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Counseling is good 4 you

Benessere delle 4 c: cuore, corpo, cervello, contesto. Tutto il benessere del counseling di Paola Bonavolontà.

L'ascolto nel maschio

Capita di frequente di ascoltare discorsi di donne, o di leggerli sui social.
Delusioni sui maschi disattenti, o estremamente sbrigativi, interessati a dettagli, pezzi, usi, consumi  anche piuttosto brevi dei corpi femminili.
Siamo tutti (?) corresponsabili di questi cambiamenti, comprese le nostre mamme e  nonne, le nostre esposizioni di donne, le insicurezze, il correre dietro a modelli che ci vogliono belle e provocanti, truccate e disponibili, piuttosto svestite spesso e silenti.
Gonfiate, siliconate, perfette e plasticate.
Non riesco a riconoscermi nella perfezione, ma mi accorgo di averla in passato rincorsa.
Cercare di comprendere cosa vogliono gli altri da te e tu cosa devi fare o essere o come ti devi comportare.

Come se dentro tutto potesse cambiare forma, e fornire all'altro quello che desidera, impacchettandolo.

(Ho scoperto poi che questa cosa brutta qui potrebbe dirsi un tratto istrionico).

Sono passati anni e per il tanto lavoro per fortuna ho riscoperto me, la dignità di poter essere quella che sono, poter dire cosa penso, certo senza offendere nessuno, ma senza esserne offesa. Farmi venire le rughe persino, e prendere qualche chilo (20 in più dai miei anni di di ossa trasparenti alla rincorsa della bellezza).
Confinare le aspettative degli altri e le invasioni altrui, riconoscere il mio pezzo di voler piacere a tutti e non capire come si fa.
Quando ritaglio le riviste per collezionare immagini per i miei laboratori mi accorgo di quanto son cambiata e di quanto ho inseguito nuovi modelli: quelli interiori.
Ma sarebbe durissima confrontarsi con quelle centinaia di donne in vetrina, in atteggiamenti scomodi, senza calze e con le gambe al vento anche in pieno inverno.


I modelli sono provocati sì dalla pubblicità, ma accolti da tantissime di noi donne "comuni", che su FB ci esponiamo come vediamo fare, con bocche a gallina e pose da gallina.
I profili includono lati posteriori (quando si può ma anche quando non si può), e pose yeahyeah.

In tutto questa esposizione di carni, si perde l'anima, l'attenzione ad essa, e finanche il senso di un suo valore, che interessi in fondo a qualcuno quello che abbiamo dentro.
Che sia disposto a voler scoprire, visto che c'è già tanto di esposto, che ci sia un uomo che voglia ascoltare invece di sfogliare e scegliere ancora, come da un catalogo, una donna da usare.

Così siamo tutti confusi, su chi siamo davvero e su come comportarci, come sedurre, come se la seduzione fosse tutta la relazione, e non solo un singolo pezzo di un intero molto più grande.
Ed anche parlante.
Si perde la speranza e la competenza emotiva di poter creare e costruire relazioni.
Fin qui sono considerazioni mie.
Lascio completare il quadro a Galimberti.



 [...] è vero che la donna è più corpo del maschio (così vuole la natura che l' ha incaricata della generazione), ma il corpo per lei non è limitato agli organi sessuali, com'è nella percezione maschile spaventosamente limitata.
Per le donne il corpo è un tramite per dispiegare orizzonti di interiorità che, dischiusi ( nel caso non si siano già adeguate al modello maschile), generano sensibilità, arte, scrittura, e in generale tutto ciò che siamo abituati a chiamare 'anima'.
 Per entrare in comunicazione con loro è tuttavia necessario che gli uomini scoprano la propria anima, la loro parte femminile, che spesso non hanno o tendono a nascondere il più possibile, fino a perderne le tracce.
E questo accade perché il modello maschile diffuso è quello dell' uomo tutto d' un pezzo, anche se è con quell' altro pezzo, quello rimosso, che si può entrare in relazione col mondo femminile.
L' altro pezzo non è la dolcezza melensa o lo sdilinquimento ridicolo, ma la capacità di ascoltare le narrazioni femminili, con la sensibilità di chi va oltre la narrazione stessa, per catturarne quanto di allusivo c'è in quella narrazione, quanto di non detto c'è, nel racconto, che vuole essere scoperto e compreso.
Solo dopo è possibile fondersi nei giochi d' amore, che rilanciano altri racconti. La comunicazione è questa, ma ci vuole una grande capacità di ascolto e una curiosità di scoprire quel che la donna cela e nell' immediato non appare.
Per raggiungere questo passaggio d' incanto occorre che il maschio rinunci a celebrare il suo io, pensando ingenuamente di far colpo sulla donna, e si disponga all'ascolto, non tanto di quel che la donna dice, quanto di ciò che lascia intravvedere e intendere col suo dire.
Ne siamo all'altezza ?

( tratto da Risponde Umberto Galimberti, D la Repubblica di Sabato 21 Febbraio 2015 )
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Apprendimento continuo

Quanto dipende da noi stessi, dal nostro impegno e quanto dal contesto.
Io per esempio, nella professione di counselor ci credo, cioè lasciando per un attimo, il tempo di scrivere, da parte quanto sia difficile e estremamente complessa, piena di insidie e di continue maree, freddo intenso e caldo che brucia la pelle.

Quindi, lascio stare, almeno per il tempo di scrivere, che è strana questa professione, come insegnare anche, non lo sai fino a quando non sei davanti a quell'aula e quelle persone, proprio quelle e non altre, con i loro atteggiamenti provocatori o indifferenti, il desiderio di mettersi dentro al processo, la bramosia di apprendere o di controllare l'orologio e i messaggi sul cellulare.
Che ti chiedi, cioè mi chiedo, perché hai scelto un master costoso se poi ti comporti come a scuola, pensando che sia tutto sulle spalle del professore, e tu nel banco cerchi il modo più furbo, secondo te, di passare la prova copiando, senza metterci proprio niente di tuo.

Però sono solo io che la penso così, io che cerco di coinvolgere le persone a tirare fuori ciò che hanno dentro di proprio, idee, spinte, motivazioni. Sostanza. Unicità.

Usarle le proprie abilità e non solo per digitare sul cellulare.
Mi pare tanto spreco davvero.
Di tempo e di emozioni, di vita e di relazioni, di possibilità di scoprirsi, non solo all'altro ma a sé.
(C'è all'opposto chi pensa che sia uno spreco di tempo e di risorse disponibili inventare, approfondire, apprendere e non copiare intere lezioni, idee, libri dal web, pronte e a portata di un Ctrl + C e Ctrl + V)

Però, e qui, ovvio c'è il però che si scontra con quello che accade fuori, allora certo lo so, come noi vediamo il mondo è solo UN modo, ed è tanto ovvio dirlo quanto difficile farselo davvero scendere dentro, accettarlo senza sentirsi minacciati o delusi da un mondo di sprechi di persone ed abilità.

Di bugie e di verità non dette.

Esiste davvero "la verità"?
Invece di - o insieme a - cercarla fuori di noi, cerchiamo di ascoltarla dentro.
Senza anestetizzare, scappare, nasconderci.
Magari a piccole dosi omeopatiche.
Respira dentro cosa sento qui e com'è per me adesso.
E' importante per me, prima di chiederlo ad altri?

Lo rispetto questo mio sentire, sono disponibile a cambiare qualcosa affinché possa modificarsi e ammorbidirsi questo pezzo? Qualunque sia, che non comprendo e rifaccio sempre uguale.

Così succede anche nel mio lavoro di counselor, quando si crede di mettere tutto nelle mani dell'altro - cioè mie se hanno scelto me- e aspettare che ci faccia qualcosa, metti a posto il mio cassetto, i miei attrezzi buttati alla rinfusa.
Mettimi dentro le budella con ordine però e che non diano troppo fastidio.

Rimetti tutto dentro che poi così, pare dicano alcuni, io so di averli, però poi non li uso più.

Troppi libri - o forse anche troppi incontri sbagliati di persone che avrebbero dovuto aiutare e invece si sono sostituiti, hanno "comandato" ricette e interpretazioni affrettate distorcono la mia professione e quelle accanto.

Una giungla che avrebbe dovuto essere di felci con ombra rinfrescante si è trasformata in un groviglio di mangrovie e serpenti, di sputasentenze e acchiappaacchiappa e tante altre schifezze che purtroppo ci stanno in ogni professione, ma non pensavo proprio ci fossero anche in questa qua.

Illusa,naïf. Tanto naïf. (io)

Che poi c'è anche chi i consigli li vuole, anzi, vuole proprio sentirsi dire cosa fare e seguire tutto, mettere da parte tutto quello che sapeva, la propria testa e il proprio cuore, non interrogarsi più, smettere di farsi domande, se gli fa bene, se gli fa male o fa male a qualcun altro.

Hanno ragione i libri in cui tanti che fanno questa professione sono descritti in modo inutile o manipolatorio stupido o cattivo.
Sono umani, non è che in questa categoria la percentuale degli stupidi e scorretti ed ignoranti scende.
No, è come tutte le altre.
Solo che dispiace, tanto e il cuore sanguina pensando che ce ne sono tonnellate di professionisti preparati e che aiutano davvero senza prendere in giro e senza raggirare, senza manipolare e creare dipendenze e false identità.
Ecco, io penso sempre di voler illuminare le persone a guardarsi cosa c'è di bello in sé, quali richiami, preziose unicità, quali motivazioni e desideri per riconoscerli e seguirli.

Poi c'è invece chi arriva e riesce in poche mosse a dire da fuori che no, fai come ti dice lui/lei, che è meglio, e il brutto davvero brutto e triste è che c'è chi preferisce sentirsi etichettato e fatto tornare e tornare ancora e smettere di usare la testa sua e i polmoni suoi e soprattutto quello che c'è sotto.
Un etichetta può rassicurare, dici "è quello " e la metti da parte, come una giustificazione con te stesso nei giorni in cui non vuoi entrare nei banchi della scuola della vita.


Insegnanti buoni e cattivi, studenti promettenti e figli di papà con la strada spianata, combattenti e perdenti, chi ha rinunciato e chi si rialza dopo un po'.

Io ancora non so come sarà per me, e rimischiando le carte chissà qual'è davvero la verità?
Lasciar comparire il disegno dell'altro vuol dire aver fiducia che lo abbia e possa riuscire a comporlo tra le dita, invece poi magari c'è chi vuole sentirsi dire come tenere la matita e vuole il dettato della sua vita, che gli sembra più sicuro chi detta e invece chi chiede cerca qual'è il tuo tema, proprio il tuo e scoprilo e coltivalo lascia troppo spazio all'individuo, che invece vuole sicurezze, senza tentativi e strade non ancora battute.

Ma la verità non ha mai una sola strada, e quello che deve avvenire avverrà, anche farsi da parte e non parlare.
Anche avere buone intenzioni. Leggere un libro e vedere che le buone intenzioni ed le intuizioni giuste possono portare a una vita in cui le doti vengono calpestate, messe da parte e sprecate.

Fine delle considerazioni oggi, almeno qui in questo blog, perché nella mia testa, è ovvio continueranno ancora.
E' così con alcuni incontri, ti fanno pensare e ripensare, riflettere, sperare vadano diversamente, fare il tifo fino alla fine, e quando si tratta di un libro la fine riesci a vederla scritta tra le pagine, allora la speranza che vada diversamente non c'è più, non ci può più essere, e hai solo che tornare indietro e dire: cos'è successo di sbagliato?


Ma soprattutto, tornando alla vita mia: cosa ho imparato e cosa farò diversamente la prossima volta?

(Il libro che mi tiene ancora tra le sue pagine è Una barca nel bosco di Paola Mastrocola. Siete superbenvenuti nei commenti).





I disegni sono di Gianfranco Zavalloni, amante della scuola, autore dei diritti dei bambini.
Chissà se ti sarebbe piaciuta la scuola raccontata da Paola Mastrocola, Maestro.


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L'inconscio

Io sono contento che ci sia almeno uno che parla con me, cioè questo benedetto inconscio; peccato solo che non mi ricordo mai cosa mi dice.

Paola Mastrocola, Una barca nel bosco

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La vita davanti

Girati indietro a rannicchiarsi sul passato, a cosa ci è stato fatto, a quanti bisogni i genitori hanno ignorato, a quanto abbiamo perso a rincorrere una luce che non riusciva ad accendersi, un faro ad illuminare il cammino, a riscaldarci dentro.

Così fino ad oggi, tra un avrei potuto ed invece, avrebbero dovuto.

Però poi io ti chiedo (perché me lo sono chiesta io per prima, eh)

COSA PUOI FARE ADESSO
con il tempo che hai davanti e ciò che ti è capitato già e cosa ancora non ti è capitato mai.


Del passato sono sicuri gli anni vissuti, del futuro non sappiamo quanti ne abbiamo.
Allora alzati da quel rimuginare vano e scegli tu cosa vuoi per quelli che verranno.
A fare a te e per te quello che avresti voluto ma che non è stato fatto mai.



Paola Bonavolontà



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Errore grave gravissimo

Un libro che scorre, una parola che risuona.
Un libro è un compagno silenzioso pieno di sfumature di colori, pieno di armonie e stonature e allarmi.
Un libro ci può stare benissimo se non hai voglia di parlare, e la gola fa male, se sei ancora nel letto o già pronta per uscire ma dai l'ultima sbirciata, come ad un panino che addenti correndo.

Ho gusti particolari se mi paragono alle donne che sono impazzite per 50 sfumature, e con chi cerca il romantico.
I confronti sottolineano le differenze, creano confini e raggruppamenti e nuove ricerche di somiglianze.

Le copertine, come i vestiti della gente, dovrebbero aiutarci ad orientarci, comprendere cosa c'è dentro.
Se ti vesti in rosa in azzurro o sempre di nero.
Se i tacchi non sai cosa siano o se sei sempre in movimento o in attesa.

La copertina di questo ultimo incontro perciò l'avevo giudicata male, tra titolo e immagine, "La ricetta del cuore in subbuglio" di Viola Ardone.

Prima di scartarlo definitivamente, ho letto qualche recensione da anobii, ho sempre in tasca tutta la mia libreria e i consigli di chi legge come me.
Di bulimici, dipendenti, ossessivi divoratori di libri come me.

Mi scuso con l'autrice che mi ha poi tenuto compagnia, facendomi ridere e sorridere spesso, portandomi a sbirciare nella mia città natale in modo nuovo, non troppo vicino, non troppo folkloristico.
Non troppo qualcosa che stona, ma che invita.
Allora tra le sue geometrie, e strategie di sopravvivenza , leggo "errore grave gravissimo" ed è un attimo e sono tra i banchi di scuola.
Quanti errori gravi gravissimi ci portiamo dietro, a cosa abbiamo creduto senza perdonarci mai.


Nella quarta di copertina c'è scritto che è un libro "terapeutico".
Non lo è ogni incontro?
Quando ci propone di guardare ancora, da un altra prospettiva, a ricordare qualcosa che adesso serve vedere,  a lasciar andare tutti gli errori gravi gravissimi che non ci sono mai stati ed ancora ci portiamo dietro, scusandoci.
Anche gli incontri con noi stessi, quei terapeutici, liberatori incontri teneri e spaventosi, di echi vicini e lontanissimi.

Errore grave gravissimo a chi?
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Prendere il dolore coi versi


ci sei e non ti stacchi un attimo
sei arrivato, inopportuno e violento.
costante, di quella costanza che picchia in testa
richiedendo tutta la mia attenzione e il mio tempo.
dammi tregua.
ho tanto altro da fare, preparare, coordinare
lingue da mettere insieme
mentre prendi la mia e la contorci nel dolore.
notte e giorno.
appena apro gli occhi ci sei già.
ci sei ancora quando tento di chiuderli, stremata
dalle giornate che si rincorrono piene
e come se non bastasse ci sei tu
a pretendere che tutto ruoti intorno a te.
ad impedirmi le pause
a costringermi di farmi carico del tuo peso,
a chiedermi cosa c'è di sbagliato,
quali conseguenze porterai e se sei solo di passaggio
o finalmente toglierai presto il disturbo.
non chiedi scusa e permesso.
ma so e spero che, almeno tu,
non potrai durare per sempre.
vai, sparisci, dileguati
voglio sentirmi di nuovo libera,
di sorridere.

San Valentino col mal di denti.



Parafrasando nuovamente Shakespeare, quando ho un dolore fisico lo ascolto, cerco una risposta a cosa mi succede, come mai arriva proprio in quel punto, a dirmi cosa.

Quando è inutile cercare di non pensare (tutto ciò che inizia con un "non" è fallimentare), di respirare, di prendere medicine- che evito o dimentico- cerco di comprendere il messaggio.

Per approfondire  Metamedicina, ogni sintomo è un messaggio,di Claudia Rainville o Il grande dizionario della Metamedicina sempre di Claudia Rainville,  sulle cause psicosomatiche delle malattie e dei disturbi o malesseri, sulle domande che possono aiutarci a comprendere il messaggio che si manifesta attraverso il nostro corpo.


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ColoriAMO il colore alleato per il nostro benessere

Se tu potessi avere la bacchetta magica per liberarti dello stress,
la useresti?

In effetti, ce l'hai, tante, a tua disposizione, sotto forma di legnetti colorati, pronti a disegnare linee e forme piene e vuote di senso, con e senza direzione, libere e ordinate, armoniche e discordanti, per donarti riposo e sollievo, sorriso e scoperte.

Colorare è un attività che abbiamo abbandonato e recuperarla può aiutarci a ricontattare la calma, il tempo, lo spazio, il non giudizio, il divertirsi inseguendo un colore su un foglio.

Troppo facile?
A volte il nostro benessere è veramente a portata di mano, e di foglio, ma è più semplice affidarsi a cose complicate.

Secondo lo psicologo Luis Rojas Marcos  “colorare ci conforta, ci dà pace e ci rilassa – anche se per poco, ci libera dalle nostre pressioni quotidiane… Anche se colorare per un paio d’ore non elimina tutti i problemi e le preoccupazioni, ci porta altrove, al riparo dallo stress che spesso ci assale”.

Carl G. Jung è stato tra i primi psicologi a studiare per molti anni il colorare come una tecnica di rilassamento e lo ha fatto attraverso i Mandala.

Proprio gli stessi che useremo noi, oltre ovviamente alla possibilità di sperimentarsi con disegni liberi.

Ma cos'è un mandala?

Il termine deriva dal Sanscrito e significa “cerchio”, cerchio che delimita uno spaziocentro dal quale l’energia viene emanata, un recinto sacro della personalità più intima.

Secondo Jung, durante i periodi di tensione psichica, spontaneamente nei sogni possono apparire figure mandaliche  per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore.
Il simbolo del mandala è un’affascinante forma espressiva ed un cerchio protettivo che evita la dispersione e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall'esterno; nelle filosofie orientali il mandala è utilizzato come mezzo per la meditazione e tramite la sua costruzione, l’uomo libera lo spirito, purifica l’anima, entra in comunione con tutte le forze positive presenti nel cosmo.

Il mandala in breve porta sia a restaurare un ordine precedente, che a creare, nel senso di dare espressione e forma a qualche cosa di nuovo e di unico.

Nel mandala personale possiamo immaginare il centro come l’uomo stesso che si purifica, trasformando le energie negative attraverso la meditazione, la presa di coscienza e la conoscenza del proprio Sé.

La pratica del mandala persegue tre scopi: centrare, guarire, crescere.
Centrare significa cogliere l’essenziale, valutare lo scopo prioritario dei valori della vita.
Per guarire, ovvero l’espellere i turbamenti, le forze perturbatrici, la malattia.
Per crescere si intende il proiettarsi verso una nuova dimensione.

Lo spazio interno del cerchio rappresenta il nostro “Io”; nel cerchio l’uomo ritrova quelle forze che ha smarrito o che non ricorda di possedere.
La forma circolare è il simbolo dal quale tutto è nato. Tramite il cerchio l’uomo può ricercare se stesso, protetto nello stesso tempo da ogni attacco esterno. Al riparo, nella tranquillità, riesce a scorgere il punto centrale, la fonte dalla quale scaturiscono tutte le energie e comprende il significato del proprio valore umano e nello stesso tempo divino.

Al centro del mandala risiede il Sé, quale entità totale e completa.

Per Jung i mandala, quali figure ordinate, sia nell’antichità che nei tempi moderni, rappresentano l’estetica e l’ordine, il bisogno ancestrale del ritrovare la dimensione spirituale, il senso mistico dell’esistere: l’uomo quale essere posto tra il cielo e la terra che anela alla sintesi tra i due mondi.
(fonte sui mandala tratta da psyche ed adattata da me).


Come useremo il Mandala nel laboratorio ColoriAMO?


Potremo avvalerci di schemi già pronti da colorare che si adattano perfettamente a chi ha il desiderio di sperimentarsi con il colore e la meditazione attraverso di esso, oppure crearne uno, come nelle foto che potete vedere.
Sarà un occasione creativa alla ricerca del proprio centro, alla riscoperta dell'amore per noi stessi, e delle relazioni nella nostra vita.





«I mandala sono magici specchi del momento presente del nostro cammino: donano forme e colori alla nostra maestosa danza interiore, infinita come l’eternità, che oscilla più vicina e più lontana dal margine del cerchio, muovendosi in dentro e in fuori e passando leggera sulla nostra anima, chiedendo solo apertura e spazio per vedere la luce che rifulge, la ruota che gira di nuovo» Maureen Ritchie.

prenotazioni al laboratorio entro Mercoledì 11 Febbraio.
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Il counseling e Sottsass

Amo le poesie, le immagini e le metafore.
Amo scoprire i passaggi e i legami tra le cose, i pensieri, le emozioni.

Allora leggo questa, poesia, immagine, di un grande artista, Ettore Sottsass
e secondo me, va benissimo, nella raccolta delle parole di artisti per comunicare il counseling.

Per chi mi legge la prima volta, perdonatemi se non dice tutto, e chiede aiuto alla poesia.

C'è bisogno di bellezza e di poesia, dissero in molti nella nostra vita.

Per chi vuole spunti e risposte di tipo diverso, il blog ha infiniti altri articoli che spiegano, fanno esempi, in parole ed immagini.

Perciò restate in ascolto, senza critiche, senza giudizi.
Il counseling è tanto questo: l'ascolto senza giudizi.
Le parole che a dirle fanno bene, riconoscono stati d'animo e li dipingono nell'aria o su un foglio.

Bellissima, eccola.

Un po' di calma
un po' di silenzio
un po' di dubbi
un po' di debolezza
un po' di curiosità
un po' di domande
un po' di ambiguità
un po' di pensiero
un po' di cura
un po' di solitudine
un po' di spavento
un po' di forse
un po' di chissà
un po' di attenzione
un po' di aiuto
un po' di perplessità
un po' di dolce
un po' di amaro.
- Ettore Sottsass





leggi altri Counseling in letteratura... 



    Continua...

    Riconoscere l'abuso emozionale

    trad. Non devi picchiare per ferire.
     L'abuso emozionale è dannoso quanto l'abuso fisico.

    Cosa significa essere abusati emotivamente?
    Ma l'abuso emotivo è violenza?

    Gli abusatori sono spesso vicino a noi, vicinissimi, ed alcuni non si riconosceranno nell'esserlo.
    Lo chiamano amore spesso, ma non è così.
    Lo chiamano “educare” finanche.
    Leggendo questo articolo di Beth J. Lueders è possibile che sentirete un nodo alla gola o allo stomaco, potrete riconoscere cose vissute, o viste.
    Lo pubblico perché possiate recuperare il diritto di sentire, di ricominciare a fidarvi di ciò che sapete essere successo davvero, anche se vi è stato detto “quando mai”.
    Lo pubblico perché chi continua a dire “quando mai” oppure "è successo una volta sola (o magari due, o tre o quattro ma quanto la fai lunga) " smettano almeno di continuarlo a dire, a fare male, ad abusare con il loro diniego.
    Lo pubblico nella speranza di diminuire il numero di genitori che si nascondono dietro quel "tanto come fai sbagli" e magari possano sentire la spinta, il bisogno, la necessità, la curiosità, l'amore per poter seguire un percorso di crescita personale per poter saper davvero amare.
    PB



    "Tutte le forme di abuso seguono uno schema che, lasciato incontrollato, non potranno che aumentare nel corso del tempo."

    Negare l'accesso a qualcuno di altre relazioni.
    Insulti. Osservazioni degradanti. Minimizzare realizzazioni.
    L’abuso emotivo e verbale è dilagante nella nostra società.
    Nessuno è immune da incontrare persone abusive, ma tutti possono fare scelte sane per porre fine modelli relazionali distruttivi.

    L'abuso emozionale
    L'abuso emozionale è difficile da definire e molti casi non sono segnalati; tuttavia, è chiaro che questa forma di comportamento distruttivo è basato sul potere e il controllo.

    Una persona emotivamente abusiva può respingere, rifiutare i tuoi sentimenti e bisogni, aspettarsi che tu esegua compiti umilianti o sgradevoli, di manipolarti per farti sentire in colpa per cose banali, sminuire il tuo sistema di supporto esterno o farti una colpa per le circostanze sfortunate nella sua vita.
    Gelosia, possessività e sfiducia caratterizzano una persona emotivamente abusiva.

    Segni ampiamente riconosciuti di abuso emozionale comprendono:

    1. Rifiuto o negazione del valore o della presenza di una persona (o un bambino)  ed esprimere pensieri e sentimenti svalutanti e le credenze della persona sono stupidi, non contano o dovrebbero essere ignorati.

    2. Ignorare anche la presenza. Distacco deliberato (per far loro del male o "insegnare loro una lezione"); ignorando i tentativi di un altro di relazionarsi e di interagire con loro; rifiutando di comunicare affetto e calore, o per soddisfare i loro bisogni emotivi e psicologici.

    3. Isolare, fisicamente confinare o limitare le libertà altrui, negando a una persona il contatto con gli altri ad es. i amici e familiari; confinandoli fisicamente; dicendo loro come devono pensare, agire, vestirsi, quali decisioni possono prendere, cosa possono vedere e fare. Include il controllo finanziario.

    4. Terrorizzare  inducendo intensa paura in qualcuno; intimidazioni di punizioni (per eventi insignificanti o finanche inventati) e minacce di far male a una o più persone care, animali domestici o beni di una persona. Costringendo qualcuno a vedere la violenza verso un membro della famiglia. Abbandono minaccioso.

    5. Critiche degradanti, offese che diminuiscono diminuire l'autostima e la dignità, anche in pubblico. Ridicolizzare (la persona e gli stati d'animo).


    6. Sfruttando diritti personali e  bisogni sociali o utilizzando un'altra persona a scopo di lucro o vantaggio. Attirando qualcuno in attività illegali a scopo di lucro (di vendita di droga, prostituzione).

    Anche se l'abuso emotivo può verificarsi da solo, tutti i tipi di abuso comportano una qualche forma di abuso emotivo.
    Simile ad altre forme di violenza,l' abuso emotivo accade più spesso a danno di persone con meno potere e risorse.
    Nel corso del tempo, l'abuso emotivo ha l’effetto di lavaggio del cervello della vittima.
    Secondo la Coalizione Nazionale contro la violenza domestica l'abuso emotivo è ancora più devastante di abusi fisici.

    L'abuso emozionale strazia l'autostima di una persona e può compromettere notevolmente lo sviluppo psicologico e di interazione sociale. 

    Nei bambini, l'abuso emotivo può ostacolare l'attenzione, l'intelligenza, la memoria e la capacità di sentire ed esprimere le emozioni in modo appropriato.
    Per i bambini e gli adulti, l'abuso emozionale può manifestarsi in ritiro sociale, una forte ansia, paura, depressione, disturbi fisici, evitare il contatto visivo, senso di colpa e di abuso di sostanze.

    Anziani emotivamente maltrattati possono sentirsi in colpa estrema, inadeguatezza, depressione o impotenza. Purtroppo, molte persone anziane psicologicamente abusate sono etichettati "senile" o "inetto".

    Poiché l'abuso emotivo non è regolarmente segnalato come altre forme di violenza, le statistiche sono scarse.

    Uno studio canadese sugli abusi nei rapporti universitari e del college di datazione ha rivelato che l'81% degli intervistati di sesso maschile ha ammesso di aver abusato psicologicamente una partner femminile.
    Secondo un rapporto 2000 dal National Institute of Justice, si stima che 503.485 donne subiscono stalking ogni anno in Stati Uniti.
     L'abuso emozionale è un problema in tutto il mondo per persone di qualsiasi età e sesso.



    Abuso verbale

    Come scrive Dr. Grazia Kettering nel suo libro Verbal Abuse ", i nomi e le etichette crudeli possono farci del male – terribilmente. Molte volte il danno emotivo è involontario, commenti cattivi possono sembrare banali a chi li pronuncia per essere presto dimenticata Ma a un cruciale!.. momento o da una persona importante, alcune parole pronunciate a una persona vulnerabile, possono creare o distruggere una vita. " (attenzione a non crearsi l’alibi che la colpa è di chi è “troppo sensibile” nota di Paola Bonavolontà).
    L’abuso verbale assume molte forme, tra cui criticare, insultare, rimbrotti continui, degradare, rimproverare aspramente, insultare, , minacciare, ridicolizzare, sminuire, banalizzare, urlando, sbraitare, uso di un linguaggio volgare. Commenti sprezzanti travestiti da scherzi e negare la comunicazione sono anche esempi di abusi verbali.
    "Sei un ____, proprio come i tua madre/padre!"«Tu non sai come fare niente di buono." "E 'colpa tua!" "Sei troppo sensibile." "Dai, non puoi accettare uno scherzo?" "Quel vestito ti fa sembrare grassa." "Chi ti ha chiesto niente?"
    L'abuso verbale può accadere ovunque, in qualsiasi momento. Gli individui presi in giro e che subiscono pressioni al lavoro o a scuola a sua volta possono portare le loro frustrazioni represse a casa. "Dare calci al cane" non è sufficiente; invece, si attaccano verbalmente i loro coniuge, i figli, i genitori, gli amici intimi - nessun amato è al sicuro.

    Ferite che in genere accompagnano abuso emotivo, fisico e sessuale non devono essere ignorate. 
    Uomini e donne infliggono abusi verbali. Ciò che può sembrare innocente e poco frequenti in un primo momento possono degenerare.
     L’abuso verbale svolge spesso un ruolo importante in crimini violenti. Secondo un rapporto del 1998 del Dipartimento di Giustizia sui crimini violenti, le donne hanno 5-8 volte più probabilità rispetto agli uomini di essere vittime di un partner intimo. 4
    Tutte le forme di abuso seguono uno schema che, lasciato incontrollato, non potranno che aumentare nel corso del tempo.
    Lesioni da abuso verbale ed emotivo possono agire profondamente e lasciare cicatrici durature.
    Molte persone emotivamente e verbalmente abusate pensano che, perché non ci sono contusioni o fratture, il loro abuso non è grave. Ma lo è.
    Fortunatamente, il supporto e le risorse possono aiutare a guidare le persone in relazioni sicure e d'amore.
    Nel libro Boundaries (confini), Dr. Henry Cloud e John Townsend affermano che, "Il nostro dolore ci spinge ad agire." Se il dolore ci spinge ad agire contro l'abuso emotivo e verbale, allora ascolta e agisci.”

    (la traduzione e l'adattamento dell'articolo originale

    è mia)
    Continua...

    Esercitarsi al fallimento

    La paura del fallimento non è difficile da comprendere, o forse si?

    La paura di fallire è così debilitante che ti fa ammalare pur di non affrontare ciò a cui potresti fallire.
    La paura di fallire ingessa al punto che non provi a fare nulla di nuovo, perché, si sa, oltre alla fortuna del principiante, c'è da mettere in conto il processo di apprendimento, che può andare contro cadute, errori, approssimazioni successive, confronti con chi è lì da più tempo e dunque è più bravo.

    La paura di fallire è nascosta tanto bene che pare non sia affatto tua, ma ti si rompe un dito, resti senza benzina, trovi una scusa buona per non fare qualcosa.

    Quando sei abbastanza pronto per vedere tutto questo, sai cosa nascondono tutte le resistenze, le scusa, i no e i si, ma però, l'avevo detto ma non posso cambiare idea, i così fan tutti, cosa c'è di male a me ne torno a casa, smetto prima ancora di iniziare.
    Magari provo una sola volta e niente di più, mi ritiro subito dopo, anche e soprattutto se ho provato piacere, per paura di non trovarlo più la volta successiva.

    Evitavo di discorrere con gli altri, e anche di salutare, perché le conoscenze, si sa, a cominciarle è niente ma poi si resta legati. Italo Calvino, Gli amori difficili.

    Un uomo, una donna, un amico.
    Un incontro magico e poi preferisco lasciarlo lì nella perfezione di una volta sola.
    Troppe balle che ti racconti da solo, oltre che raccontarle agli altri, nascondono la paura di fallire.

    Se una cosa l'hai saputa fare in passato, se l'aspettativa degli altri su di te è alta, la paura c'è perché ti stai misurando con la tua immagine di te, e quello che gli altri si aspettano di te.

    E da qualche parte si insinua la voce  della tua mammina/maestra/papino/mentore/etc che un giorno ti ha detto: non me lo sarei aspettato da te, con le opportune variazioni "proprio da te".

    Così che tu sia bravo o non lo sia mai stato, che ti abbiano ripetuto da piccolo che sei sempre stato imbranato o che sei sempre riuscito in tutto, proprio tutto quello che iniziavi, non hai scampo.
    Sei destinato alla paura del fallimento, o al fallimento.

    La paura del fallimento cioè fino a quando non le farai le cose.
    Il fallimento certo quando le farai.

    Ci sarà sempre qualcuno fuori o dentro di te che scontenti.
    Qualche frustrazione di cosa sarebbe potuto andare meglio.
    Una cena perfetta? Troverai il motivo per esserne infelice, lamentartene, e non volerne fare più.
    In breve tutto diventa spaventoso per te, dal check in all'aeroporto a un giro in bicicletta, magari non sai più come si fa.

    Anche quando ti dirai che rispetti il tuo corpo perché ti pare di ascoltarti nel desiderio di riposarti,
     ti stai mettendo al riparo dal provarci, dal buttarti in una nuova sperimentazione, una nuova avventura, nuove conoscenze, approfondimento di altre.
     Insomma, qualunque piccola cosa "nuova" volevi fare e poi d'improvviso il tuo desiderio si sgonfia come un soufflé venuto male.


    Perché mai fare qualcosa in cui potresti non confermare l'idea grandiosa di te, o l'immagine misurata e pacata di te, immacolata, precisa, stabile?
    Si sta talmente bene in quel bozzolo caldo e sicuro di ciò che conosco e in cui sono bravo, mi riconosco e vengo riconosciuto.

    Già, perché?
    Perché la vita è piena di sfide nuove e novità, e se non ti alleni in quello che ti piace, quando puoi perdere o vincere per "gioco", sarà ancora più difficile e "nuovo" quando dovrai farlo per lavoro, perché il tuo capo te lo chiede, il nuovo ruolo ec etc.

    Perché il rischio è di non provare dolore, e rinunciare anche alla possibilità della gioia, di non provare nulla e basta.

    1. “Non siate uno di quelli che pur di non rischiare il fallimento non tentano mai nulla.”
      Thomas Merton

    Siamo "dipendenti" dal successo, dall'immagine, non solo della società, ma di noi stessi con noi stessi.
    Bravi sempre.
    Cerco di risalire al fastidio di queste due parole, nella scomposizione, dal latino  successus -us ‘avvenimento, buon esito’, der. di succedĕre ‘succedere’ .

    L'altro, il fallimento. Come il precedente singolare maschile, in direzione opposta e contraria:

    Sbaglio, errore. Mancanza, difetto, insufficienza; anche, tradimento, inganno.


    Dunque il fallimento include anche lasciarsi tradire ed ingannare, incluso da se stessi.

    Qual'è l'alternativa? Non fare, nascondersi, rinunciare, piuttosto che scoprirsi incapaci, meno bravi di come avevamo pensato.
    Non sono né giovane  né una promessa, fare quello che desidero dipende da me.
    Potendolo fare, finalmente.

    Allora mi esercito nelle cose che amerei saper fare, anche se, per arrivare dove voglio arrivare, non c'è strada diversa dal provare e sbagliare, di continuo.
    Ovvero per arrivare a ciò che desidero devo accettare il fallimento dei tentativi precedenti, continui e successivi.

    Altrimenti? Lascio stare del tutto quello che mi piace. O mollo o continuo e sbaglio.
    Davvero, per quanto ì le dicotomie, l'o - o siano da evitare, questa è la realtà: se ti piace una strada sta a te prenderla o lasciarla.

    E se la lasci, chiediti cosa scegli di perseguire.
    E se lasci spesso strade, chiediti come mai.

    Per tutti quelli che poi sanno guardare e criticare chi fa, non  disturbate chi ce la sta facendo. (semicit. Albert Einstein) .


    Nella foto, miei tentativi. Ce ne saranno ancora, e a volte continuare significa non poter tornare indietro, era meglio prima, hai perso questo o quello. Ma quando non fai, perdi e basta.
    Se vuoi  trovare i tuoi colori, il 31 Gennaio 2015 il primo laboratorio dell'anno è sulla pittura emozionale.
    Per chi non sa disegnare, ma vuole esprimersi col colore, lasciare la sua comfort zone, lanciarsi, provare, esercitarsi alla imperfezione, a sbagliare, riprovare e piacersi nel movimento e non nell'immobilità, nel colore che scivola e copre le parole di critica.


    Non si può avere nessun successo se non si è pronti ad accettare il fallimento.GeorgeCukor

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    Pittura Emozionale



    Quando ho incontrato la pittura non sapevo nulla di teorie, di come "il processo creativo del fare arte é curativo e migliorativo della vita ed é una forma di comunicazione non verbale di pensieri ed emozioni (American Art Therapy Association, 1996)".
    Non sapevo nulla neanche di pittura.
    Non sapevo di saperlo fare.

    So che tornavo a casa in una città dove avevo più colleghi che amici, e le mie giornate erano piene di solitudine.
    A vivere nella città che non dorme mai neanche io ci riuscivo.
    Troppe novità, come vivere in un film ed io dentro.
    Il weekend da riempire nei musei e lasciarmi riempire di colori, forme, espressioni che non avevano bisogno di traduzioni.

    Avevo necessità di depositare queste cose, tante. A volte troppe, tra il fuso orario e il non saperlo spiegare, avere piuttosto silenzio da ascoltare e trasformare.


    Incredulità e stupore, cambiamenti inaspettati e improvvisi.

    Da allora chiamo i miei pannelli "emozionali".
    Sono la traduzione su tela delle mie emozioni.
    Della connessione con quello che sentivo dentro ed avevo urgenza di far uscire.

    E' stato una fortuna aver fretta e non stare lì a giudicare.
    Ma restare nel processo e lasciarsi andare.

    Sono passati quattordici anni da allora.
    Ora so che questo tipo di pittura  viene chiamata Primal, o intuitiva, o dell'anima.
    Ognuno ha sviluppato il suo metodo ed anche il mio lo è diventato, per facilitare altri a creare e connettersi.

    Continuo a chiamarla Emozionale, perché così mi é nata dentro, senza sapere che esistesse per altri, che ci fossero  libri e laboratori per condividerlo.

    La difficoltà sta nello spiegare a parole il benessere che viene dalle mani nei colori. Dal provare. Dallo scivolare, senza riempirsi di critiche giudizi ed approvazioni.
    Una zona franca dove respirare dentro di se.
    Ricentrarsi, nutrirsi, bastarsi.


    Il prossimo laboratorio 
    Sabato 31 Gennaio 2015. 

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    Gioia, senza alcun motivo particolare

    Breslavia, dicembre 1917

    [...] È il mio terzo Natale in gattabuia, ma non fatene una tragedia.
    Sono calma e serena come sempre. Ieri sono rimasta a lungo sveglia - adesso non riesco ad addormentarmi prima dell'una, però devo essere a letto già alle dieci -, così, al buio, i miei pensieri vagano come in sogno.
    Ieri dunque pensavo: quanto è strano che, senza alcun motivo particolare, io viva sempre in un'ebbrezza gioiosa. Me ne sto qui, ad esempio, in questa cella oscura, sopra un materasso duro come la pietra, intorno a me nell'edificio regna come di regola un silenzio di tomba, sembra di essere rinchiusi in un sepolcro: attraverso la finestra si disegna sul soffitto il riflesso della lanterna accesa l'intera notte davanti al carcere. Di tanto in tanto si sente, cupo, lo sferragliare di un treno che passa in lontananza; oppure, più vicina, proprio sotto la finestra, la guardia che si schiarisce la voce e per sgranchirsi le gambe fa lentamente qualche passo con i suoi stivaloni. La sabbia stride in modo così disperato, sotto quei passi, che nella notte scura e umida si sente risuonare tutta la desolazione e lo sconforto dell'esistenza.
    Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell'oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito.

    E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità.

    E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. 

    Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare.
    E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta orecchio.
    In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori.
    Non intendo in alcun modo saziarvi d'ascetismo, di gioie immaginarie.
    Vi concedo, anzi, ogni reale piacere dei sensi.
    Vorrei soltanto donarvi, in aggiunta, la mia inesauribile letizia interiore, così da poter essere serena riguardo a voi, pensando che attraversate l'esistenza avvolte in un mantello trapunto di stelle, in grado di proteggervi da quanto è meschino, dozzinale e angosciante. [...]


    E tutta questa grandiosa guerra mi passò davanti agli occhi... Scrivetemi presto.
    Vi abbraccio, Sonica
    La vostra R.

    Sonjusa, carissima, siate nonostante tutto calma e lieta.
    Così è la vita, e così bisogna prenderla, con coraggio, impavidi e sorridenti - nonostante tutto.
    Buon Natale!

    Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi


    Ho pensato che certi esempi possono essere d'aiuto.
    Persone che hanno sinceramente trovato un sorriso dentro nonostante le avversità.


    Continua...

    La dislessia in un magnifico spot



    per saperne di più www.aiditalia.org

    leggi anche La dislessia per me
    Continua...

    Il senso del proprio racconto

    Raccontarsi per apprendere, ricordare, promozionarsi, condividere.

    “Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere se necessario ripossedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L'uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé".
    Oliver Sacks

    Scrivere di se, scoprire il piacere del far scorrere la penna sul foglio, con la stessa fluidità con cui di solito scivola il pennello.
    Scoprirsi con uno strumento nuovo, saper parlare di sé attorno ad un fuoco.

    Così partendo dalla frase di Coelho



    ho preparato un fuoco attorno al quale sperimentarci attorno allo storytelling come strumento di personal branding.

    Un kit di scrittura per ogni partecipante, con un piccolo ciondolo a forma di mano,
    un modo per ricordare le 5 domande a cui rispondere quando comunichiamo

    CHI? COSA? DOVE? QUANDO? PERCHE'?




    Provo una grande gioia nel riascoltare le parole di chi ha partecipato, e voglio fermarne qualcuna  anche qui.

    "mi sono sentita protagonista della mia storia, in maniera coinvolgente e propositiva per domani"
    "vado a casa nutrita, questa esperienza mi è piaciuta molto"
    "un viaggio pazzesco molto ricco ed emozionante, è stato bello anche condividerlo.
    Mi è servita questa riorganizzazione di senso, mi aspettavo più difficoltà a raccontarmi"
    "Mi sono sentita accolta"
    " bellissima esperienza, contentissima, rilassata, mi sono sentita ascoltata"
    "e' molto bello sentire l'altro che si fa vedere, senza timore, senza nascondersi, trovare l'apertura dell'altro è molto importante"
    "Ho visto cose di me che mi sono piaciute e che mi hanno emozionato tanto"
    "un esperienza molto ricca, anche nello scoprirsi simili. "

    Seguono applausi, sorrisi e compiti per il prossimo incontro, sui propri punti di forza e debolezza, la s.w.o.t. personale su cui ci ritroveremo il 29 Novembre con forbici e colla per un collage motivazionale.

    Crescere divertendosi, sperimentandosi, incontrando l'altro.
    Imparando anche a promuovere sé, nonostante le resistenze e le timidezza, le ritrosie e scoprire di riuscirlo a fare con naturalezza e passione portandosi via una gran ricarica di autostima.

    Vi aspetto con gioia.

    Continua...

    Ego te absolvo


    Ciò che è stato poteva forse
    compiersi altrimenti,
    la storia avrebbe potuto
    conoscere altri finali ma,
    comunque sia,
    ora quella storia è ciò che è.

    E si tratta di cercare di amarla,
    perché la nostra storia di vita
    è il primo e ultimo amore
    che ci è dato in sorte.

    Duccio Demetrio “Raccontarsi”



    Raccontarsi contiene tante gioie, dolori, scoperte e tesori preziosi.

    Uno di questi è quella sensazione di calma e pace interiore, di autoaccettazione, di comprensione che così è, come doveva andare, parafrasando Pirandello.

    Siamo uno nessuno e centomila, le nostre parti si ricompongono e vengono a sbirciare le altre, recuperando un unità perduta, o forse, l'identità perduta.

    Sicuramente il raccontarsi, attraverso la scrittura o ad un altro da se, può far raggiungere un dono inaspettato, e tanto, tanto necessario: Perdonarsi.

    Gli sbagli, le ferite, le cadute.
    E riconoscersi i piccoli successi, oltre a quelli da sempre evidenti.

    Un modo a portata di penna per volersi bene.



    Continua...

    Raccontarsi
    Un bisogno di autostima


    Il ricordare o il raccontare ci trasmettono la sensazione di “tenerci insieme”.
    Un potere ricompositivo.
    D. Demetrio, Raccontarsi.


    Costruiamo un racconto per noi stessi, e questo è il filo che seguiamo da un giorno all'altro.
    Le persone che si disintegrano come personalità sono quelli che perdono quel filo. Paul Auster

    Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere se necessario ripossedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L'uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé.
    Oliver Sacks


    Tu come riordini i tuoi ricordi, la tua vita?
    Scrivere  su di se arriva un po' per caso, un po' come imperativo, secondo Duccio Demetrio*, per dare un senso a ciò che siamo stati, per trovare un filo, per poter comunicare di noi a noi, assolverci, piacerci, capirci.
    La persona, raccontandosi, costruisce l’immagine di se stesso, degli altri, del mondo in cui vive.
    Il racconto diventa poi narrazione e dialogo con chi ascolta e pone nuovi interrogativi e spunti di esplorazione e condivisione.


    Tra gli effetti  della scrittura (Demetrio, 1999):

    eterostima nel momento relazionale dell’incontro tra chi narra e chi è interessato al racconto, quando cioè il proprio racconto diventa interessante per qualcun altro.
    autostima durante il processo,nel momento in cui il narratore riconosce di avere una storia significativa e degna di essere narrata.
    esostima al termine degli incontri, quando al narratore vengono riproposte le sue storie, affinché, da solo o insieme a chi è al suo fianco, può precisare ed arricchire quanto detto attraverso altri linguaggi (grafici, visuali, fotografici): chi scrive si riconosce attraverso quanto realizza e produce.


    Secondo la teoria dei bisogni di Maslow ognuno ha bisogno di analizzare la sua identità e  trovare conferma alla propria immagine da parte degli altri significativi (genitori, gruppo dei pari, partner, colleghi); un senso  favorevole della propria identità è confermato dal riconoscimento e dall'approvazione degli altri.
    Quando i bisogni di autostima (fiducia in se stessi) ed eterostima (riconoscimento, apprezzamento e rispetto meritato dagli altri) non sono soddisfatti, si possono sviluppare sentimenti di inferiorità e debolezza.


    Duccio Demetrio è professore di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione all’Università degli studi-Milano-Bicocca. Ha fondato e dirige la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari(www.lua.it) e la Società di Pedagogia e Didattica della scrittura - Graphein

    Raccontarsi.L’autobiografia come cura di sé, Cortina, 1996;
    Il gioco della vita. Trenta proposte per il piacere di raccontarsi, A. Guerini, 1997.


    La scrittura e lo storytelling fanno parte del percorso esperienziale creativo di Personal Branding: PromozionARTi © .

    Un percorso di crescita, autostima e promozione nella vita professionale e personale, nella comunicazione e nella relazione.
    Un percorso unico, che unisce la crescita personale alla promozione di se, alla creatività in un ambiente rilassante e non competitivo.

     1 novembre Dove vado- La tua visione   strumento principale: la pittura emozionale

     15 novembre Da dove vengo- Racconta la tua storia  con lo Storytelling

     29 novembre Il mio bagaglio -Competenze e Talenti, punti di forza e debolezza Swot analysis

    13 dicembre Il mio biglietto (da visita) - Mi presento- strumento principale: collage multimaterico



    NON sono lezioni teoriche, ma laboratori creativi esperienziali, dove di volta in volta avrai tutti gli elementi per entrare totalmente nel tema e nello strumento creativo.

    Puoi anche partecipare ad uno solo incontro.

    Continua...

    Riscopri la tua storia

    Ho passato tantissimi anni somigliando ad altri autori contro la mia volontà, scrivendo come altri autori contro la mia volontà, in sostanza senza riuscire ad avere una voce mia.

    Gipi, Il mio lavoro, Roma, Comicout 2014, p. 34



    Scoprire il proprio stile, la propria voce, il marchio che si imprime tra le pagine e la storia, già scritta e ancora da scrivere, ma poi tu sai che la interpreti la tua storia, e stai a dirti che potevi scriverla diversamente, e hai fatto invece quello che piaceva ad altra gente ma non te, ecco.

    Poi ti accorgi delle emozioni e della voce che si incastra tra i ricordi e i successi, tra gli avrei voluto e forse quasi ci riuscivo ed invece qualcosa è andato diversamente da come l'avevo immaginato.

    La voce racconta ed ordina, accompagna e coinvolge.
    I gesti, il tono, il timbro e il suono. Il contenuto e la forma, tutto comunica te, a te e a chi ti ascolta.

    Lo storytelling è un potente strumento di riappropriazione di qualità e di senso, e di comunicazione a se e agli altri delle proprie scelte di vita, di relazioni, lavorative.

    Sabato 15 Novembre vieni a scoprire come racconti la tua storia.

    Il laboratorio è all'interno del percorso  creativo esperienziale PromozionARTi © .

    Per acquisire sicurezza e fiducia nel modo di presentarti in ogni contesto, di amicizia, conoscenza o lavorativo.
    Continua...

    Lasciar andare

    Quando mi dicono lascia stare, interpreto nella mia mente come: lascia perdere.
    Fregatene.
    Non è semplice lasciar andare quando è questa l'interpretazione, quando dentro di noi la perdita in sé un trauma, un pericolo, una profonda paura da cui rifuggire.

    Fregarsene sembra impossibile, quando si parla di persone a cui tieni, si parla di te, o anche di persone che non conosci ma vedi che si stanno facendo del male, e ne stanno facendo ad altri.

    Ma anche intervenire sempre, ergersi a giudice che dirime le dispute, che discerne il giusto dalla sbagliato, che in fondo toglie la dignità all'altro di poter scegliere, ed anche sbagliare, da solo.
    Non si può cercare di far capire se l'altro non vuole.
    Le parole sono semplici segni sul foglio e suoni, ma a volte possono aiutare a vedere nuovi punti di vista, anche nel lasciar perdere.

    Prendi tu quella che ti serve, se ti serve, e le altre, lasciale andare.



    Lasciar andare non significa non interessarsi,
    ma smettere di credere di aver potere al posto degli altri.
    Lasciar andare non significa fregarsene,
    ma lasciare che l’esperienza sia consigliera, non le parole.
    Lasciar andare non è vittimismo,
    ma la profonda certezza che spesso gli effetti non dipendono da noi.
    Lasciar andare non corrisponde ad una critica,
    ma ad un atto di estrema fiducia.
    Lasciar andare non è imporre nuove catene,
    ma permettere alla libertà di ognuno di esprimersi.
    Lasciar andare non è ancorarsi al passato,
    ma vivere pienamente un nuovo futuro.
    Lasciar andare non è un atto egoistico,
    ma è il coraggio di scoprire il nuovo che si svela di fronte a noi.
    Lasciare andare non è dominio e controllo,
    ma un atto i fede perché la vita si sveli.
    Lasciar andare non è cedere ai fardelli della vita,
    ma credere che siamo nati per uno scopo elevato.
    Lasciar andare non è soffrire,
    ma permettere alla gioia di abitare in noi.
    Lasciar andare non è di domani,
    ma è di un oggi che aspetta di essere vissuto.
    Lasciar andare… libera, purifica, migliora… lasciare andare… è accogliere la gioia.

    Stephen Littleword

    Continua...

    L'autostima allo specchio


    Ho letto questa notizia qui, che racconta di uno specchio motivazionale posizionato  da Ikea nel suo negozio di Londra.
    Le persone si specchiano e ricevono un complimento personalizzato.

    L'esperimento è piaciuto,  l'articolo parla addirittura di "risultati sorprendenti".

    In effetti mi sorprende che le persone possano  sentirsi veramente più felici a sentire i complimenti di uno specchio parlante, di un oggetto.

    Ok prima domanda:
    ti piacciono i complimenti?
    ammesso siano sinceri, certo.
     da persone conosciute, che ami, o da chiunque?

    Seconda domanda:
    quando fai un complimento: sei ipocrita o sincera?
    e quando lo ricevi pensi sia ipocrita o sincero?

    Un complimento parla di chi lo fa e di chi lo riceve.
    Ed è un casino perché chi non si piace, non li sa ricevere i complimenti.

    Manco darli. Quando ci prova il tono della voce matrigna di cenerentola, strega di biancaneve, gesso su lavagna che tradisce la falsità del contenuto. Occhi di fuoco e artigli di gatto.

    Però ...
    il 49% dei britannici non riceve nessun complimento in una settimana;
    43,6 milioni di persone nel Regno Unito sono autocritiche sul loro aspetto;
    il 33% della nazione il lunedì mattina prima delle nove si guarda allo specchio sentendosi a disagio.

    Significa che siamo più capaci di essere ipocriti e che di fare complimenti sinceri?



    Sarà l'imbarazzo, o l'invidia verso chi consideriamo meglio di noi, e dunque sempre questione di - bassa- autostima. Quello che riconosco nell'altro diminuisce me.
    Mi vedo talmente brutto/a che la mia risposta è piuttosto rifiutante e respingente, e non accogliente e incoraggiante.


    Cosa accade quando mi "permetto" di fare un complimento a qualcuno?

    Intanto, no, non lo farei a un uomo, a meno che non sia amico amico vero, altrimenti potrebbe pensare che ci sto provando.
    Quando mi rivolgo a una donna,  la risposta a un atto di gentilezza, torna indietro con un rifiuto quasi stizzito e graffiante: "sei esagerato/a", una critica verso la persona che ha parlato, anziché un semplice grazie, uno schiaffo.
    Un modo davvero poco gentile e rispettoso verso se e verso l'altro.

    In effetti personalmente sono piuttosto spontanea, ma questa cosa qui, di prendersi una critica quando faccio un complimento, nel tempo mi ha convinta ad esprimere sempre meno un complimento sincero, a meno che io non sia sicura che l'altro lo accoglie con piacere.

    Ci sono donne che rispondono offese, offendendo chi li fa.
    Poi si lamentano che gli uomini che fanno i complimenti non esistono più.
    Che se la pensano come me, ovvero che se fai un complimento a una donna pensa che ci stanno provando, o immaginano di avere una risposta acida, ecco che stiamo tutti zitti e non se ne parla più.

    Anzi no, lasciamo parlare lo specchio.

    Non saper dare e ricevere complimenti, quando sinceri, è un segnale di autostima bassa.
    Ma anche non ricevere complimenti fa abbassare l'autostima.
    Respingi oggi, rispondi male domani ed altro che complimenti dei playboy

    i complimenti dei playboy ma non li sentiamo più se c'è chi non ce li fa più.

    Piuttosto che il nulla, c'è chi preferisce almeno quelli degli specchi parlanti.










    Continua...

    Essere ciò che si vuole

    Per quel che vale... non è mai troppo tardi, o nel mio caso, troppo presto per essere quello che vuoi essere.
    Non c'è limite di tempo, comincia quando vuoi... puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo, possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio.

    Spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa delle tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.

    David Fincher



    Continua...

    Godersi il percorso.

    Un sorriso di magia per ciò che siamo, ciò che possiamo diventare.
    Apprezzarci e amarci, accarezzarci quando ne abbiamo bisogno, avremmo voglia di rompere tutto, e di smettere di provare e riprovare.

    Ci proviamo veramente?
    Ci impegniamo con noi stessi a raggiungere ciò che vorremmo?
    Per noi, per la nostra vita?

    Amarsi in fondo, e senza scuse, senza impedirsi di apprezzare ciò che siamo, eppure con uno sguardo attento a ciò che ci stiamo impedendo di fare.

    Il counseling guarda ai punti di forza, alle tue risorse, a ciò che hai per fare leva, spessore, base portante, pietra d'angolo a ciò che vuoi costruire per te nella tua vita.
    Sarà che ci aspettiamo sempre che ci sia qualcun altro che lo faccia per noi, che se ne accolli il tempo e/o il costo.
    Mi salverai?
    Ti prenderai cura di me?

    E' un non detto nascosto in tante relazioni, una aspettativa che nasce da chissà quale mancanza, anzi no, lo sappiamo bene le mancanze quando ci sono state, le ferite, le cadute senza che nessuno fosse lì ad aiutarci a rialzarci.

    Il counseling lo paragono al mio sport preferito, lo sci.
    La vita è il percorso.
    La libertà e la potenza che senti nei muscoli, il vento sulla faccia, lo scatto degli sci dolce o aggressivo, che carezza la neve e la disegna.

    Scenari immensi davanti ai nostri occhi, scivolano veloci o lenti sotto di noi.
    Respiri e il cammino cambia ad ogni curva, e ti lascia tutta la possibilità di goderti il percorso o di spaventarti a tratti per le difficoltà di una lastra di ghiaccio, una cunetta nascosta.
    Il freddo che graffia, il sole che scalda, le nuvole e la nebbia che tutto confonde e d'improvviso, anche se non ti capita proprio mai, ecco lo scivolone. La caduta.

    Ti prendi un gran spavento, controlli mentalmente che tutto sia a posto,

    E' passato così tanto tempo dall'ultima volta che sei caduto che non ricordi più come si fa a rialzarti.
    Il terreno è diverso dall'ultima volta, il tempo, gli sci ed anche tu sei cambiato.
    Sei stanco dopo una lunga giornata, e sai che non è un opzione sdraiarti ed attendere immobile, geleresti.

    Devi rialzarti e riiniziare quel cammino così emozionante e vario, creato per tutti e allo stesso tempo solo per te.

    Raccogli i pezzi caduti intorno a te, il cappello, il bastoncino e  lo sci, mentre ti interroghi su come rialzarti,
    Dalla posizione in cui sei, la pendenza, lo spavento e la stanchezza, anche il gesto semplice di rimettere gli sci diventa uno sforzo che ti può riuscire subito o anche no.
    Mentre fai i tuoi tentativi, quant'è bella quella mano che arriva, si ferma lì per te e si protende, per qualche istante appartiene ad un viso rassicurante che ti sorride e dice:
    ecco, prenda, l'aiuto io.

    Allora tu puoi, sprezzante, rifiutare qual sorriso e dire "ce la faccio da solo", oppure puoi goderti quell'offerta che dura pochi attimi e tanto ti risparmia di tentativi a vuoto su quel pendio impervio, e freddo, e tornare in baita a prendere una cioccolata calda, e ringraziare e respirare com'è bello che al mondo esista ancora una mano umana che si è fermata per far rialzare te.

    Ha guardato i tuoi occhi, ha preso la tua mano, comprendendo, conoscendo quella sensazione di freddo e di dubbio, ce la posso fare?
    E' stato accanto a te pochi istanti, ma quell'incontro è stato caldo come la cioccolata, e significativo nel tuo percorso.
    Puoi sperimentare la potenza di farcela ancora da solo, puoi sperimentare l'aiuto quando serve, puoi imparare ad accettare la mano tesa.
    La scelta è tua.

    Puoi  anche sederti attendere e maledire la montagna.
    Puoi decidere che mai più metterai gli sci.
    Puoi scegliere di chiudere totalmente la strada che ti piaceva tanto solo perché non accetti che in una strada si possa camminare e fermarsi, cadere e rialzarsi.
    Imparare a fare meglio, e potersi fidare.





    Continua...

    Hai una visione della tua vita? Come potrebbe essere se?


    Immaginare
     come sarebbe se ...
    continuassi quello che sto facendo, dove mi sta portando, anzi dove mi porterà.

    Lo ammetto, è uno strumento che ho sempre usato.
    Intuitivamente mi sono proiettata nel futuro, unendo immagini, suoni, silenzi e musi, attenzioni mancate, parole e comportamenti di un fidanzato esigente, di una amica tagliente.

    Mi sono chiesta:
    è davvero questo che vuoi per te?
    è questo che pensi di meritare?
    è così che vuoi diventare?

    Imbalsamata come una bambolina da mettere in vetrina, sempre perfetta, su un modello di perfezione neanche mio.


    Lasciare una persona "sbagliata" non in quanto persona, ma per me.

    Una volta che impari come si fa, diventa sempre più facile, restare in contatto dentro di sé ed allontanarsi da vampiri, da chi ti vuole accanto per appropriarsi di qualcosa che è tuo, fosse anche solo la gioia e la fantasia, la competenza, o la casa al mare o a NY che li puoi ospitare.

    Fare un check up veloce, dove sto andando, cosa ho dentro e cosa voglio fuori di me, accanto.

    Con chi voglio condividere la mia vita, le mie passioni, i miei talenti.
    Chi voglio accanto e come voglio che si comporti con me?

    Cosa c'è tra di noi? Gioco, rispetto, tante risate, abbracci e curiosità.
    Presenza e sostegno, leggerezza e affidabilità.

    Quale dipinto voglio creare?
    Almeno provarci forte e riconoscere cosa mi fa bene e mi somiglia, cosa mi distrugge e mi allontana da un esistenza felice.
    Cosa posso scegliere, cosa voglio lasciare.

    Il visioning è un termine usato nella pianificazione strategica, per scegliere un futuro che rispecchia ideali, valori e aspirazioni di chi fissa gli obiettivi .
    Una visione è motivante all'azione al raggiungimento di un futuro desiderabile.

    Uno strumento potentissimo anche per i nostri obiettivi personali, della nostra vita.

    Proprio la visione sarà il nostro punto di partenza per il percorso di Personal Branding, se vuoi imparare a promuoverti nel mondo o "semplicemente" promuovere il tuo benessere personale.
    Riconoscere i tuoi colori ed esprimerli nel mondo.


    Immaginare diverse sé è stato il lavoro della fotografa Dita Pepe, in un lavoro lungo 15 anni, dove lei stessa diventa parte integrante del contesto.
    Tutto cambia, compresa lei stessa.
    Un lavoro psicologico, sociologico, concettuale.


    Come cambierebbe la tua vita con un marito diverso, o se avessi scelto una persona del tuo stesso sesso?

    Se (io) vivessi ancora in America, se avessi scelto il motociclista o il musicista, cosa sarebbe ora di me?
    Quanti figli avrei, di che colore avrebbero gli occhi? E i capelli?

    La visione non è solo utile.
    E' fondamentale.
    Per creare una vita a nostra immagine.
    E seguirla, farla avverare.
     

     

    Ringrazio Matteo per avermi fatto conoscere questi lavori magnifici di Dita Pepe.
    Continua...

    Aprire le porte al successo

    Un salto nello sconosciuto, anzi nel trito e ritrito.
    Nelle piccole, quotidiane persecuzioni personali.
    Quelle voci interiori sembrano stare lì sempre sveglie, notte e giorno.
    Invalidanti. Fastidiose.
    Sul tanto che lo fai a fare, sbrigati, fai piano, sei proprio sicura?
    Allora restiamo fermi, immobili, a ripetere frasi che graffiano l'anima e l'autostima.
    Cambiare la colonna sonora che fa da sottofondo ai nostri giorni, mettere finalmente d'accordo  le emozioni e la testa per agire in modo nuovo.

    Teniamo la porta aperta della comunicazione, facciamo passare aria nuova, mettiamoci alla prova con quello che ci piace fare.
    Hai mai pensato che piuttosto che fallire su ciò che ci sta a cuore, passiamo il tempo, cioè lo sprechiamo, su quello che non ci interessa?

    Farebbe troppo male non riuscire lì dove vorremmo. Allora ci rassegniamo, ci accontentiamo di meno, quando quel meno neanche ci interessa.

    Definizione di obiettivi, allineamento, mira, azione.

    Dal prossimo 11 Ottobre un mini percorso sulla promozione personale.
    Se non vuoi proporti a nessuno, è per riscoprire i tuoi talenti e la tua motivazione.
    Per scoprire dove vuoi andare, come mai non ci sei ancora andato, e come ri niziare a camminare in quella direzione.

    La promozione personale non è finzione. E' essere autentici.
    Se non credi in te stesso, neanche gli altri ci crederanno.
    Se non credi di potercela fare, non ce la farai (semicit. Henry Ford
    Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione.)


    nella foto per chi legge per la prima volta, la porta aperta ai mostri interiori, cioè quello dei conflitti interiori, per me ad es. mentre faccio una cosa ne faccio un altra e smetto di farla e la lascio a metà, non è mai finita, perfetta e perciò cancello tutto.
    Quindi scusate, ma sto post lo correggo dopo.



    p.s. sull'usare la testa per dire cose nuove, consiglio questo pezzo bellissimo di Paolo Nori.
    Continua...

    Pensieri utili ed inutili, accordi interiori ed armonie

    Mi succede sempre così, a me, coi problemi.
    Da lontano, mi fanno fare un sacco di discorsi complicati.
    Quando poi ci vediamo, troviamo sempre il modo di metterci d'accordo.
    Diego De Silva


    Circa 50,000 pensieri al giorno dentro di noi.
    La maggior parte  automatici e non so quanti, ma tanti, negativi.

    Come avere un navigatore che continua a intimarci di fermarci, tanto non siamo capaci.
    Tanto ci sono altri più bravi di noi.
    E' inutile.
    Lascia perdere, la macchina, la palestra, il disegno, la scrittura, il lavoro, l'ordine, non sono cose per te.
    Non piaccio a nessuno.
    Nessuno vuole giocare con me.
    Nessuno mi ama.

    Hai presente quando sei fermo nel traffico e il navigatore continua, insistentemente a ripetere di girare a destra?
    Cosa fai? Io non lo sopporto, lo spengo, o gli parlo e suggerisco un luogo alternativo dove potrebbe andare lui.
    Così dovremmo fare  pure coi pensieri ripetitivi.
    Dargli una botta in testa, immaginare di metterli in una palla e prenderli a calci ed iniziare a giocare.
    Inventarci qualche modo per interromperli, guardarli da una nuova prospettiva, farli parlare con accento diverso, con una voce accelerata o rallentata.

    Cambierebbe qualcosa? Puoi scoprirlo solo facendolo.

    I pensieri negativi ci influenzano negativamente, gutta cavat lapidem una goccia che scava la nostra lapide.
    Lo so che si traduce pietra. La lapide è una pietra, ed in effetti metterci una pietra sopra vuol dire lasciar perdere.
    Lapide fa più effetto, perché lì sotto lasciamo passioni, curiosità, autostima, desideri di provare, anche solo per il gusto di fare, gioia.

    Ci neghiamo i piaceri più semplici perché li etichettiamo come stupidi, cretini o da bambini.
    Impossibili, non alla nostra portata.
    Tornare ad imparare qualcosa che ci piace ci fa sentire impacciati, certo, perché è una cosa nuova, mai fatta o lasciata tanto tanto tempo fa.
    Così non intraprendiamo azioni nuove, non sperimentiamo il cambiamento, non incontriamo persone nuove, rinunciamo ad investire su noi stessi, a migliorarci, a premiarci.

    Ogni novità ci porterebbe ad uscire dalla famosa comfort zone, cioè da quel guscio limitato in cui ci sentiamo bravi e competenti, misurati, in cui le azioni non comportano rischi, non ci portano ansia.

    Non ci portano spesso neanche eccitazione, brivido, gioia, soddisfazione di essere riusciti in qualcosa di mai fatto prima, di aver creato, di essere riusciti lì dove prima c'era solo un desiderio o il buco nero creato da una stella caduta, un desiderio lasciato spegnere nel cielo del nostro firmamento.
    [ desiderio dal latino de + sidus, sideris (plurale sidera) "condizione in cui sono assenti le stelle", mancanza di stelle ].

    Ma davvero nella comfort zone siamo competenti?
    Forse possiamo sentirci tranquilli al punto di non saper vedere quanto ridicoli e deleteri, imbarazzanti siano i nostri difetti, il non vederli in certi contesti dove sarebbe indispensabile migliorarli.

    Anche non dubitare di se può essere un punto debole. Credere di non avere nulla da imparare.

    Domani  il laboratorio sulle nostre zone d'ombra, sui punti di debolezza reale e sui punti di forza non visti, sui pensieri negativi, i sistemi frenanti interiori, i conflitti estenuanti.
    Creare insieme nuova consapevolezza, guardare lì dove le convinzioni sono limitanti e discordanti, dove abbiamo lasciato incolte risorse e capacità per rendere disponibile nuova energia e creare armonia.



    E tu cosa farai per te nei prossimi giorni? 
    Per amarti onorarti in tutti, i giorni della tua vita?





    Continua...

    Cercasi Accettazione MostruosAmante

    Ci sono giorni in cui ti trovi insopportabile, ti dai fastidio da solo, giorni in cui ti critichi senza tregua, in cui avresti bisogno di un incoraggiamento, e invece ti bastoni.

    Non so come ti parli dentro, e se immagini o fai il verso a questa vocina acida, magari  stridula o estremamente melliflua.
    Tutti noi lo facciamo, spesso ci parliamo dentro molto di più di quanto lo facciamo all'esterno.

    Non sempre siamo buoni con noi stessi, almeno alcuni di noi.
    Persecutori, esigenti, controllanti, petulanti, sfinenti.

    C'è sempre una critica su qualcosa che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto, su qualche aspetto che abbiamo e non avremmo dovuto avere, su una spesa superflua, sull'essere lenti, frettolosi, non riflettere, riflettere troppo e così via.

    Può diventare un abitudine pressante che, forse, può servire ad alcuni a spronarli a fare meglio.
    Ma per tutti gli altri, sono colpi, bassi e continui, ingiusti e feroci, alla nostra autostima.

    Quando siamo stanchi e le cose da fare si affollano, non facciamo neanche più caso alle volte in cui la nostra voce interiore si fa imperiosa e criticante.


    Roy Martina, medico e psicologo, in "Chi siamo veramente"scrive:
    "gran parte della nostra immagine viene determinata dalle informazioni che riceviamo da bambini.
     La qualità della nostra immagine nella nostra mente si basa sulla qualità delle immagini di noi stessi che esistono nelle menti dei nostri genitori e da come veniamo fisicamente trattati da loro.
    [...]  A circa sedici anni ad una persona e' già stato detto mediamente 180.000 volte che cosa non sa fare, che cosa ha fatto in modo sbagliato e che cosa non deve fare. I vissuti possono portare ad avere un'immagine negativa di se', alterare la propria identita', il senso del proprio valore e l'autostima. L'immagine e' raccolta in ciò che pensiamo di noi, modifica il nostro atteggiamento verso la vita, influenza il nostro entusiasmo, la nostra creatività e anche le nostre possibilità di ottenere il meglio dalla vita".

    Maestre, genitori: quando vi rivolgete ai bambini non chiamateli MAI stupidi, cattivi, o simili.
    Fa male ed è crudele (è una Violenza verbale).

    Colpendo l'identità e non un comportamento, come possiamo minimamente creare in un bambino la benché minima possibilità di cambiare?
    Penserà di essere così, di essere condannato, di non poterci fare nulla, magari metterà in atto la sua cattiveria o se la rivolgerà contro.

    Così abituati, con le parole che ci etichettano sbagliati, tendiamo a crederci e a dimenticare che sono per lo più atteggiamenti sbagliati.
    Gli atteggiamenti non siamo noi. Gli atteggiamenti si possono cambiare, se lo desideriamo.
    Si possono comprendere, accettare, migliorare.
    Rendersi conto che ci sono atteggiamenti sbagliati in alcuni contesti ma non sbagliati in assoluto. Rendersi conto che alcuni atteggiamenti fanno male a noi, prima ancora che all'altro, rendersi conto di quando sono nati e a cosa sono serviti.

    Robert Bly nel suo "Piccolo libro dell'ombra" afferma che ogni parte della nostra personalità che non amiamo ci diventa ostile.
    Più parti rifiutiamo, più ci sentiamo svuotati di energia.

    Consiglia molti modi per riportare alla luce ciò che abbiamo respinto, onorare le parti di noi, recuperare le parti perdute, e con esse, energia ed umorismo.
    Suggerisce di far ricorso al gioco, alla poesia, al dialogo, alla pittura.

    Senza neanche rendermene conto, è proprio quello che ho iniziato a fare alcuni mesi fa.
    Ho portato fuori di me i giudizi su di me, usando un  piccolo giocattolo, che alcuni di voi conoscono con il nome di mostrino o anche nerdino.

    Mi sono accorta velocemente, nel dare la colpa fuori, e di quanto spesso lo facessi senza accorgermi.
    Di quanto spesso puntassi il dito verso le mie debolezze, togliendomi la forza e la voglia di fare altro.

    Se il discorso interiore è: "sei sempre il solito/a" stiamo già emettendo una condanna o previsione circa gli eventi futuri.
    Perciò meglio smettere anche solo di tentare. Ti suona?

    Mi sono accorta che il mostrino - qualunque sia il tuo, è sempre con noi, in agguato.
    Il mostrino tuo ad esempio può essere una parte dolce, molto femminile o molto maschile.
    Non è qualcosa universalmente inaccettabile, è qualcosa che non accetti tu.
    Beh, il perché lasciamolo stare, è tra le righe, neanche tanto nascosto.

    Mostrino mio, o principessa tua, brava bambina, robottino, soldatino, mammoletta, ranocchia.

    Atteggiamento rigido, altezzoso, ossequioso, formale, discinto, vestiti rosa,  risata finta, acido, poco gentile, aggressivo, svalutante,  etc etc  dipende da com'è insomma questa parte che abbiamo rifiutato e preso noi stessi a calci il più possibile.

    In questo modo facciamo fatica a tenere lontane queste modalità, e perdiamo anche l'opportunità di farle semplicemente vivere quando potrebbero.

    Un vestito da sera non è adatto alla scuola ma per una festa si.
    Essere aggressivi e sapersi difendere serve eccome in certe situazioni, e all'opposto continuare con il sorriso finto ed ossequioso potrebbe essere una modalità errata nello stesso contesto.

    Ma, per quanto cerchi di ignorare fino a dimenticare parti di te, da qualche parte salterà fuori.

    “Unexpressed emotions will never die. They are buried alive and they will come forth, later, in uglier ways.” Sigmund Freud
    "Le Emozioni inespresse non muoiono mai. Sono sepolte vive e verranno fuori, più tardi, in modo peggiore. "


    Potremmo vederle solo negli altri, solo bbbbuoni  noi, solo gli altri Kattivi con la k.
    Riacquistare più parti ci fa più forti, più veri, più tondi, più efficaci, più competenti, più consapevoli, più accettanti, dove accettazione vuol dire non essere in lotta con se stessi ed i propri sentimenti.

    Il gioco con mostrino mi ha dato modo di spostare la critica da dentro a fuori, di conoscere e perdonare, accettare di essere (anche ma non solo) una nerd, una secchiona con gli occhiali.

    Se ti va fare lo stesso, recuperare parti di te, ascoltare le voci critiche e modificare  in modalità ludica la critica, il rifiuto, la svalutazione, e riprenderti energia la data è Sabato 27 Settembre.



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    p.s. il titolo "mostruosAmante" è un refuso, me ne sono accorta dopo la pubblicazione, ma ci sta benissimo.

    Continua...