettiti, sopracciglio giudicante, veleno nell'apparenza di un gesto gentile, critica, esclusione, giudizio, saluti mancati, omissioni di presenza, sono tante le donne di un aggressività potente che non se la riconoscono, o fingono di non vederla, e si nascondono dietro la perfezione del parrucchiere e delle unghie sempre perfette, dietro la storia che si sono raccontate, di madri impegnate nell'assistenza ai poveri del mondo scordandosi dei loro stessi figli.
Odio e invidia, voglia di sentirsi superiori, sante, vuoto interiore.

Nelle critiche le donne ingabbiano altre donne, rendendole fragili ed insicure come un gioco di domino infinito.
Rialzarsi e ritrovarsi intere, riappropriarsi di ciò che si sente, si sperimenta, si è, è una continua prova e ricerca.



Non mi pento di niente

Dalla donna che sono,
mi succede, a volte,
di osservare, nelle altre, la donna che potevo essere;
donne garbate, laboriose, buone mogli,
esempio di virtù,
come mia madre
avrebbe voluto.
Non so perché
tutta la vita
ho trascorso a
ribellarmi a loro.
Odio le loro minacce
sul mio corpo
la colpa che le loro vite
impeccabili,
per strano maleficio
mi ispirano;
mi ribello contro le loro buone azioni,
contro i pianti di nascosto
del marito,
del pudore della sua nudità
sotto la stirata e inamidata biancheria intima.
Queste donne,
tuttavia, mi guardano
dal fondo dei loro specchi;
alzano un dito accusatore
e, a volte, cedo al loro sguardo di biasimo
e vorrei guadagnarmi il consenso universale,
essere "la brava bambina", essere la "donna decente",
la Gioconda irreprensibile,
prendere dieci in condotta
dal partito, dallo Stato,
dagli amici,
dalla famiglia, dai figli
e da tutti gli esseri
che popolano abbondantemente
questo mondo.
In questa contraddizione inevitabile tra quel che doveva essere
e quel che è,
ho combattuto numerose
battaglie mortali,
battaglie a morsi, loro contro di me
- loro contro di me che sono me stessa -
con la psiche
dolorante,
scarmigliata,
trasgredendo progetti ancestrali, lacero le donne che vivono in me
che, fin dall'infanzia, mi guardano torvo
perché non riesco nello stampo perfetto dei loro sogni,
perché oso essere quella folle, inattendibile, tenera e vulnerabile
che si innamora come una triste puttana
di cause giuste,
di uomini belli
e di parole giocose
Perché, adulta, ho osato vivere l'infanzia proibita
e ho fatto l'amore sulle scrivanie nelle ore d'ufficio,
ho rotto vincoli inviolabili
e ho osato godere
del corpo sano e sinuoso
di cui i geni di tutti i miei avi mi hanno dotata.
Non incolpo nessuno. Anzi li ringrazio dei doni.
Non mi pento di niente, come disse Edith Piaf:
ma nei pozzi scuri in cui sprofondo al mattino,
appena apro gli occhi,
sento le lacrime che premono,
nonostante la felicità che ho finalmente conquistato,
rompendo cappe e strati di roccia terziaria e quaternaria,
vedo le altre donne che sono in me,
sedute nel vestibolo
che mi guardano con occhi dolenti e mi sento in colpa per la mia felicità.
Assurde brave bambine mi circondano e danzano musiche infantili
contro di me;
contro questa donna fatta, piena,
la donna dal seno sodo
e i fianchi larghi,
che, per mia madre e contro di lei, mi piace essere.

Gioconda Belli

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Hai figli? Hai altre domande?

Capitano mentre non li cerco.
Come i guai, penso, ma sto parlando di libri.
Libri acquistati per fiducia nell'editore, o nel libraio come quelli di una volta, o perché la copertina insieme al titolo troppe volte si è messa a chiamarmi insistente.

Precipitosa e fiduciosa, nel giro di pochi mesi mi trovo per la seconda volta, senza averlo neanche intuito, con una storia che parla anche di questo:
“Procreazione assistita? Sono cazzi amari per pochi, è roba medica, non è romantica, è angosciosa.”(cit. Simi)

Un argomento chiuso per me, sotto quintali di pietra informe e maledetta, incolore, indagata e troppo a lungo compianta.
Pietra tombale di un destino che è il mio, ma per opera di altri.
Opera no, errore. Errore medico.

Comunque è la mia storia, cioè ciò che considero parte di un passato, qualcosa che riguardo e il cui eco riascolto se qualcuno viene a parlarmi della sua storia affine, ma di una decisione diversa che si prepara a prendere.
Il tono del dolore dentro me è sempre più basso come pure le invasioni delle persone che pensano di saperne meglio e di aver quel consiglio geniale a cui non avevo pensato diminuiscono col passare del tempo.
Per la prima volta quest’anno sono svenuta senza che nessuno si affrettasse a chiedermi se fossi incinta, ed è un sollievo, finanche invecchiare piuttosto che non sapere più come evitare risposte imbarazzate di parole che non lascino spazio a suggerimenti, racconti, insistenze e false consolazioni dai in fondo sei ancora giovane.

Il tempo mi sta sottraendo a questo strazio, e tra poco resteranno solo da evitare tutte le nuove conoscenze, che chiedono: hai figli? E quel silenzio da affrontare poi, come se la vita senza fosse inutile, sprecata, una donna senza figli è una menomazione.

I modi innumerevoli di infierire e definire una donna infertile, in modo violento, cieco, brutale, insistente, ossessivo, animale, l’ho trovata in Venuto al mondo della Mazzantini.
Mi sono chiesta se avessi davvero voglia, e forza, di andare avanti, in quella follia lì, di donna che si auto mutila del suo essere persona, vivente, avente una funzione, un fine, uno scopo d’esistere e mi sono decisa per il si, di procedere nella lettura.

Il primo sì era per capirne qualcosa della guerra Bosnia Erzegovina, ed invece ho aggiunto molto orrore e nessuna comprensione.
Il secondo sì era perché era un modo per tirare fuori ciò che abbiamo introiettato per secoli, di ruoli e di funzioni, di biologia e cattolicesimo.
Se la donna è fatta per procreare, quella che non procrea, per cosa è fatta?
Il vuoto, l’abisso che si apre sotto i piedi di chi se la pone da protagonista, il cratere che lascia scivolare i pezzi tutti insieme o uno per volta lo descrive un'altra donna, Guia, in Cosa resta di noi (vedi pag 128-130 La morte vista al contrario).

Ma cosa capita agli uomini quando un figlio non arriva?
Quali pensieri e dietro quali porte restano socchiusi e quali altre vanno ad aprire?
Giampaolo Simi apre qualcuna di queste porte, sinceramente innamorato della sua donna, con delicatezza e tenerezza, dolcezza e poi incredula distanza.

In un noir solo in coda, che descrive un amore e come viene travolto da questo imperativo interiore esteriore culturale familiare del divenire genitori.
Cosa può succedere a una coppia se invece no.
Cosa resta di noi, tra noi, dove si deposita invece quel desiderio.


La lettura consente il riappropriarsi di pensieri dimenticati, di riconoscere situazioni e modalità, di sceglierne di nuove, di andare avanti, di dare un senso diverso o almeno una lettura nuova consentendo così alle emozioni di diventare sempre più conosciute, gestibili e leggere.
Voltare pagina, riscriverne nuove, apprezzare il libro che stiamo comunque continuando a scrivere.


Continua...

Promozione in valigia


I materiali, gli incontri, le persone.
Dietro le quinte di un laboratorio.

ValiGià, il titolo ho raccontato da dove è nato.
E' un nome ed un verbo, acquisizione di valori, riconoscimento di percorsi interiori e non solo, di bagagli conquistati sul campo e sui banchi.

Fare un bilancio, un inventario dei propri talenti, e per sentirne dentro il tesoro della conquista e dell'esplorazione, di consapevolezza della strada percorsa.

Quando è chiaro- anche visivamente, dentro di noi, da dove veniamo e dove stiamo andando, quali doni ci hanno illuminato il cammino e quali abbiamo fatto crescere e coltivato, sapremo presentarli meglio al mondo.

Perciò un collage multisensoriale, non solo immagini ma anche tatto ed olfatto, gusto, udito, così che la promozione personale diventa una conseguenza fluida di ciò che abbiamo riscoperto e ripercorso, sperimentato in tutti i sensi.

Non più un esercizio intellettuale, di memoria e strategia, di  tecniche ostiche a chi fa da se, di non sono capace, ma un opportunità giocosa e creativa per raccontarsi e promuoversi.

Per praticare le proprie abilità di comunicazione, come suggerisce Jim Rohn*, così che quando si presenta l'occasione avrai il dono, lo stile, la nitidezza, la chiarezza e le emozioni per interessare le altre persone.

Ho pensato di iniziare con dolcezza: ogni partecipante ha ricevuto la sua dose di caramelle all'interno di una valigia in miniatura.




Poi, come ogni viaggio richiede, etichette per presentarsi col proprio nome.


E dopo la presentazione delle persone, la presentazione dei materiali: carte, cartoncini, plastiche colorate, piccoli oggetti, stoffe, supporti di varie forme e misure (quelle nella prima foto in alto sono semplici scatole che ho disegnato a mano).



In pochi minuti il caos creativo ovunque, in un clima di fiducia generale, di processo fluido


poi le tante strade sono sembrate tutte unite da fili rossi...

da poesie nascoste

da potere della magia nella sfera di cristallo

da parole condivise

per la scoperta di favole da osare e raccontare


da pop ups

dell'apprezzamento e di emozioni da vestire

dallo stupore di poter essere autentici e di riempire ancora di doni il proprio bagaglio

di scoprire di aver fatto davvero tanto, 
di ritrovare le radici e tra le centinaia di immagini finanche la cartina geografica del proprio paese

della possibilità di contatto in piena amorevolezza


Con delicatezza e incanto

Ci si racconta commossi, dell'incontro con se stessi prima e con gli altri poi.

Ci si saluta cercando di rallentare il tempo, felici delle scoperte, dell'opportunità colte, degli intrecci trovati.

Alla prossima,
con amore
Paola


Clicca qui per leggere l'esperienza di Sarah nel laboratorio,


(*Take advantage of every opportunity to practice your communication skills so that when important occasions arise, you will have the gift, the style, the sharpness, the clarity, and the emotions to affect other people)
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Il nostro bagaglio

Siavvicina il giorno di un laboratorio importante.
Ogni laboratorio lo è stato, frutto di esperienza personale, di passioni, interessi, passato che si intreccia nel presente e porta le sue tracce.
Per anni mi sono sentita la donna con la valigia, un prolungamento, un rumore sordo- quello delle rotelle- che mi seguivano in aeroporti e hotel.

Col tempo impari i trucchi, per risparmiare tempo e dimenticare sempre meno, finché arriva il giorno che son partita senza passaporto, il giorno in cui l'ho scordato su un telefono pubblico, il giorno in cui  ho sentito proprio il mio nome al'altoparlante, ultima chiamata, ma come abbiamo fatto l'annuncio tre volte, e io ero proprio lì al gate ma in una bolla senza suoni.

Mi trasferivo negli Stati Uniti, senza una data certa di ritorno.
Avevo imparato a viaggiare sempre più leggera, con un piccolo bagaglio che riusciva a contenere inverno ed estate, perché avevo imparato che ci sono momenti, lunghi, lunghissimi, in cui la valigia te la porti da sola.
Restava il tanto di me, troppe cose sparse nelle case, Roma mentre ero a Torino, Torino mentre ero a Parigi, Napoli e Roma mentre ero a New York.
Un senso di troppo, di eccesso, di quanta roba ci circondiamo e poi d'improvviso fare a meno di tutto.
Portiamo in giro quello che abbiamo dentro e quello solo.

Poi le riunioni dove essere certa di aver preparato i prototipi, e lo storico delle pubblicità, lo studio della concorrenza, i dati di mercato, e le nuove proposte e le promozioni e le fragranze, gli espositori da banco e da terra, le campagne tradotte in francese e in italiano, in cinese e tedesco.

Poi ancora le lezioni all'università, in cui ho iniziato a usare metafore per descrivere il nostro bagaglio di competenze, a volte devi togliere non solo aggiungere, a volte manca un vestito da sera a volte non ti servirà affatto.

Per anni mi sono sempre chiesta se avevo preso tutto con me, se non avessi dimenticato qualcosa.

Poi, dopo altri anni è arrivato il counseling, e prima di un incontro mi capitava di fermarmi e chiedermi:
hai tutto ciò che ti serve?
Hai tutto ciò di cui hai bisogno?
E la risposta era un sollievo. Si, dentro di me c'è tutto quello di cui ho bisogno.

A sabato.
Continua...

Campi di azione ed esplorazione

Eccomi, come promesso, a pubblicare l'ultima diapositiva preparata ma non presentata per il convegno Reico, dal titolo "sono il mio domani. l'importanza della progettualità nel counseling".


Nello specifico volevo proprio condividere quali richieste ho ricevuto dai clienti.

Entrando nel pratico. toccando con mano dove e come si può essere chiamati nella nostra funzione di facilitatori.

Per che cosa può cercarci un cliente, cosa vuole esplorare?
Nella lista, reale, delle richieste ricevute degli ultimi mesi, tutto ciò che vedo è progetto.
E' motivazione,  è desiderio di apprendere e migliorare.

Uno sguardo alla potenzialità, alla fiducia, a cosa mi serve per.

Appuntamento al prossimo convegno Reico del 4 giungo 2016 con un esperienziale che vi coinvolgerà tutti.

Continua...

Il convegno Reico: Metafore per l'uso

Incontri, condivisioni, scambi, abbracci.
Raccontare ad una platea di professionisti idee e connessioni, punti di vista, esperienze ed emozioni.
Ascoltare altri racconti.

Ricevere tanto, venire a conoscere di storie e di inizi nati proprio qui, in questo blog, o di immagini condivise o di laboratori miei rimasti nel cuore.

Voglio fermare e conservare i momenti belli e le tante restituzioni ricevute, e farne tesoro, per i momenti in cui inciampo in perplessità e stanchezze.
Le cose da mettere in ordine sono molte, le risate e gli incontri nuovi, le voci e i nomi sono diventati volti e mani, sguardi intensi e progetti realizzati e da realizzare.

Mentre faccio ordine e tesoro, mi pento anche delle parole non dette, e da counselor mi chiedo: cosa posso fare adesso per recuperare questo desiderio di aggiungere, e di raggiungere altri con l'esperienza che mi porto dentro?

La soluzione possibile, anche se non ottimale, è che lo dirò qui, in questo blog, aggiungerò l'ultima diapositiva che ho escluso quando pensavo che il tempo era poco ed invece ce n'era.
Nel prossimo articolo.

Ora condivido intanto l'abstract del mio intervento, dal titolo
COUNSELING: METAFORE PER L’USO


Qual è la storia che raccontiamo al cliente prima che lui racconti a noi?
Le parole che scegliamo per avvicinare, per sciogliere, per presentare, descrivere senza invadere.
Capitalizzando le abilità di facilitatori di comunicazione, il contributo proposto vuole proprio partire dalla nostra personale capacità in quanto professionisti di saper comunicare il counseling, e utilizzare per farlo anche le metafore per saperci orientare ed orientare.
Secondo la legge 14 gennaio 2013, n. 4 l'esercizio della professione e' libero e fondato sull'autonomia, si basa anche sulle competenze, nel rispetto dei principi di buona fede, dell'affidamento del pubblico e della clientela, della correttezza, dell'ampliamento e della specializzazione dell'offerta dei servizi, della responsabilità del professionista.
Responsabilità verso il cliente, verso se stessi e la comunità.
La trasparenza del mercato, la correttezza delle informazioni e del tipo di interventi dipende da tutti, con il contributo di ciascuno.

Riguarda il nostro futuro.
Ecco che allora come la nostra professione guarda ai punti di forza e le qualità, anche noi stessi, in quanto comunicatori della nostra stessa professione, siamo chiamati a saper comunicare correttamente, eticamente dentro e fuori cosa possiamo e sappiamo fare.
Senza imbarcarci in sì, ma però.
Il campo di azioni possibili, dove possiamo aiutare, sostenere, accogliere ed ascoltare ha e deve conservare la dignità di enorme spazio di umano sentire.
Della potenzialità dell’incontro e della rispettosità del valore di ciascuno, del contributo che si può dare.

La storia che raccontiamo a noi stessi prima ancora che al cliente, la missione che ci portiamo dentro verso questa professione può essere una metafora per illuminare il nostro cammino e fare un pezzo di strada insieme agli altri.






Un grazie speciale a Marco Andreoli, Presidente di REICO -Registro Italiano dei Counselor- per l'ospitalità, l'opportunità e l'aver offerto un convegno dai contenuti e contribuiti interessanti, utili ed anche estremamente poetici.

Grazie a tutti i colleghi che hanno contribuito con le loro storie tanto che l'unica possibile risposta erano solo applausi ed abbracci, e qualche lacrima che ha ricacciato giù le parole.

Grazie a chi è venuto a raccontarmi del nostro incontro virtuale qui nel blog o in qualche aula e delle conseguenze che ha avuto quell'incontro nelle vostre vite.





Le parole di conferma e conforto fanno bene anche a chi sembra grande.

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Quando lasciar andare un amico


"Friend is a shelter in a rainy day" un amico è un rifugio nei giorni di pioggia.
Una delle spiegazioni più ciniche che ho sentito negli Stati Uniti è  che di un amico ne hai bisogno solo nei giorni di pioggia.

Di solito non serve affatto, e cerchi un amico solo quando ne hai bisogno TU.
Ti senti triste, lamentoso, e hai bisogno di qualcuno con cui sfogarti, praticamente ti rivolgi a lui/lei solo quando sei al buio, nel fango, in pigiamone con la febbre.

Una persona che ignori quando sei al meglio e col sorriso, la PRETENDI quando improvvisamente ti accorgi di volere una spalla su cui piangere.
O quando non hai nulla di meglio da fare.

Nei sunny day, nei giorni di sole, scompari tu, perché tanto sei felice, e chi ti ha aiutato a reggere i fazzoletti e ti ha ascoltato, ti è stato accanto nella difficoltà, non ti serve, preferisci altro.

Che tipo di amico sei tu e di che amicizie ti circondi?
Sunny o rainy day?
Cosa cerchi e quando nelle tue amicizie?

Dal libro di Suzanne Degges-White e Judy Pochel Van Tieghem "Toxic Friendships. Knowing the Rules and Dealing with the Friends Who Break Them"ovvero " Amicizie tossiche. Conoscere le regole e avere a che fare con amici che le rompono",
cinque domande da porsi PRIMA di interrompere un amicizia.

1. Il tuo bisogno è stato espresso chiaramente?

Anche i nostri amici più stretti non leggono la mente. Comunicare apertamente è il modo migliore per migliorare le probabilità che le tue esigenze siano soddisfatte. Non dare la colpa ad un amico per averti ignorato quando non hai inviato una chiara richiesta di aiuto.

2. È un amico a cui daresti quello che chiedi?

Sii sicuro di avere aspettative ragionevoli. Amici disposti a mollare tutto e venire in tuo aiuto sono fantastici - e alcuni di noi possono effettivamente avere amici così. Ma non tutti gli amici possono volerlo, poterlo o saperlo fare.
Non è detto che - nel momento esatto in cui ne hai bisogno, possano mettere la propria vita in attesa, mettere da parte le esigenze delle loro famiglie, o annullare i loro piani quando ne hai bisogno.

3. Passi più tempo a chiedere aiuto che a darlo?

A volte, dobbiamo avere uno sguardo onesto verso noi stessi e capire se siamo più "bisognosi" che amici. Se sei perennemente bisognoso di sostegno, tendi a chiedere molto più spesso che a dare, magari dovresti sviluppare più indipendenza, sicurezza ed autonomia.
 (Altrove, aggiungo io. Da un professionista.
Ognuno di noi ha una vita a volte molto complessa e stancante, frenetica e stressante. Non tutti ne parlano con gli amici, magari perché preferiscono dedicare il tempo dell'incontro o della telefonata a distrarsi dai propri di problemi, e non riuscirebbero a sobbarcarsi il peso, il dolore, la preoccupazione anche di quelli di un altro.
Magari cercano anche di aiutarti una volta, ma se sei spesso nel bisogno, forse è davvero il momento di trovare nuove strade, lasciare all'amicizia- o all'amore- i piaceri e depositare rabbie, insoddisfazioni, lì dove possono evolvere e essere trasformati.

Se invece sei tu l'amico a cui tanti si rivolgono spesso per chiederti aiuto, prosciugando le tue energie, lasciandoti svuotato e solo a gestire i tuoi problemi, perché ti chiedono ma non ti offrono, è sicuramente doloroso.
Sei probabilmente un bravo ascoltatore, ma magari non sai mettere adeguati confini, non sai dire di no quando è troppo per te, o perché la stessa persona è sempre alla tua porta, a ripetere le stesse cose che stai ascoltando da mesi.
Magari potresti aiutarla consigliandola un aiuto professionale.
Proporre a qualcuno di trovare uno spazio di ascolto dedicato può essere una grande scoperta, e potranno veramente esservene grati per sempre. )

4. È la prima volta che ti hanno deluso, o ti succede spesso?

Dare il beneficio del dubbio ha un senso, ma se ti  trovi costantemente a guardarsi intorno per qualcuno che non c'è mai, è probabilmente il momento di rivalutare. Chiediamoci quando è stata l'ultima volta che l'amico ha partecipato attivamente alla relazione e stabilire se perseverare o chiudere.

5. Fa parte di un gruppo più ampio di amici?

In questo caso un rapporto che  termina potrebbe presentare grandi sfide;  è auspicabile comunicare apertamente,  onestamente, e con calma su ciò che succede. Se nulla cambia, considera di accettare il tuo amico come è. Intenzionalmente spostare l'attenzione dall'amico deludente all'apprezzamento degli altri amici del gruppo.


Il tradimento o la delusione è sempre doloroso,  ma sviluppiamo le abilità sociali ed esploriamo le circostanze dell'incidente prima di prendere decisioni difficili da annullare.
Non tutti gli amici possono soddisfare le tue esigenze.
Se credi che un amico proprio non si avvicina, potrebbe essere il momento di decidere se il valore che si ottiene dal rapporto vale lo sforzo necessario per mantenerlo.




Continua...

Superare la delusione

Dopo l'amore e il rimpianto, il sentimento più comune è la delusione.

I tifosi sono coloro che ci si confrontano su base regolare.
In ogni sport competitivo c'è chi vince e chi perde ed è ovvio che preferiamo identificarci con la squadra vincente.
I comportamenti che ne derivano sono chiamati " BIRGing"  ovvero bask in reflected glory e" CORFing " cut off reflected failure cioè o" godere di gloria riflessa " prendendo su di sé l'orgoglio della squadra o all'opposto le persone tendono a dissociarsi, ad allontanarsi come individui per "fallimento riflesso".


Ma il campo di applicazione non è solo il campo sportivo, ma un campo molto più ampio ed intimo: il nostro Sè, la nostra autostima, la percezione di noi.

E' il meccanismo per cui se un amico ha un successo, il semplice fatto di conoscerlo ci fa sentire orgogliosi dei suoi successi facendoci brillare di luce riflessa, è il meccanismo per cui vogliamo collegarci a a persone o gruppi ammirati, ma fino ad un certo punto.
Cioè bravi ma non troppo, o dove non sono in diretta competizione con noi, pena sentirci minacciati nella nostra autostima.
(Di questo ne parlo magari un altra volta).

Ognuno funziona a modo suo, ci sono tifosi che continuano a supportare squadre che perdono e persone che si allontanano da chi vince.

Secondo la teoria della delusione "Disappointment Theory," sperimentiamo delusione quando una situazione che ha un esito incerto finisce per produrre un risultato peggiore di quanto ci aspettavamo.
Secondo questa teoria la delusione si compone di 5 parti

  1. Una situazione in cui il esito è  incerto.
  2. Speravamo in un risultato positivo.
  3. Ci siamo sentiti MERITEVOLI di esito positivo.
  4. Siamo rimasti sorpresi di non aver raggiunto il risultato.
  5. Non abbiamo potuto controllare il risultato attraverso le nostre azioni personali
Se si vuole evitare di delusione della tua squadra del cuore, è meglio o non aspettarsi troppo, o trovare altri modi per definire la tua identità.
In uno studio sui fan di baseball, Rainey e al (2009) hanno trovato i fan più anziani meno soggetti all'effetto delusione, come se aver sperimentato a lungo la carenza, significhi poter meglio gestire le aspettative e sopportare le perdite.

La delusione si diffonde, oltre la tristezza arrivando alla scarsità decisionale.
L'effetto dotazione (endowment effect) è  attribuire un valore più alto a ciò che possediamo rispetto a quanto spenderemmo per acquistarlo.
Più pensiamo a rinunciare a un articolo che già possediamo, più valore acquista nella nostra mente.
Ma, quando siamo tristi, di cattivo umore, abbiamo maggiori probabilità di assegnare un valore basso ad un oggetto, perché proiettiamo le nostre emozioni negative sugli oggetti che possediamo. (aghhh. proiezioni su persone e cose, messi bene stiamo).

[vedi esperimento Luis Martinez, Marcel Zeelenberg, e John Rijsman (2011)].
Di conseguenza, quando sperimentiamo tristezza,  diamo meno valore alle cose che possediamo.
Più consideriamo il bene (l'oggetto, la squadra, l'amico, etc) come un riflesso della nostra identità più probabile che li svalutiamo quando siamo di cattivo umore.
In una ricerca condotta (tramite EEG- elettroencefalogramma) dallo psicologo svizzero Hélène Tzieropoulos e colleghi (2011), i partecipanti hanno sperimentato la delusione indotta sperimentalmente in una simulazione di investimento, ricevendo  molto meno da un investitore rispetto a quanto si aspettassero.
Tutti hanno sperimentato delusione, ma alcuni erano particolarmente sensibili alla delusione.

Più delusi si sono sentiti, tanto più si aspettavano di essere delusi per il futuro.
Nel loro EEG mostravano a la tendenza a prendere decisioni d'impulso, specialmente dopo aver subito una battuta d'arresto.
Per coloro  meno tolleranti alla delusione era sufficiente solo una piccola delusione per creare pregiudizi nelle successive decisioni e, in ultima analisi, di guadagnare meno dalle transazioni virtuali.

Che cosa possiamo imparare da questi studi sulla delusione?
6 strategie per aiutare a gestire i tuoi sentimenti quando i risultati della vita non raggiungono le aspettative:

1. Un po 'di "pessimismo retroattivo." Limitare la delusione rivedendo le aspettative passate. Gli psicologi sociali hanno identificato quello che chiamano un "pregiudizio senno di poi".
(L'articolo originale propone di dirsi che in realtà non ti aspettavi di vincere, e col tempo la nuova memoria sostituirà quella originale e dolorosa. A me che traduco, la proposta mi pare un modo per prendersi in giro, e dunque riformulo a modo mio. Speravo di vincere, ma non potevo esserne certa.
Oppure, come mi capita per alcune delusioni personali, in realtà so bene che il mio intuito mi aveva mostrato anche altro ma ho preferito non ascoltare, e vedere tutto rosa. Che colore!
O ancora mi chiedo: cosa farò di diverso la prossima volta? cosa ho imparato da questa esperienza? Aspettare la risposta intuitiva senza inutili pessimismi, vittimismi e altre cose in ismi)

2. Aumenta la tua tolleranza alla delusione. Se ora sei poco tollerante, non c'è motivo che tu resti così per sempre. E che tu lasci che le delusioni diventino pessimismo.

3.Non lasciare che le delusioni modifichino le decisioni economiche. Quando ti senti deluso, è molto più probabile di vendere in perdita. Quindi, se la tua squadra del cuore ha perso il campionato, non aver fretta di vendere  i cimeli su eBay.

4. Valutare il tuo ruolo in delusioni personali. Non puoi controllare il risultato di una partita (nonostante scongiuri e credenze), è possibile controllare molti dei risultati nella vostra vita personale. Se le vostre aspettative in amore e lavoro cronicamente non riescono a materializzarsi, forse è potresti chiedere aiuto per una valutazione onesta di quello che potrebbe essere necessario cambiare.

5. Controlla la tua identificazione con una causa persa. Gli appassionati di sport che si sentono i più delusi sono quelli che si identificano maggiormente con le loro squadre. Non c'è niente di male a essere leale, ma se si altera la tua felicità  quotidiana, è necessario trovare altri modi per migliorare l'umore. Per esempio ...

6. Utilizzare l'umorismo  Se abbassare l'identificazione con i tuoi idoli non è un'opzione, prova il conforto dell'autoironia. La risata è davvero una delle migliori strategie di coping e consente di mantenere l' ottimismo,  compensando le conseguenze di decisioni basate sul pessimismo.
In ultima analisi, il raggiungimento dei vostri obiettivi è il modo migliore per evitare delusioni.


References
Martinez, L. F., Zeelenberg, M., & Rijsman, J. B. (2011). Regret, disappointment and the endowment effect. Journal of Economic Psychology, 32(6), 962-968. doi:10.1016/j.joep.2011.08.006
Rainey, D. W., Larsen, J., & Yost, J. H. (2009). Disappointment theory and disappointment among baseball fans. Journal of Sport Behavior, 32(3), 339-356.Rainey, D. W., Yost, J. H., & Larsen, J. (2011). Disappointment theory and disappointment among football fans. Journal of Sport Behavior, 34(2), 175-187.
Tzieropoulos, H., de Peralta, R., Bossaerts, P., & Gonzalez Andino, S. L. (2011). The impact of disappointment in decision making: Iter‑individual differences and electrical neuroimaging. Frontiers In Human Neuroscience.

tradotto e liberamente adattato da  Susan Krauss Whitbourne 2012
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Gli abbracci

Oriol Valls, che si occupa dei neonati in un ospedale di Barcellona, dice che il primo gesto umano è l'abbraccio.
Dopo essere venuti al mondo, al principio dei loro giorni, i bebè agitano le mani, come per cercare qualcuno.
Altri medici, che si occupano di quelli che hanno già vissuto, dicono che i vecchi, alla fine dei loro giorni, muoiono cercando di alzare le braccia.
Ed è così, per quanto si voglia rigirare, e per quanto se ne parli.

A questa cosa, così semplice, si riduce tutto:
tra due batter d'ali, senza altre spiegazioni, trascorre il viaggio.


Eduardo Hughes Galeano



El viaje.

Oriol Valls, un médico que se ocupa de los recién nacidos en un hospital de Barcelona, dice que el primer gesto humano, es el abrazo. Al principio de sus días los bebés, los recién nacidos, mueven los brazos como... como buscando a alguien. Y otros médicos, especialistas en los ya vividos, dicen que al fin de sus días los viejos mueren moviendo los brazos... como buscando a alguien. Y así, así es la cosa. Por muchas palabras que le pongamos y por muchas vueltas que le demos al asunto... entre dos aleteos, transcurre el viaje.

Eduardo Hughes Galeano
(Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015)
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FOMO: la paura della perdita e dell'esclusione

Cos'è successo mentre non c'eri?
Così twitter accoglie i suoi iscritti ultimamente, come se avessimo davvero bisogno di ulteriori sollecitazioni alla paura di esserci persi qualcosa.
Facebook, instagram, i social ci raccontano i momenti degli altri, impegnati tra battute stellinate, feste divertenti, eventi, happening, aperitivi, sport, spiagge, montagne, case sontuose, viaggi.
Come se la vita fosse altrove e noi sul divano a guardare, da spettatori,  la vita di altri.

Aumenta così l'invidia, quel senso di inferiorità e di non riuscire ad arrivare dove altri possono, aumentano i confronti dove uscire perdenti.

In inglese si chiama FOMO acronimo di Fear Of Missing Out, come potrei tradurlo?
Paura di essere tagliati fuori,
di perdersi qualcosa di imperdibile,
di scegliere male ciò che scegliamo,
di non voler essere dove siamo ma da un altra parte.
Paura di venire esclusi. Di esserlo già.


Potremmo riconoscere di avere un approccio romantico o classico.
Che fortuna, eh?
Per il temperamento romantico, l'idea della perdita provoca immensa agonia.
Altri,  nobili, interessanti e attraenti vivono esattamente la vita che dovrebbe essere la vostra.

Se solo...potessi essere a quella a quella festa, con quelle persone, lavorare in quella azienda o in vacanza in quel posto.
Saresti così felice, se solo si potrebbe essere lì.
A volte ti viene da piangere.
Il romantico crede nell'idea di un centro definito, dove le cose più interessanti stanno accadendo.
New York,  Londra. San Francisco.
Per i romantici, l'umanità è divisa in un grande gruppo di mediocri - e una tribù degli eletti: artisti, imprenditori, la gente che conta nella moda, nello show biz. Dei fighi.

Essere questa tipologia di romantico FOMO, è intuibile sia molto faticoso dentro la tua anima.

Si evitano certe persone come la peste, quelle che non sono "glamour"

Le persone in stile classico  riconoscono che ci sono ovviamente alcune cose davvero meravigliose stanno accadendo nel mondo, ma dubitano che i segni evidenti di glamour siano una buona guida per trovarli,  sono consapevoli che buone qualità coesistono tra persone ordinarie.
Gusto deplorevoli in scarpe e maglioni sono compatibili con straordinaria intuizione.
I titoli di studio non sono indicatori certi di vera intelligenza.
Personaggi famosi possono essere noiosi, quelli sconosciuti possono essere notevoli.
Ad una festa glamour, cool, bere un cocktail nel bar di tendenza, il FOMO classico può sentirsi triste e ansioso.
Teme la perdita, ma ha una lista piuttosto diversa delle cose che hanno paura di non godere di: conoscere davvero i propri genitori, imparare ad apprezzare natura e la solitudine; gli alberi e le nuvole; chiacchierare con un bambino di sette anni ...

Quando si è sempre di corsa nel tentativo di  trovare emozioni altrove si può davvero perdere cose estremamente importanti.

(la parte del post Fomo Classico e romantico è tradotta ed adattata da the book of life)

Scarica la ricerca FOMO degli autori Andrew K. Przybylski, Kou Murayama, Cody R. DeHaan, Valerie Gladwell. documento in inglese.

Secondo lo studio del centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers's un utente medio guarda lo smartphone circa 150 volte al giorno, una volta ogni 6 minuti, aumentano coloro che controllano la posta elettronica e i propri profili social al mattino, presumibilmente appena aprono gli occhi.

Il risultato è tangibile per ognuno di noi, quando incontriamo gli altri continuiamo a guardare il pc, a fotografare prima il cibo per inviarlo su i social invece di godercelo in compagnia.
La paura di essere sconnessi, di perderci qualcosa, ci fa perdere il momento, chi è accanto e quello che sta davvero succedendo intorno.
Telefoni che squillando durante lezioni di yoga o spettacoli in teatro, a scuola o all'università, mentre ci concediamo mezz'ora per un aperitivo con un amico, che risponde al telefono, dando attenzione a chi non c'è togliendola a chi gli è davanti.
"Non posso risponderti adesso ".
Qual'è la reale utilità se non sentirci ancora più esclusi e soli, non riusciamo ad essere visti e vedere, ad essere ascoltati ed ascoltare davvero.
Come se quello schermo che vibra, suona fosse l'unica realtà irreale da vivere e dare calore.
Quello della batteria.
Speriamo che si scarichi.



ecco un modo per ripensare al FOMO



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Basta terapie di conversione

Basta terapie che hanno la presunzione di far cambiare orientamenti ed inclinazioni sessuali.
Basta terapie che fanno sentire le persone sbagliate, come qualcosa da aggiustare, rotte, errate così come sono.
Di colpevolizzazione, di disprezzo e falsa superiorità.


Nel caso vi fosse sfuggita ieri, la dichiarazione di Obama.

“Tonight, somewhere in America, a young person, let’s say a young man, will struggle to fall to sleep, wrestling alone with a secret he’s held as long as he can remember. Soon, perhaps, he will decide it’s time to let that secret out. What happens next depends on him, his family, as well as his friends and his teachers and his community. But it also depends on us — on the kind of society we engender, the kind of future we build.”


"Stasera, da qualche parte in America, un giovane, diciamo un giovane uomo,  fatica ad addormentarsi, lottando da solo con un .segreto che ha tenuto fino da quando riesce a ricordare,
Presto, forse, deciderà che è ora di lasciare andare quel segreto fuori.
Quello che accade poi dipende da lui, la sua famiglia, così come i suoi amici e i suoi insegnanti e la sua comunità.
Ma dipende anche da noi - sul tipo di società che generiamo, il tipo di futuro che costruiamo ".

Dipende anche da noi, da ciascuno di noi.





Leggi pure:
 Scoprirsi gay dopo gli anta
Il diritto all'amore

Fuori da questo blog: Curare l'omosessualità no grazie

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Il pensiero positivo, negativo e l'ignorare

 Il Dottor Masaru Emoto (Yokohama, 22 luglio 1943 – Yokohama, 17 ottobre 2014) conosciuto per la memoria dell'acqua, e gli esperimenti di creazione di cristalli dalle forme bellissime ed armoniose quando esposti a parole amorevoli o a musica come Bach o Chopin, o caotica e disordinata quando vibrazioni di parole e pensieri negativi.

In sostanza l'assunto è che l'acqua registra la vibrazione di una energia estremamente sottile e reagisce.
Il cristallo d'acqua è il segno che rende visibile l'influsso della  vibrazione, non visibile all'occhio umano, ma in grado di influenzare la materia.

L'esperimento nel video in basso mostra tre contenitori con il riso.

Il Dottor Masaru Emoto ogni giorno per un mese ha rivolto le parole:
Grazie al primo contenitore
Sei un idiota al secondo contenitore
Ignorando totalmente il terzo contenitore.

Dopo un mese, il primo contenitore, ha iniziato a fermentare, rilasciando un piacevole profumo;
il riso nel secondo contenitore è diventato nero;
mentre quello nel terzo è marcito.

La sua conclusione è che dobbiamo prestare attenzione alle parole che rivolgiamo ai bambini.

Immagina - per un secondo- lasciando da parte scetticismi e critiche alla prova scientifica- che un bambino sia totalmente ignorato.
Forse è capitato proprio a te, forse è esattamente così che ti comporti con le persone.
Alcune persone, non solo quelle che detesti ma quelle che dici di amare.
Immagina per un istante che il potere delle parole sia totalmente vero, e tu rivolgi a te stesso, quante volte al giorno, critiche feroci, parole cattive, pensieri negativi.

I nostri pensieri, energie, intenzioni, possono "inquinare" la realtà e le relazioni.
Rivolgi a te stesso pensieri positivi e di speranza per un mese.
Riprendi il conteggio da zero quando ti accorgi di aver interrotto con un pensiero feroce.
Un esercizio piccolo, per consapevolizzare quanto ci facciamo male da soli, e quanto ne possiamo fare a chi è intorno a noi.






Per ulteriori approfondimenti clicca qui o  Libri di Masaru Emoto
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L'ascolto nel maschio

Capita di frequente di ascoltare discorsi di donne, o di leggerli sui social.
Delusioni sui maschi disattenti, o estremamente sbrigativi, interessati a dettagli, pezzi, usi, consumi  anche piuttosto brevi dei corpi femminili.
Siamo tutti (?) corresponsabili di questi cambiamenti, comprese le nostre mamme e  nonne, le nostre esposizioni di donne, le insicurezze, il correre dietro a modelli che ci vogliono belle e provocanti, truccate e disponibili, piuttosto svestite spesso e silenti.
Gonfiate, siliconate, perfette e plasticate.
Non riesco a riconoscermi nella perfezione, ma mi accorgo di averla in passato rincorsa.
Cercare di comprendere cosa vogliono gli altri da te e tu cosa devi fare o essere o come ti devi comportare.

Come se dentro tutto potesse cambiare forma, e fornire all'altro quello che desidera, impacchettandolo.

(Ho scoperto poi che questa cosa brutta qui potrebbe dirsi un tratto istrionico).

Sono passati anni e per il tanto lavoro per fortuna ho riscoperto me, la dignità di poter essere quella che sono, poter dire cosa penso, certo senza offendere nessuno, ma senza esserne offesa. Farmi venire le rughe persino, e prendere qualche chilo (20 in più dai miei anni di di ossa trasparenti alla rincorsa della bellezza).
Confinare le aspettative degli altri e le invasioni altrui, riconoscere il mio pezzo di voler piacere a tutti e non capire come si fa.
Quando ritaglio le riviste per collezionare immagini per i miei laboratori mi accorgo di quanto son cambiata e di quanto ho inseguito nuovi modelli: quelli interiori.
Ma sarebbe durissima confrontarsi con quelle centinaia di donne in vetrina, in atteggiamenti scomodi, senza calze e con le gambe al vento anche in pieno inverno.


I modelli sono provocati sì dalla pubblicità, ma accolti da tantissime di noi donne "comuni", che su FB ci esponiamo come vediamo fare, con bocche a gallina e pose da gallina.
I profili includono lati posteriori (quando si può ma anche quando non si può), e pose yeahyeah.

In tutto questa esposizione di carni, si perde l'anima, l'attenzione ad essa, e finanche il senso di un suo valore, che interessi in fondo a qualcuno quello che abbiamo dentro.
Che sia disposto a voler scoprire, visto che c'è già tanto di esposto, che ci sia un uomo che voglia ascoltare invece di sfogliare e scegliere ancora, come da un catalogo, una donna da usare.

Così siamo tutti confusi, su chi siamo davvero e su come comportarci, come sedurre, come se la seduzione fosse tutta la relazione, e non solo un singolo pezzo di un intero molto più grande.
Ed anche parlante.
Si perde la speranza e la competenza emotiva di poter creare e costruire relazioni.
Fin qui sono considerazioni mie.
Lascio completare il quadro a Galimberti.



 [...] è vero che la donna è più corpo del maschio (così vuole la natura che l' ha incaricata della generazione), ma il corpo per lei non è limitato agli organi sessuali, com'è nella percezione maschile spaventosamente limitata.
Per le donne il corpo è un tramite per dispiegare orizzonti di interiorità che, dischiusi ( nel caso non si siano già adeguate al modello maschile), generano sensibilità, arte, scrittura, e in generale tutto ciò che siamo abituati a chiamare 'anima'.
 Per entrare in comunicazione con loro è tuttavia necessario che gli uomini scoprano la propria anima, la loro parte femminile, che spesso non hanno o tendono a nascondere il più possibile, fino a perderne le tracce.
E questo accade perché il modello maschile diffuso è quello dell' uomo tutto d' un pezzo, anche se è con quell' altro pezzo, quello rimosso, che si può entrare in relazione col mondo femminile.
L' altro pezzo non è la dolcezza melensa o lo sdilinquimento ridicolo, ma la capacità di ascoltare le narrazioni femminili, con la sensibilità di chi va oltre la narrazione stessa, per catturarne quanto di allusivo c'è in quella narrazione, quanto di non detto c'è, nel racconto, che vuole essere scoperto e compreso.
Solo dopo è possibile fondersi nei giochi d' amore, che rilanciano altri racconti. La comunicazione è questa, ma ci vuole una grande capacità di ascolto e una curiosità di scoprire quel che la donna cela e nell' immediato non appare.
Per raggiungere questo passaggio d' incanto occorre che il maschio rinunci a celebrare il suo io, pensando ingenuamente di far colpo sulla donna, e si disponga all'ascolto, non tanto di quel che la donna dice, quanto di ciò che lascia intravvedere e intendere col suo dire.
Ne siamo all'altezza ?

( tratto da Risponde Umberto Galimberti, D la Repubblica di Sabato 21 Febbraio 2015 )
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Apprendimento continuo

Quanto dipende da noi stessi, dal nostro impegno e quanto dal contesto.
Io per esempio, nella professione di counselor ci credo, cioè lasciando per un attimo, il tempo di scrivere, da parte quanto sia difficile e estremamente complessa, piena di insidie e di continue maree, freddo intenso e caldo che brucia la pelle.

Quindi, lascio stare, almeno per il tempo di scrivere, che è strana questa professione, come insegnare anche, non lo sai fino a quando non sei davanti a quell'aula e quelle persone, proprio quelle e non altre, con i loro atteggiamenti provocatori o indifferenti, il desiderio di mettersi dentro al processo, la bramosia di apprendere o di controllare l'orologio e i messaggi sul cellulare.
Che ti chiedi, cioè mi chiedo, perché hai scelto un master costoso se poi ti comporti come a scuola, pensando che sia tutto sulle spalle del professore, e tu nel banco cerchi il modo più furbo, secondo te, di passare la prova copiando, senza metterci proprio niente di tuo.

Però sono solo io che la penso così, io che cerco di coinvolgere le persone a tirare fuori ciò che hanno dentro di proprio, idee, spinte, motivazioni. Sostanza. Unicità.

Usarle le proprie abilità e non solo per digitare sul cellulare.
Mi pare tanto spreco davvero.
Di tempo e di emozioni, di vita e di relazioni, di possibilità di scoprirsi, non solo all'altro ma a sé.
(C'è all'opposto chi pensa che sia uno spreco di tempo e di risorse disponibili inventare, approfondire, apprendere e non copiare intere lezioni, idee, libri dal web, pronte e a portata di un Ctrl + C e Ctrl + V)

Però, e qui, ovvio c'è il però che si scontra con quello che accade fuori, allora certo lo so, come noi vediamo il mondo è solo UN modo, ed è tanto ovvio dirlo quanto difficile farselo davvero scendere dentro, accettarlo senza sentirsi minacciati o delusi da un mondo di sprechi di persone ed abilità.

Di bugie e di verità non dette.

Esiste davvero "la verità"?
Invece di - o insieme a - cercarla fuori di noi, cerchiamo di ascoltarla dentro.
Senza anestetizzare, scappare, nasconderci.
Magari a piccole dosi omeopatiche.
Respira dentro cosa sento qui e com'è per me adesso.
E' importante per me, prima di chiederlo ad altri?

Lo rispetto questo mio sentire, sono disponibile a cambiare qualcosa affinché possa modificarsi e ammorbidirsi questo pezzo? Qualunque sia, che non comprendo e rifaccio sempre uguale.

Così succede anche nel mio lavoro di counselor, quando si crede di mettere tutto nelle mani dell'altro - cioè mie se hanno scelto me- e aspettare che ci faccia qualcosa, metti a posto il mio cassetto, i miei attrezzi buttati alla rinfusa.
Mettimi dentro le budella con ordine però e che non diano troppo fastidio.

Rimetti tutto dentro che poi così, pare dicano alcuni, io so di averli, però poi non li uso più.

Troppi libri - o forse anche troppi incontri sbagliati di persone che avrebbero dovuto aiutare e invece si sono sostituiti, hanno "comandato" ricette e interpretazioni affrettate distorcono la mia professione e quelle accanto.

Una giungla che avrebbe dovuto essere di felci con ombra rinfrescante si è trasformata in un groviglio di mangrovie e serpenti, di sputasentenze e acchiappaacchiappa e tante altre schifezze che purtroppo ci stanno in ogni professione, ma non pensavo proprio ci fossero anche in questa qua.

Illusa,naïf. Tanto naïf. (io)

Che poi c'è anche chi i consigli li vuole, anzi, vuole proprio sentirsi dire cosa fare e seguire tutto, mettere da parte tutto quello che sapeva, la propria testa e il proprio cuore, non interrogarsi più, smettere di farsi domande, se gli fa bene, se gli fa male o fa male a qualcun altro.

Hanno ragione i libri in cui tanti che fanno questa professione sono descritti in modo inutile o manipolatorio stupido o cattivo.
Sono umani, non è che in questa categoria la percentuale degli stupidi e scorretti ed ignoranti scende.
No, è come tutte le altre.
Solo che dispiace, tanto e il cuore sanguina pensando che ce ne sono tonnellate di professionisti preparati e che aiutano davvero senza prendere in giro e senza raggirare, senza manipolare e creare dipendenze e false identità.
Ecco, io penso sempre di voler illuminare le persone a guardarsi cosa c'è di bello in sé, quali richiami, preziose unicità, quali motivazioni e desideri per riconoscerli e seguirli.

Poi c'è invece chi arriva e riesce in poche mosse a dire da fuori che no, fai come ti dice lui/lei, che è meglio, e il brutto davvero brutto e triste è che c'è chi preferisce sentirsi etichettato e fatto tornare e tornare ancora e smettere di usare la testa sua e i polmoni suoi e soprattutto quello che c'è sotto.
Un etichetta può rassicurare, dici "è quello " e la metti da parte, come una giustificazione con te stesso nei giorni in cui non vuoi entrare nei banchi della scuola della vita.


Insegnanti buoni e cattivi, studenti promettenti e figli di papà con la strada spianata, combattenti e perdenti, chi ha rinunciato e chi si rialza dopo un po'.

Io ancora non so come sarà per me, e rimischiando le carte chissà qual'è davvero la verità?
Lasciar comparire il disegno dell'altro vuol dire aver fiducia che lo abbia e possa riuscire a comporlo tra le dita, invece poi magari c'è chi vuole sentirsi dire come tenere la matita e vuole il dettato della sua vita, che gli sembra più sicuro chi detta e invece chi chiede cerca qual'è il tuo tema, proprio il tuo e scoprilo e coltivalo lascia troppo spazio all'individuo, che invece vuole sicurezze, senza tentativi e strade non ancora battute.

Ma la verità non ha mai una sola strada, e quello che deve avvenire avverrà, anche farsi da parte e non parlare.
Anche avere buone intenzioni. Leggere un libro e vedere che le buone intenzioni ed le intuizioni giuste possono portare a una vita in cui le doti vengono calpestate, messe da parte e sprecate.

Fine delle considerazioni oggi, almeno qui in questo blog, perché nella mia testa, è ovvio continueranno ancora.
E' così con alcuni incontri, ti fanno pensare e ripensare, riflettere, sperare vadano diversamente, fare il tifo fino alla fine, e quando si tratta di un libro la fine riesci a vederla scritta tra le pagine, allora la speranza che vada diversamente non c'è più, non ci può più essere, e hai solo che tornare indietro e dire: cos'è successo di sbagliato?


Ma soprattutto, tornando alla vita mia: cosa ho imparato e cosa farò diversamente la prossima volta?

(Il libro che mi tiene ancora tra le sue pagine è Una barca nel bosco di Paola Mastrocola. Siete superbenvenuti nei commenti).





I disegni sono di Gianfranco Zavalloni, amante della scuola, autore dei diritti dei bambini.
Chissà se ti sarebbe piaciuta la scuola raccontata da Paola Mastrocola, Maestro.


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L'inconscio

Io sono contento che ci sia almeno uno che parla con me, cioè questo benedetto inconscio; peccato solo che non mi ricordo mai cosa mi dice.

Paola Mastrocola, Una barca nel bosco

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La vita davanti

Girati indietro a rannicchiarsi sul passato, a cosa ci è stato fatto, a quanti bisogni i genitori hanno ignorato, a quanto abbiamo perso a rincorrere una luce che non riusciva ad accendersi, un faro ad illuminare il cammino, a riscaldarci dentro.

Così fino ad oggi, tra un avrei potuto ed invece, avrebbero dovuto.

Però poi io ti chiedo (perché me lo sono chiesta io per prima, eh)

COSA PUOI FARE ADESSO
con il tempo che hai davanti e ciò che ti è capitato già e cosa ancora non ti è capitato mai.


Del passato sono sicuri gli anni vissuti, del futuro non sappiamo quanti ne abbiamo.
Allora alzati da quel rimuginare vano e scegli tu cosa vuoi per quelli che verranno.
A fare a te e per te quello che avresti voluto ma che non è stato fatto mai.



Paola Bonavolontà



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Errore grave gravissimo

Un libro che scorre, una parola che risuona.
Un libro è un compagno silenzioso pieno di sfumature di colori, pieno di armonie e stonature e allarmi.
Un libro ci può stare benissimo se non hai voglia di parlare, e la gola fa male, se sei ancora nel letto o già pronta per uscire ma dai l'ultima sbirciata, come ad un panino che addenti correndo.

Ho gusti particolari se mi paragono alle donne che sono impazzite per 50 sfumature, e con chi cerca il romantico.
I confronti sottolineano le differenze, creano confini e raggruppamenti e nuove ricerche di somiglianze.

Le copertine, come i vestiti della gente, dovrebbero aiutarci ad orientarci, comprendere cosa c'è dentro.
Se ti vesti in rosa in azzurro o sempre di nero.
Se i tacchi non sai cosa siano o se sei sempre in movimento o in attesa.

La copertina di questo ultimo incontro perciò l'avevo giudicata male, tra titolo e immagine, "La ricetta del cuore in subbuglio" di Viola Ardone.

Prima di scartarlo definitivamente, ho letto qualche recensione da anobii, ho sempre in tasca tutta la mia libreria e i consigli di chi legge come me.
Di bulimici, dipendenti, ossessivi divoratori di libri come me.

Mi scuso con l'autrice che mi ha poi tenuto compagnia, facendomi ridere e sorridere spesso, portandomi a sbirciare nella mia città natale in modo nuovo, non troppo vicino, non troppo folkloristico.
Non troppo qualcosa che stona, ma che invita.
Allora tra le sue geometrie, e strategie di sopravvivenza , leggo "errore grave gravissimo" ed è un attimo e sono tra i banchi di scuola.
Quanti errori gravi gravissimi ci portiamo dietro, a cosa abbiamo creduto senza perdonarci mai.


Nella quarta di copertina c'è scritto che è un libro "terapeutico".
Non lo è ogni incontro?
Quando ci propone di guardare ancora, da un altra prospettiva, a ricordare qualcosa che adesso serve vedere,  a lasciar andare tutti gli errori gravi gravissimi che non ci sono mai stati ed ancora ci portiamo dietro, scusandoci.
Anche gli incontri con noi stessi, quei terapeutici, liberatori incontri teneri e spaventosi, di echi vicini e lontanissimi.

Errore grave gravissimo a chi?
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Prendere il dolore coi versi


ci sei e non ti stacchi un attimo
sei arrivato, inopportuno e violento.
costante, di quella costanza che picchia in testa
richiedendo tutta la mia attenzione e il mio tempo.
dammi tregua.
ho tanto altro da fare, preparare, coordinare
lingue da mettere insieme
mentre prendi la mia e la contorci nel dolore.
notte e giorno.
appena apro gli occhi ci sei già.
ci sei ancora quando tento di chiuderli, stremata
dalle giornate che si rincorrono piene
e come se non bastasse ci sei tu
a pretendere che tutto ruoti intorno a te.
ad impedirmi le pause
a costringermi di farmi carico del tuo peso,
a chiedermi cosa c'è di sbagliato,
quali conseguenze porterai e se sei solo di passaggio
o finalmente toglierai presto il disturbo.
non chiedi scusa e permesso.
ma so e spero che, almeno tu,
non potrai durare per sempre.
vai, sparisci, dileguati
voglio sentirmi di nuovo libera,
di sorridere.

San Valentino col mal di denti.



Parafrasando nuovamente Shakespeare, quando ho un dolore fisico lo ascolto, cerco una risposta a cosa mi succede, come mai arriva proprio in quel punto, a dirmi cosa.

Quando è inutile cercare di non pensare (tutto ciò che inizia con un "non" è fallimentare), di respirare, di prendere medicine- che evito o dimentico- cerco di comprendere il messaggio.

Per approfondire  Metamedicina, ogni sintomo è un messaggio,di Claudia Rainville o Il grande dizionario della Metamedicina sempre di Claudia Rainville,  sulle cause psicosomatiche delle malattie e dei disturbi o malesseri, sulle domande che possono aiutarci a comprendere il messaggio che si manifesta attraverso il nostro corpo.


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ColoriAMO il colore alleato per il nostro benessere

Se tu potessi avere la bacchetta magica per liberarti dello stress,
la useresti?

In effetti, ce l'hai, tante, a tua disposizione, sotto forma di legnetti colorati, pronti a disegnare linee e forme piene e vuote di senso, con e senza direzione, libere e ordinate, armoniche e discordanti, per donarti riposo e sollievo, sorriso e scoperte.

Colorare è un attività che abbiamo abbandonato e recuperarla può aiutarci a ricontattare la calma, il tempo, lo spazio, il non giudizio, il divertirsi inseguendo un colore su un foglio.

Troppo facile?
A volte il nostro benessere è veramente a portata di mano, e di foglio, ma è più semplice affidarsi a cose complicate.

Secondo lo psicologo Luis Rojas Marcos  “colorare ci conforta, ci dà pace e ci rilassa – anche se per poco, ci libera dalle nostre pressioni quotidiane… Anche se colorare per un paio d’ore non elimina tutti i problemi e le preoccupazioni, ci porta altrove, al riparo dallo stress che spesso ci assale”.

Carl G. Jung è stato tra i primi psicologi a studiare per molti anni il colorare come una tecnica di rilassamento e lo ha fatto attraverso i Mandala.

Proprio gli stessi che useremo noi, oltre ovviamente alla possibilità di sperimentarsi con disegni liberi.

Ma cos'è un mandala?

Il termine deriva dal Sanscrito e significa “cerchio”, cerchio che delimita uno spaziocentro dal quale l’energia viene emanata, un recinto sacro della personalità più intima.

Secondo Jung, durante i periodi di tensione psichica, spontaneamente nei sogni possono apparire figure mandaliche  per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore.
Il simbolo del mandala è un’affascinante forma espressiva ed un cerchio protettivo che evita la dispersione e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall'esterno; nelle filosofie orientali il mandala è utilizzato come mezzo per la meditazione e tramite la sua costruzione, l’uomo libera lo spirito, purifica l’anima, entra in comunione con tutte le forze positive presenti nel cosmo.

Il mandala in breve porta sia a restaurare un ordine precedente, che a creare, nel senso di dare espressione e forma a qualche cosa di nuovo e di unico.

Nel mandala personale possiamo immaginare il centro come l’uomo stesso che si purifica, trasformando le energie negative attraverso la meditazione, la presa di coscienza e la conoscenza del proprio Sé.

La pratica del mandala persegue tre scopi: centrare, guarire, crescere.
Centrare significa cogliere l’essenziale, valutare lo scopo prioritario dei valori della vita.
Per guarire, ovvero l’espellere i turbamenti, le forze perturbatrici, la malattia.
Per crescere si intende il proiettarsi verso una nuova dimensione.

Lo spazio interno del cerchio rappresenta il nostro “Io”; nel cerchio l’uomo ritrova quelle forze che ha smarrito o che non ricorda di possedere.
La forma circolare è il simbolo dal quale tutto è nato. Tramite il cerchio l’uomo può ricercare se stesso, protetto nello stesso tempo da ogni attacco esterno. Al riparo, nella tranquillità, riesce a scorgere il punto centrale, la fonte dalla quale scaturiscono tutte le energie e comprende il significato del proprio valore umano e nello stesso tempo divino.

Al centro del mandala risiede il Sé, quale entità totale e completa.

Per Jung i mandala, quali figure ordinate, sia nell’antichità che nei tempi moderni, rappresentano l’estetica e l’ordine, il bisogno ancestrale del ritrovare la dimensione spirituale, il senso mistico dell’esistere: l’uomo quale essere posto tra il cielo e la terra che anela alla sintesi tra i due mondi.
(fonte sui mandala tratta da psyche ed adattata da me).


Come useremo il Mandala nel laboratorio ColoriAMO?


Potremo avvalerci di schemi già pronti da colorare che si adattano perfettamente a chi ha il desiderio di sperimentarsi con il colore e la meditazione attraverso di esso, oppure crearne uno, come nelle foto che potete vedere.
Sarà un occasione creativa alla ricerca del proprio centro, alla riscoperta dell'amore per noi stessi, e delle relazioni nella nostra vita.





«I mandala sono magici specchi del momento presente del nostro cammino: donano forme e colori alla nostra maestosa danza interiore, infinita come l’eternità, che oscilla più vicina e più lontana dal margine del cerchio, muovendosi in dentro e in fuori e passando leggera sulla nostra anima, chiedendo solo apertura e spazio per vedere la luce che rifulge, la ruota che gira di nuovo» Maureen Ritchie.

prenotazioni al laboratorio entro Mercoledì 11 Febbraio.
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Il counseling e Sottsass

Amo le poesie, le immagini e le metafore.
Amo scoprire i passaggi e i legami tra le cose, i pensieri, le emozioni.

Allora leggo questa, poesia, immagine, di un grande artista, Ettore Sottsass
e secondo me, va benissimo, nella raccolta delle parole di artisti per comunicare il counseling.

Per chi mi legge la prima volta, perdonatemi se non dice tutto, e chiede aiuto alla poesia.

C'è bisogno di bellezza e di poesia, dissero in molti nella nostra vita.

Per chi vuole spunti e risposte di tipo diverso, il blog ha infiniti altri articoli che spiegano, fanno esempi, in parole ed immagini.

Perciò restate in ascolto, senza critiche, senza giudizi.
Il counseling è tanto questo: l'ascolto senza giudizi.
Le parole che a dirle fanno bene, riconoscono stati d'animo e li dipingono nell'aria o su un foglio.

Bellissima, eccola.

Un po' di calma
un po' di silenzio
un po' di dubbi
un po' di debolezza
un po' di curiosità
un po' di domande
un po' di ambiguità
un po' di pensiero
un po' di cura
un po' di solitudine
un po' di spavento
un po' di forse
un po' di chissà
un po' di attenzione
un po' di aiuto
un po' di perplessità
un po' di dolce
un po' di amaro.
- Ettore Sottsass





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